3La pioggia batteva violentemente contro le persiane chiuse. Il sibilo del vento entrava da sotto le fessure delle finestre. L’inverno, alle porte, si preannunciava più freddo che mai.
Erano trascorsi due mesi dall’ultima volta che aveva visto Paolo. Aveva provato a cancellarlo dalla sua vita, annullando ogni ricordo di ciò che erano stati. Ma la ferita ricominciava a sanguinare ogni qualvolta riceveva un suo messaggio. Quella gentilezza ostinata, quel voler essere presente a tutti i costi, anche con un semplice: “Che fai?”, le violentavano l’anima, rinnovandole il ricordo dell’umiliazione di essere stata respinta dall’uomo che diceva d’amarla. Così, aveva preso l’abitudine di visualizzarli quei messaggi, ma di lasciarli, volontariamente, senza una risposta.
Il rumore di un tuono la distolse dai suoi pensieri. Guardò l’ora sul telefonino e si ricordò che aveva fame, visto che aveva saltato il pranzo. Aprì il frigo e prese una mozzarella. Guardò la data di scadenza.
“Perfetto: 3 ottobre, siamo al 15 novembre… Non credo sia ancora commestibile”.
Per sicurezza, tagliò la confezione nel lavandino e l’odore che si sprigionò per poco non la fece svenire.
“Ma che cavolo!”.
Un fulmine illuminò la stanza pochi secondi prima che andasse via la luce.
“Ecco, ci mancava solo questa”.
Nel buio più totale, si avviò a tentoni verso la scrivania, dove, era sicura, aveva riposto delle candele.
Un rumore di passi pesanti, attirò la sua attenzione. Qualcuno sul pianerottolo armeggiava con delle chiavi. Rimase in ascolto, mentre una strana inquietudine s’impossessò di lei. Si avvicinò al portoncino d’ingresso, per accettarsi che le chiavi fossero dentro la toppa, dove, di consuetudine, le lasciava ogni sera prima di mettersi a letto. Non aveva voluto cambiare la serratura. Conoscendo Paolo, era certa, non avrebbe mai tentato di rientrare in quella casa, senza il suo permesso. Sentiva la presenza di qualcuno fermo dietro la sua porta. Il fiato corto di chi ha corso. La paura stava prendendo il sopravvento sulla razionalità. Il cuore cominciò a galoppare come un cavallo imbizzarrito. Si sentiva soffocare. Cercava con tutta se stessa di stare calma, ma più si sforzava più otteneva l’effetto opposto. Si sedette a terra, con la testa tra le gambe. Provò a ventilare nella speranza di apportare più aria possibile ai polmoni. Che le stava succedendo? Una lacrima le scese veloce fin dentro la bocca. Era in balia del terrore. Il cervello proiettava figure grottesche sul pavimento e il vento che scuoteva gli alberi intonava una musica sinistra. Sentiva palesarsi la presenza spaventosa di un pericolo imminente. Lo poteva sentire respirare. Lo immaginò mentre forzava la porta. Quando ormai sentiva di non avere più alcuna speranza, le luci, quasi per magia, si riaccesero in tutta la casa. Scattò in piedi per controllare, dallo spioncino, che nessuno si fosse appostato dietro il suo ingresso. Fuori tutto era immobile, fatta eccezione dall’ascensore che era in discesa. Qualcuno era appena andato via.
Si asciugò le lacrime e corse in bagno. L’immagine riflessa nello specchio la spaventò. Aveva un aspetto orribile. Gli occhi erano gonfi dal pianto, le labbra smorte ed un pallore giallastro si era impossessato del suo viso.
“Ma che sto facendo?”. Si diede un ceffone così forte da farla sussultare. “Riprenditi in mano la tua vita. Deficiente!”.
Parlava con l’immagine di se stessa che da tempo non le apparteneva più.
Squillò il telefonino ripetutamente, prima che si decidesse a rispondere.
“Mamma?”
“Devo parlarti e non riagganciare perché è molto importante”.
“Certo…”.
“Devi rientrare in ospedale! Non posso più coprirti. Il periodo di aspettativa è finito e Luigi continua a farmi pressione. Sai quant’è stato difficile farti assumere in clinica! Ci siamo esposti parecchio. Devi riprendere a lavorare…”.
“Certo!”.
“Sara, guarda che questa volta non possiamo fare niente per te. Non preoccuparti di Paolo in questo momento è fuori, non vi capiterà d’incontrarvi nemmeno per sbaglio!”.
“Chi ti ha chiesto niente!”
“Bene! Volevo avvisarti che lunedì devi presentarti in reparto alle 7:00. Fai un po’ come vuoi!”.
Rispondendo a quella telefonata, aveva nutrito la speranza di poter giustificare in qualche modo l’insensatezza delle sue azioni da quando Paolo era andato via. Ma il tono freddo e formale della madre, non lasciava spazio a nessun chiarimento.
“Mamma…”.
“Dimmi!”.
Fece un lungo sospiro.
“Niente. Ci vediamo lunedì”.
“Ci vediamo lunedì”.
Il suono della telefonata interrotta le rimbombava nella testa. Rimase qualche istante a fissare il display illuminato poi, in un impeto d’ira, lo lanciò sul pavimento.