Chapter 7

893 Parole
Continente Atlantideo, Regno di Avalon. - Città di Atalon – Giorno di Nabu, 21 Addaru 8498 a.C. - “Elyarko ed i trentadue ladroni” La sera prima aveva tirato a far tardi e quando era giunto a casa la testa gli doleva per il gran bere. S’era buttato sul letto vestito e, stando supino, il soffitto della stanza girava, girava e continuava a girare vorticosamente. Le ubriacature di birra sono le più difficili da smaltire e quando Elyarko tentò di mettersi in piedi, il mattino dopo, lo fece con molta difficoltà. «Sarà bene che mi dia qualche secchiata d’acqua fredda.» si disse avviandosi all’esterno della casa. Uscì coperto da un semplice perizoma e non si accorse della presenza di una trentina di uomini, dalla faccia poco raccomandabile. Stavano seduti sull’aia giocando con i dadi, in gruppi di quattro. Elyarko dopo la doccia fredda, cominciò a realizzare che quegli uomini, con la faccia da bandito, erano i “suoi” uomini. La sera prima li aveva reclutati, bevendo con loro, in una bettola della città. «È dura il giorno dopo! Eh, capo?» gli disse in tono scherzoso uno degli uomini, che pareva essere molto rispettato dagli altri. «Dura, che cosa?» chiese Elyarko che, tra l’altro, non aveva capito perché gli stesse porgendo una fiasca, ricavata da una zucca secca. «L’ubriacatura! Il giorno dopo sembra di dover morire.» spiegò il caporione, insistendo a porgergli la fiasca affinché bevesse. «Ho un forte mal di capo e non mi va di bere» rispose Elyarko, scostando la mano che gli porgeva la fiasca. «Solo un paio di sorsi, capo... devi bere, se vuoi che ti passi» insistette l’uomo. «Che cosa contiene?» chiese, riferendosi al contenuto. «Quello di cui hai fatto indigestione: è la miglior birra della Città di Atalon.» Gli venne risposto, tra l’ilarità dei presenti. Poco ci mancò che, sentendo pronunciare quel nome, Elyarko non vomitasse. «Mi vien nausea, solo, a sentirne l’odore...» disse e poi aggiunse: «...ma se, proprio, devo.» allungò la mano, strinse le palpebre degli occhi, e tracannò un paio di sorsi, udendo un battimani generale. La birra scese lungo la gola. Era fresca, frizzante e pastosa. Elyarko temette di svenire di lì a poco, ma nulla accadde. Dopo qualche minuto, il cerchio di dolore attorno alla testa, si allentò e cominciò a sentirsi meglio anche di stomaco. «Hai visto capo?» chiese, con tono orgoglioso il caporione, porgendogli un uovo, forato dai due lati opposti, affinché ne bevesse il contenuto ancora caldo. «Effettivamente, va molto meglio...» ammise, con tono riconoscente, dopo aver succhiato l’uovo. Poi chiese: «... come ti chiami, ché non lo ricordo?» «Gordagedeon, ma gli amici hanno abbreviato il mio nome in “Gordon”. Chiamami pure Gordon.» «Sta bene anche per me... Gordon» disse, stendendogli la mano in segno d’amicizia. Era nata una spontanea simpatia reciproca ed Elyarko non si sarebbe pentito di ciò, come avrebbe potuto constatarlo nei mesi a venire. «Capo! Ci hai assunti, questa notte, mentre eravamo tutti brilli...» disse Gordon che poi aggiunse: «... per noi va bene qualunque cosa tu voglia farci fare. Siamo marinai senza famiglia e, pur di lasciare questo continente tremolante, ti seguiremo dovunque tu decida d’andare.» Era evidente che, la sera precedente, Elyarko doveva aver accennato a qualcosa del progetto. Quei ladroni di mare, con i ceffi da trivio, condividevano l’avversione per il Consiglio dei Trentatré e potevano divenire la scorta più fedele che Elyarko avesse potuto assoldare. La paura della fine imminente e l’alternativa che, con lui, veniva posta, faceva di loro le persone più affidabili. «Sono contento di sentire queste parole. Il vostro lavoro consiste, per ora, nel difendere le persone a me care ed il cantiere dov’è in costruzione il grande barcone con il quale lasceremo il Continente Atlantideo. Poiché siete marinai, darete una mano ai mastri d’ascia che arriveranno. La difesa di persone e cose sarà, tuttavia, la cosa principale e dovrete, quindi, essere armati, notte e giorno. Non solo questi saranno i vostri incarichi. Chi non è d’accordo può ritirarsi, ma chi resta deve fare... giuramento di cieca obbedienza e fedeltà!» disse Elyarko, con tono fermo della voce. Era il tono di chi comanda e non ammette d’essere contrariato. Gordon fece un cenno ai suoi compari e tutti s’inginocchiarono per il giuramento di obbedienza e fedeltà ad Elyarko. Giurarono tutti e nessuno pensò d’andarsene. «Per l'amore verso la Dea delle Tre Lune Incrociate e per la salvezza degli amici, tutti, della famiglia degli Elyarki, e nostra comune - da questo giorno in poi - per quanta saggezza e potere la Dea ci donerà, noi giuriamo! Noi sosterremo questi nostri fratelli, sia con l'aiuto sia con ogni cosa, così come, secondo giustizia, si devono sostenere i propri fratelli, a patto che facciano altrettanto verso ognuno di noi. Mai con Ekenato né con il Consiglio dei Trentatré, di cui egli è il malevolo servo, prenderemo accordo alcuno, che sia di danno a questi nostri fratelli, primo tra essi Elyarko. Sulle divinità del mare, su quelle dalla terra ed anche del cielo, noi giuriamo facendo patto di cieca obbedienza e fedeltà. Che le Deità, tutte, ci facciano perire, tra atroci sofferenze, se verremo meno. Giuriamo, come in effetti stiamo giurando, consenzienti, con questo patto di sangue!» dissero tutti in coro, con un’unica voce. «Sì, che patto di sangue sia... fino alla morte!» fece eco Elyarko, a sua volta.
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