I gabbiani

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I gabbiani La canoa è da sempre la mia passione, negli ultimi tempi era divenuta un costante e piacevole passatempo. Pagaiavo per i fiumi e i laghi della mia zona respirando aria pura, assaporando a pieno quel senso di libertà che latitava nella mia vita ormai dai vent'anni. Ero da poco rientrato da una piacevolissima vacanza studio in terra straniera, che subito caricai la canoa sull'auto facendo rotta al vicino lago della mia città. Arrivai là emozionato, come fosse la prima volta. Fui felice di non vedere alla piccola spiaggia da cui salpavo di solito i pescatori. Non che mi dessero fastidio per carità, la sensazione era che ne dessi io a loro, quando mettevo la canoa in acqua non troppo distante dalle loro canne da pesca, perciò fui lieto quando vidi che non c'era nessuno. Il lago era perfetto, una tavola, solo un filo di vento, ottimo per andare in canoa. Quando mi avvicinai alla riva capii perché non vi fossero pescatori. Decine di pesci morti a pelo d'acqua si cullavano nella tenue risacca, che li sospingeva verso la terra della spiaggia da cui sarei dovuto partire con la canoa. Percorsi a piedi la riva sino all'inizio dei cannicci per una trentina di metri, cercando di trovare una zona priva di pesci morti, ma l'odore nauseabondo e la vista di quei poveri vertebrati acquatici mi davano il voltastomaco. Ve ne erano moltissimi. Mi venne in mente che un paio d'anni prima accadde la medesima cosa e migliaia di pesci in putrefazione furono sotterrati in numerose fosse scavate in prossimità del lago. Perché accadeva questo? Forse ciò era dovuto allo scarso ricambio d'acqua che ha il piccolo lago di Montepulciano. Non avendo immissari importanti infatti, in estate non vi è quel fisiologico apporto di acque piovane che i modesti torrenti scaricano nel piccolo bacino lacustre, grande all'incirca due chilometri quadrati. La siccità dei mesi estivi aveva reso il lago un grosso calderone, ma forse la vera causa della strage ittica, non ne ero certo, potevano essere i veleni dei diserbanti chimici usati dagli agricoltori che attraverso i fossi confluivano a valle, quindi nel piccolo specchio d’acqua. Il lago di Montepulciano è quel che resta, insieme al suo 'gemello' di Chiusi, della Bonifica della Valdichiana iniziata secoli fa. A tal proposito voglio narrarvi in sintesi la storia della Valle, poi passerò a raccontarvi ciò che mi accadde quel giorno di alcuni anni fa. Nel Pliocene, diversi milioni di anni or sono, un grande ed unico lago, residuo del mare che invase la regione, costituiva un enorme bacino lacustre. Questo grande lago fu prosciugato con il susseguirsi dei millenni dalla lenta ma potente azione della natura e sembra che i residui tratti paludosi della Chiana (il nome deriva dal fiume che i Romani chiamavano 'Clanis') furono bonificati dagli Etruschi e in parte anche dagli stessi Romani già nel 500 a.C. Senonché intorno all'anno 1000 d.C. il fiume Chiana, che in epoca romana inviava le sue acque al Tevere, inverti il suo corso da sud a nord, verso l'Arno, per l'azione di un lento ma consistente movimento tettonico che mutava la pendenza dell'asse della valle. Questo fatto, insieme con i disordini idrici dovuti alla progressiva mancata manutenzione e trascuratezza di fossi e argini, provocò nei due secoli successivi un forte impaludamento tanto che la valle tra Fabro ed Arezzo, già soggetta al ristagno delle acque, risultava essere un grosso lago le cui acque mal defluivano sia verso il bacino del Tevere, sia verso quello dell'Arno. Al di sotto dei 300 metri di altitudine vi era null'altro che acqua; solamente nelle colline superiori sorgevano e si sviluppavano i più importanti insediamenti urbani, lontani dalla malsana palude portatrice di malaria e morte. Intorno alla metà del XIV secolo il padule aveva raggiunto la sua massima estensione. Se è vero che nella valle vi erano alluvioni e malaria, è pur vero che le vicine terre emerse si arricchivano con la pesca, pedaggi e trasporti per vie d'acqua, terreni fertili per le produzioni agricole di grano, vite, olivo, legname, guado, zafferano (da cui si ricavavano tinture per la colorazione blu e gialla della lana ed altri tessuti) e molti altri prodotti. Nel 1502 il sommo Leonardo da Vinci disegnò la famosa carta acquarellata a volo d'uccello che oggi si trova nella Royal Library del Castello di Windsor. Nel suo suggestivo ed importante disegno si può ammirare come la 'palude della Chiana' all'inizio del XVI secolo occupasse una superficie pari a circa 100 Kmq (25 volte l'attuale lago di Chiusi e 50 quello di Montepulciano); un'area decisamente vasta con scarsa pendenza per far defluire le acque e i numerosi corsi d'acqua che invece vi confluivano. Il risanamento idrogeologico della valle doveva necessariamente essere preso in seria considerazione. La famiglia Medici si interessò alla bonifica della Val di Chiana molto presto. Giulio dei Medici (poi Papa Clemente VII) commissionò ad Antonio da Sangallo il Vecchio un progetto di bonifica, anche se poi in concreto non fu fatto nulla. Cosimo I voleva invece fare dell'area una potenziale riserva di derrate alimentari per Firenze. I primi veri sistematici lavori di bonifica della valle si hanno con Francesco I (1574-1587) e Ferdinando I (1587-1609). Quest'ultimo in particolare vi convogliò ingenti investimenti, seguendo personalmente i lavori e recandosi più volte sul posto. Alla fine del '500 esisteva una nuova e più completa mappatura dell'area da bonificare, fu terminato il Canale Maestro ed ai numerosi corsi d'acqua tributari della Chiana furono rafforzati gli argini e aumentata la pendenza. Si lavorò molto alla 'colmata' del Piano di Montepulciano con le torbide del torrente Salarco e già nei primi anni del Seicento la Chiana scaricava le sue acque in Arno fin dal Chiaro di Montepulciano, grazie al suo rialzamento naturale ed artificiale provocato dai suoi affluenti (lo spartiacque della valle non era più Foiano). Molto era stato fatto, non senza sacrifici e duro lavoro, ma molto c'era ancora da fare. Lo stato Pontificio e quello Mediceo, nonostante i buoni propositi di accordi e concordati, entravano spesso in conflitti e controversie accusandosi reciprocamente di provocare alluvioni ora a Roma ora a Firenze, scaricando le acque della palude e dei torrenti senza alcun criterio ora nel Tevere ora nell'Arno. Era la 'Guerra delle Acque' e a testimonianza di ciò restano ancora oggi visibili nella zona numerose chiuse, conservate più o meno bene, di costruzione Pontificia e Granducale (il famoso Muro Grosso ripristinato da Clemente VIII nel 1600, la Torre di Buterone trasformata da Mulino in regolatore nel 1607, il Callone di Campo alla Volta del 1741, la Chiusa dei Monaci originaria del 1151 varie volte ristrutturata e ampliata, il Callone di Valiano del 1723). Oltre alla guerra delle acque tra Papato e Medici, nella prima metà del ‘600 nasce anche la disputa su quale fosse stato il metodo idraulico migliore per la bonifica della valle: essicazione o colmata? Con l’essiccazione proposta da Enea Gaci si intendeva prosciugare l’area allargando e sprofondando il Canale Maestro. Di contro per Evangelista Torricelli (allievo di Galileo Galilei) la colmata era l’unico sistema di successo per il prosciugamento della Chiana e sicuramente il meno dispendioso. Con essa si intendeva scaricare nella palude, mediante appositi canali e vasche di colmata, le acque torbide dei torrenti affinché queste con i loro depositi e detriti potessero colmare il lago melmoso rialzando in altitudine la valle, consentendo così il miglior deflusso delle acque verso l’Arno ed il restringimento della superficie delle stesse. Anche il Torricelli ebbe i suoi oppositori, ma qualcosa andava pur fatto se è vero che ancora alla metà del XVII secolo la Chiana veniva descritta come un grande lago simile al mare, tanto era vasto, con un forte ristagno di acqua che defluiva così lentamente da tenere la popolazione sotto la costante minaccia di possibili alluvioni. Tra il regno di Cosimo III (1670-1723) e l’ultimo granduca mediceo Gian Gastone (1723-1737 libertino omosessuale con gravi disturbi psichici) furono intraprese opere di grande ingegneria idraulica. Con le colmate vennero bonificati circa 2/3 della palude centrale, fu allargato e ripulito il Canale Maestro e per regimare le acque che dal Chiaro di Montepulciano defluivano verso l’Arno fu costruito il Callone di Valiano (1718-1723), una solidissima chiusa a due cateratte che fungeva da regolatore: tratteneva le acque in caso di abbondanza al fine di evitare alluvioni e le rilasciava in caso di siccità. Garantiva inoltre una buona navigabilità verso nord e ciò era un fattore di vitale importanza per il trasporto a Firenze a basso costo di cereali ed altre produzioni locali provenienti dai poderi e le campagne delle famose dieci Fattorie Granducali. I Medici avevano fatto davvero un gran lavoro. Rimanevano da bonificare la zona dei Chiari di Chiusi e Montepulciano e l’area lungo il primo tratto del Canale Maestro che continuavano ad essere acquitrinose e malsane. Con l’ascesa dei Lorena al governo toscano numerose riforme di carattere socio-economico modernizzano e sviluppano il Granducato. Per ciò che concerne espressamente la bonifica risulterà fondamentale sotto Pietro Leopoldo (1763-1790) l’istituzione nel 1782 dell’Organismo per la Sovrintendenza alla Bonifica della Valdichiana presieduto da Vittorio Fossombroni (1788-1828). Da qui parte il cruciale balzo di qualità per rendere definitivamente salubre, fertile e ospitale l’intera valle. Scrive il Fossombroni nelle sue celebri ‘Memorie idraulico storiche sopra al Valdichiana’ che alla fine del ‘700 la maggior parte del territorio era stata strappata alle acque. Nel 1780 le ricorrenti controversie tra Granducato e Stato Pontificio furono risolte con il 'nuovo concordato’ che, lasciando poco spazio alla diplomazia, disponeva la costruzione di un grande argine alto circa 2 metri nei pressi di Chiusi che fissava definitivamente la linea di confine tra i due stati e lo spartiacque tra Chiana toscana e Chiana romana. La bonifica doveva ormai essere considerata da tutti un bene collettivo. Non si poteva interromperla per salvaguardare gli interessi economici di alcuni piccoli possidenti privati a discapito dell’intera collettività. Tra il 1838 e il 1859 con l’ingegnere idraulico e architetto granducale Alessandro Manetti si compì il definitivo risanamento della valle, e quella che un tempo era stata un’insalubre palude divenne una ricca e fertile campagna. Furono costruiti nuovi ponti, predisposti migliori canali di colmata, ripuliti fossi e allaccianti. Giunta ormai a compimento l’opera di colmata, fu abbassata la Chiusa dei Monaci (in prossimità di Arezzo) con conseguente escavazione ed ampliamento del Canale Maestro, solo però nel tratto conclusivo dove il terreno più consolidato dava minori rischi di cedimenti. Oltre la Chiusa poi, l’alveo naturale della Chiana e la maggior pendenza non creavano problemi sino al suo sfociare in Arno in località Monte Sopra Rondine, vicino al famoso Ponte a Buriano. Con l’Unità d’Italia fu raggiunta una sistemazione idraulica della Valle pressoché definitiva. Dopo aver rinunciato al progetto di colmata dei due Chiari chianini (approvato nel 1918 ma mai attuato: per fortuna dico io), la bonifica poté dirsi ultimata già negli anni Trenta del secolo scorso. Successivamente sono state compiute e ancora oggi si compiono opere di ‘ritocco’, mantenimento e miglioramento conservativo a fini irrigui. La Valdichiana resta infatti una zona a forte rischio idrogeologico, pertanto è necessario mantenere permanentemente puliti fossi, canali e torrenti; sì perché le abbondanti precipitazioni in alcune parti della stagione possono provocare alluvioni e creare non pochi danni ad agricoltura e centri urbani. Cosa curiosa per quanto riguarda i Chiari, soprattutto quello di Montepulciano, è che oggi si vuole mantenere le loro acque. Le colmate naturali che tendono a riempire il già basso e melmoso lago di Montepulciano (circa quattro, cinque metri di profondità nel punto più alto), vengono infatti limitate da vasche di contenimento (piccoli laghi artificiali) che trattengono i sedimenti dei torrenti scaricando poi le acque pulite nel Chiaro. Non molti anni fa delle draghe ripulirono addirittura il fondale del lago proprio per ridurne l’interramento. Oggi si adottano cioè tecniche opposte a quelle che un tempo servirono per bonificare l’area; ciò al fine di poter conservare un’importante riserva d’acqua (dal 1880 ad oggi il Chiaro di Montepulciano ha ridotto di quasi ¾ la sua superficie) e tutelare un habitat naturale unico nel suo genere, in cui fauna ittica e particolari specie di uccelli migratori vi dimorano fin dal Medioevo. Il lago di Montepulciano è oggi un'oasi naturalistica, un paradiso per gli amanti della pesca, del birdwatching e per chi, come me, ama la natura non contaminata dal turismo di massa. Ma torniamo al nostro racconto. Non è che ami pagaiare in acque motose, stagnanti e maleodoranti, per di più con a galla numerosi pesci morti. Riscoprire con la canoa i piccoli canali e i numerosi anfratti del lago tra cannicci, ninfee, piante lacustri e uccelli acquatici valeva però il disagio causato dalla moria dei pesci e dalle acque maleodoranti. Ormai ero lì, mi ero equipaggiato a dovere, non potevo tornare indietro senza fare una sbracciata. Forse nel centro lago la situazione era migliore. Mi feci coraggio. Scesi la canoa dalla macchina, la misi a mollo ed iniziai a pagaiare lentamente. L'acqua, che di solito è del colore delle alghe e cioè verde, appariva marrone, più scura e maleodorante del solito persino nei tratti più profondi. Pagaiavo verso il centro del lago nella speranza che non vi fosse la moria ittica della riva, ma con rammarico osservai che i pesci morti erano un po' ovunque. Ogni due, tre pagaiate ce n'erano un paio stecchiti. 'Chissà che pesci sono?' - pensai. Tutti più o meno di misura standard tra i quindici e i venti centimetri di lunghezza, forma piuttosto tozza. Non ero un esperto, molti anni fa di tanto in tanto andavo a pesca con mio babbo e qualche amico ma la cosa non mi aveva mai appassionato più di tanto. Per quel che ne sapevo potevano essere tinche, carpe, persici o più probabilmente carassi; in fondo non c'era poi tanta differenza, erano semplicemente pesci morti. Il mio entusiasmo a vogare si era pian piano smorzato; l'acqua del lago era troppo sporca e maleodorante. Davvero un peccato perché mai avevo trovato acque così calme, ottimali per la canoa; di solito nel pomeriggio si alzava sempre un fastidioso vento. Sulla riva opposta a quella da cui ero partito numerosi gabbiani se la godevano, cibandosi avidamente dei defunti pesci. 'Mors tua vita mea' - riflettei. Per quei volatili doveva essere un paradiso. Sentivo il loro garrito, quasi fosse il grugnito di un porco, amplificato e più acuto. Quel suono era inquietante. Pagaiavo tra i gabbiani e questi non si spostavano dal loro cibo se non quando gli ero a circa un paio di metri di distanza. Per nulla spaventati della mia presenza, né dalla mia canoa bianco-azzurra, svolazzavano poco sopra la mia testa e sembravano studiarmi circospetti. Solitario in quella che un tempo era stata un'ancestrale palude mi sembrava di essere rimasto l'unico uomo sul globo terracqueo. Vi confesso che per la prima volta durante le mie lunghe e numerose escursioni canoistiche, quegli 'avvoltoi lacustri' m'intimorivano non poco. Era strano, ma non mi sentivo al sicuro. Una sensazione di paura mai provata prima in canoa, se non quando (qualche anno fa) risalii in solitaria il fiume Fiora, dal mare di Montalto Marina fin nell’entroterra di Montalto di Castro. Per quasi due chilometri nella solitudine più totale dovetti lottare con la corrente del fiume che nel tratto più a monte scendeva al mare e i numerosi e aggressivi tafani. La cosa peggiore comunque fu quando sentii uno sparo ravvicinato. Non era un cannoncino per spaventare gli uccelli nei campi seminati, era piuttosto un colpo d'arma da fuoco e la caccia in quel periodo era chiusa. Se un pazzo fosse uscito dagli alberi lungo la riva e avesse fatto fuoco su di me non avrei avuto scampo. Ero un bersaglio davvero troppo facile. Sarei di sicuro finito su una prima pagina di giornale, al Tg o in una di quelle tristi trasmissioni televisive pomeridiane in cui parlano solo di morti ammazzati in modo macabro e circostanze misteriose. Ebbi davvero paura. Ma torniamo ai gabbiani. Molto probabilmente la mia presenza estranea infastidiva il loro banchetto, quindi mi guardai bene dal proseguire l’escursione lungo la riva opposta del lago, quella più selvaggia, dove ve ne erano una moltitudine. Sapevo che questi uccelli a volte possono diventare aggressivi per difendere le loro uova o se si sentono minacciati, ma era solo teoria. Fatto sta, lo spavento che provavo mi innervosiva. Ero solo nel lago e questa non è mai una cosa positiva in caso di un qualsiasi problema. In più l'acqua sporca e puzzolente, i pesci morti, il sole sulla via del tramonto: il mio sesto senso mi suggerì che era meglio tirare i remi in barca. Decisi di tornare alla spiaggia da dove ero partito e dove avevo la macchina. Pagaiavo nervosamente quando colpii accidentalmente un gabbiano intento a mangiare il suo pesce. Pochi istanti e incredulo fui quasi accerchiato da una decina di quei volatili. Altri mi svolazzavano sopra la testa emettendo tetri garriti di guerra. Non potevo credere a quello che mi stava accadendo, ma quando uno di essi mi beccò alle spalle il braccio destro capii che era meglio raggiungere la riva il più in fretta possibile. La realtà a volte supera la fantasia e può trasformarsi in incubo. Ero diventato un bersaglio! I gabbiani mi attaccavano da ogni direzione. Usavo la pagaia come arma di difesa, di conseguenza non potevo pagaiare e restavo fermo in mezzo al lago. Colpivo uno, due gabbiani e quattro, cinque di essi mi beccavano. Braccia e gambe erano scoperte, una leggera t-shirt mi proteggeva appena il busto. Gridavo e roteavo la pagaia come un’elica impazzita. Per un attimo la battaglia sembrava vinta, i maledetti si diedero alla ritirata. La mia bianca maglietta si era macchiata del rosso del mio sangue. Gridai ancora e più forte, ma ero solo e si era fatto tardi. Il crepuscolo serale scendeva sul lago di Montepulciano e decine di gabbiani si fecero di nuovo avanti, pronti a sferrare un nuovo attacco. Ero sfinito. Raccolsi tutte le residue forze ed iniziai a pagaiare come un forsennato. Penso che avrei lasciato dietro persino Antonio Rossi. La paura a volte ti fa fare cose umanamente incomprensibili. Cinquecento metri in pochissimi secondi, poi persi l'equilibrio e caddi in acqua privo di sensi. Era la fine. Mi pareva di nuotare nella melma. Quando i miei polmoni respirarono acqua capii che non stavo sognando e una scarica di adrenalina mi destò di colpo. I gabbiani sembrarono concedermi una tregua, ma nella foga della caduta canoa e pagaia si erano allontanate e provare a raggiungerle sarebbe stata una sicura perdita di tempo. La riva era decisamente più vicina e dovevo assolutamente arrivarci a nuoto o sarei morto annegato. Era ormai quasi buio. Sentivo in lontananza il terribile garrito dei miei aggressori e mentre nuotavo in quell'acqua putrida, di tanto in tanto urtavo qualche pesce morto. Non volevo fare la stessa fine. Avevo il voltastomaco e le mie forze venivano meno, ma la salvezza era ormai a pochi metri. Il desiderio di vivere e l’istinto di sopravvivenza furono più forti di ogni altra cosa o pensiero. Non sarei morto quel giorno, né tantomeno in quel luogo. Raggiunsi la piccola spiaggia che era già buio, esausto. Il cellulare e le chiavi della macchina erano caduti in acqua, ma non me ne preoccupai. Ero vivo! M'incamminai con calma verso le luci di Mugnanesi, il piccolo paese sulla riva est del Chiaro di Montepulciano. ‘La paura di morire ti dà il coraggio di aggrapparsi alla vita’
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