Astronave Theos – L'evacuazione«Abbandonare la nave» esclamò Azakis disperato.
L'ordine perentorio del comandante si diffuse contemporaneamente su tutti i livelli della Theos. I pochi membri dell'equipaggio, dopo una breve esitazione iniziale, eseguirono automaticamente la procedura di evacuazione che avevano già tante volte simulato durante le esercitazioni per le emergenze.
«Ottanta secondi all'autodistruzione» annunciò nuovamente la calda e tranquilla voce femminile del sistema centrale.
«Forza Zak» gridò Petri. «Non ci resta molto tempo, dobbiamo filarcela.»
«Ma non possiamo proprio fare nulla per interrompere la sequenza?» replicò Azakis incredulo.
«Purtroppo no, amico mio. Altrimenti lo avrei già fatto, tu che dici?»
«Ma non è possibile» disse il comandante mentre veniva trascinato per un braccio dal suo compagno di avventure, in direzione del modulo di comunicazione interno numero tre.
«In realtà si potrebbe anche provare ad interrompere manualmente la procedura ma ci vorrebbero almeno trenta minuti e noi, di minuti, ne abbiamo sì e no uno.»
«Aspetta, fermati» esclamò allora Azakis liberandosi con uno strattone dalla forte presa dell'amico. «Non possiamo lasciarla esplodere qui. L'onda di energia che genererà la deflagrazione arriverebbe sulla terra in pochi minuti e la faccia esposta del pianeta sarebbe investita da un'onda d'urto gigantesca che distruggerebbe tutto quanto al suo passaggio.»
«Ho già predisposto il controllo remoto della Theos dalla navetta. La sposteremo quando ci saremo saliti, sempre se ti dai una mossa» lo rimbrottò Petri mentre afferrava nuovamente il braccio dell'amico e lo trascinava di peso in direzione del modulo.
«Sessanta secondi all'autodistruzione.»
«Ma dove la vuoi spostare?» continuò Azakis mentre il portello modulo di comunicazione interno si apriva sulla plancia della navetta al livello sei. «Non basterà un minuto per farle raggiungere una distanza tale da...»
«Ma la vuoi smettere di blaterare?» lo interruppe Petri. «Chiudi il becco e siediti lì. Ora ci penso io.»
Azakis, senza commentare ulteriormente, ubbidì all'ordine e prese posto sulla poltroncina grigia a fianco della consolle centrale. Così come aveva già fatto decine di altre volte in situazioni altrettanto pericolose, decise di affidarsi completamente alle capacità e all'esperienza del suo compagno. Mentre Petri armeggiava febbrilmente con una serie di ologrammi tridimensionali di manovra, pensò di controllare l'esito dell'evacuazione del resto dell'equipaggio, contattandone simultaneamente i singoli piloti. In pochi secondi tutti confermarono l'avvenuto distacco delle navette dall'astronave madre. Si stavano rapidamente allontanando. Il comandante tirò un grosso sospiro di sollievo e tornò a rivolgere la sua attenzione alle abili manovre del suo amico.
«Trenta secondi all'autodistruzione.»
«Siamo fuori» esclamò Petri. «Ora sposto la Theos.»
«Cosa posso fare per aiutarti?»
«Nulla, non ti preoccupare. Sei in buone mani» e gli strizzò l'occhio destro, così come gli avevano insegnato a fare i suoi amici terrestri. «Posizionerò la nave dietro la luna. Da lì non potrà fare nessun danno.»
«Accidenti» esclamò Azakis. «Non ci avevo pensato.»
«E' per questo che sono qui, no?»
«L'onda dell'esplosione si infrangerà sul satellite che ne assorbirà tutta l'energia. Sei un fenomeno amico mio.»
«E non farà certo danni sulla luna» proseguì Petri. «Lì non ci sono altro che rocce e crateri.»
«Dieci secondi all'autodistruzione.»
«Ci sono quasi...» disse Petri con un filo di voce.
«Tre... Due... Uno...»
«Fatto. La Theos è in posizione.»
Proprio in quell'istante, sulla faccia nascosta della luna, alle coordinate in gradi decimali latitudine 24,446471 e longitudine 152,171308, in corrispondenza di quello che i terrestri avevano chiamato cratere Komarov, vi fu uno strano movimento tellurico. Sulla superficie brulla e accidentata del cratere, come se una enorme lama invisibile vi si fosse improvvisamente conficcata, si aprì una grossa e profonda fenditura dai contorni incredibilmente perfetti. Immediatamente dopo, come se fosse stato sparato direttamente dall'interno del cratere, uno strano oggetto dalla forma ovoidale ne schizzò fuori ad una velocità incredibile e si diresse verso lo spazio, con una traiettoria inclinata di circa trenta gradi rispetto alla perpendicolare. L'oggetto rimase visibile solo per pochi secondi prima di sparire definitivamente in un lampo di luce bluastra.
Sulla navetta, dall'apertura ellittica che permetteva la visione dell'esterno, un bagliore accecante illuminò il nero e freddo spazio esterno, inondando l'interno della navetta di una luce quasi irreale.
«Amico mio, che ne dici di toglierci di qui?» suggerì Azakis preoccupatissimo, mentre osservava l'onda di energia espandersi e avvicinarsi rapidamente alla loro posizione.
«Seguitemi» gridò Petri nel comunicatore, rivolto ai piloti delle altre navette. Poi, senza aggiungere altro, manovrò il proprio mezzo e lo spostò velocemente al riparo dietro la faccia della luna che è sempre rivolta verso la terra. «Tieniti forte» aggiunse, mentre si aggrappava saldamente ai braccioli della poltroncina di comando sulla quale era seduto.
Attesero, in assoluto silenzio, il trascorrere di interminabili secondi, con lo sguardo fisso sullo schermo centrale, sperando che il repentino spostamento della Theos fosse riuscito a scongiurare una catastrofe sulla terra.
«L'onda di energia si sta disperdendo nello spazio» disse tranquillamente Petri. Fece una breve pausa poi, dopo aver verificato tutta una serie di incomprensibili messaggi apparsi negli ologrammi di fronte a lui, aggiunse «E la luna ne ha assorbito perfettamente la porzione diretta verso il pianeta.»
«Beh, mi sembra che tu abbia fatto proprio un ottimo lavoro, vecchio mio» commentò Azakis dopo aver ripreso nuovamente a respirare.
«L'unica che ci ha rimesso veramente è stata la povera luna. Ha preso proprio una bella botta.»
«Pensa a cosa sarebbe potuto accadere se l'onda fosse arrivata sulla terra.»
«Avrebbe fritto mezzo pianeta.»
«State tutti bene?» si affrettò a chiedere Azakis, tramite comunicatore, a tutti gli altri piloti che, seguendo le manovre di Petri, avevano anche loro posizionato le proprie navette al riparo del satellite. Risposte confortanti arrivarono in sequenza e, dopo che anche l'ultimo comandante ebbe confermato le perfette condizioni sia dell'equipaggio che del mezzo, si lasciò cadere sullo schienale della poltroncina e soffiò fuori tutta l'aria che aveva nei polmoni.
«E' andata bene» commentò Petri soddisfatto.
«Sì, ma ora che facciamo? La Theos non esiste più. Come ci torniamo a casa?»