«Mi strapperanno i capelli se mi riconosceranno», diceva. «Del resto, bisogna che viva con tutti». La notte del Giovedì Santo andò con sua moglie in Cattedrale per udire il Miserere. Il tempio, con i suoi archi ogivali smisuratamente alti, non aveva altra luce che quella di alcuni ceri rossicci collocati fra i pilastri; lo stretto necessario perché la moltitudine non camminasse a tentoni. Dietro le inferiate delle cappelle laterali avevano preso posto, come in gabbie, le persone di alta posizione sociale, sfuggendo così al contatto con la folla sudata, che si spingeva fra le navate. Nell’oscurità del coro brillavano, come un firmamento di stelle rosse, i lumi destinati ai musici e ai cantori. Il Miserere di Eslava spargeva le sue allegre melodie italiane in quel terrificante ambiente d’om

