Capitolo 1

594 Parole
1 Vodka. Vodka alla pesca. Vodka al limone. Sambuca. Averna. Lucano. Limoncello. Due bottiglie di whisky. Idem di grappa. Tre di Aperol. Idem Campari. Vino, birra, analcolici, caffè: solite quantità. Champagne Brut Millésime. Una cassa. Antonio Procaccioni si sofferma sull’ultima riga. Champagne Brut Millésime. Una cassa. Bestemmia tra i denti. «La Cristofori… La Cristofori griderà: “Coooosa?! Toni!! Seu deventà mato?!”. Valle a spiegare che i giapponesi se ne sono scolate quattro bottiglie, l’anno scorso. Che tornano stasera. E che…». Così dice tra sé il barman. Ma in fondo pensa: non riuscirò mai a convincerla. Ruota la matita per cancellare una cassa. «No!», esclama gettando il lapis alle spalle. E ripassa l’ultima riga a penna. Una cassa di Champagne Brut Millésime. «Non posso far brutta figura con i giapponesi. Ho già abbassato le pretese sui liquori. Niente scotch invecchiato vent’anni, niente grappa da settanta euro, niente…». Giovanni Garavello, enorme cuoco dell’Hotel Levante, passa davanti al bancone: «Parlèo da solo, Toni? Seu deventà mato?». «Te vegnìsse un colpo!», grida il barman. Ma Garavello ha già voltato l’angolo. Procaccioni continua lo stesso a inveire: «Balena… Te credi di èssare chissà chi parché i te ga nominà nela Guida Michelin…». Abbassa la voce: Quella stronza d’una taccagna… Potrebbe almeno dare una rinnovata in giro! Moquette, arredi… Qua ghe xe da rifàr tuto… Ahhh… L’avessi in mano io, quest’albergo di merda… Guarda l’orologio: 9.20. Entro dieci minuti la Levantina partirà per Mestre. Procaccioni sbircia dalla finestra. I facchini stanno seduti nella barca. Chiacchierano. Il barman esplode: «Vi va sempre dritta, a voialtri! Va dritta a tutti tranne che a me! Ogni santo venerdì mi tocca fare il facchino al vostro posto, mentre voi due vi divertite al Cash & Carry!». Mormora tra i denti: Che ingiustizia… Sono un barman, io! Mica il sostituto dei facchini... Prende il cellulare. Rubrica. Ne ha decine, di alternative. Alberghi su alberghi. Tutti pronti ad assumerlo con tanto di aumento. Poi preme il pulsante in basso. Schermata Home. Recita: «Chi lascia la strada vecchia per la nuova, la perde e più non la ritrova!». Un’altra sbirciatina alla finestra. L’albanese e il romeno continuano a chiacchierare. Vi va sempre dritta, a voialtri… 9.24. «Òstrega se passa, el tempo!». Afferra il foglio su cui ha annotato gli acquisti da fare. Lo piega in due. In quattro. Stabilisce: «Ancora tre minuti, dai». E fissa le bottiglie del bar. Amaretto di Saronno… Vecchia Romagna… Glenlivet… «Strano. Garavello non è ancora tornato indietro. Vuoi vedere che stavolta si è preso una cioccata?». Ride: «Ah ah ah… Ben ti sta, Balena. Oggi cambiamo programma». E si versa tre dita di Glenlivet. Beve d’un fiato. Poi caccia in bocca due Halls. «Vado!», esclama rinforzato dall’alcol. Prende la lista piegata in quattro. La piega ancora. Mentre fa i ventitré passi che separano il bar dall’ufficio, si rammarica di essere magro come un chiodo. «Garavello sì che è protetto! Con tutti quei chili di grasso, si difende bene dal mondo esterno». Otto, nove… Balena…, mormora Procaccioni. Quindici, sedici… …e la direttrice? Cos’è che è? Ventitré. Una puttana. Bussa. Anche se non è pronto a udire la solita nenia: “Móvite Toni! Rapido! Vien ’vanti!”. Non sente niente, invece. Strano. Bussa di nuovo. «Sióra diretrice?». Nessuna risposta. Forse è andata in bagno… E Garavello? Che abbia fatto il giro lungo per tornare in cucina? Guarda l’orologio alla parete: 9.32. Uno stormo di gabbiani garrisce alle sue spalle. Si volta: gli uccelli saltellano sopra il molo. Sulla riva opposta del Canal Grande troneggia la Chiesa della Salute. Un rumore richiama l’attenzione del barman. È un suono sofferto, scuro. Procaccioni fissa la porta. Bussa. Bussa più forte. «Sióra diretrice!». Ecco ancora quel suono. Terribile, come il richiamo di un mostro. Il barman si decide: abbassa la maniglia. Prova a spingere la porta. Qualcosa sbarra l’ingresso. Spinge a tutta forza. Riesce ad aprire poco più d’una spanna. Infila la testa dentro la porta. Vede Garavello, che giace immobile: è lui a bloccare l’ingresso. Raggomitolata, in mezzo alla stanza, Donatella Cristofori emette l’ultimo rantolo. E muore.
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