Nel giardino della Cappella Espiatoria-2

2189 Parole
«Mi chiamo Berta» disse dignitosamente, come una duchessa di Versailles a un grazioso abate seduto ai suoi piedi. Il marito anche protestò nell’udire che Desnoyers lo chiamava “consigliere” come i suoi compatrioti, «I miei amici mi chiamano capitano. Io comando una compagnia della landsturm». Ed il gesto col quale l’industriale accompagnò queste parole rivelava la malinconia di un uomo incompreso, che disprezza gli onori che gode, per pensare unicamente a quelli che non possiede. Mentre pronunciava il discorso, Julio esaminò la sua piccola testa e la sua nuca robusta, che gli davano una certa somiglianza con un cane di guardia. Nella sua immaginazione vedeva l’alto e opprimente colletto dell’uniforme, dai cui bordi sorgeva un doppio ornamento di grasso rosso; i baffi diritti e ingommati assumevano un’aria aggressiva; La sua voce era tagliente e secca, come se scagliasse le parole... Così doveva lanciare l’imperatore le sue arringhe. E il borghese bellicoso, con istintiva simulazione, contrasse il braccio sinistro, appoggiando la mano sull’impugnatura di una spada immaginaria. Malgrado il suo gesto fiero e la sua oratoria da comando, tutti gli ascoltatori tedeschi risero strepitosamente alle prime parole, come uomini che sanno apprezzare il sacrificio di un “Herr Commerzienrath” allorché si degna di divertire una riunione. «Dice delle cose molto divertenti dei francesi», notò l’interprete a bassa voce. «Però non sono offensive». Julio aveva intuito qualcosa, nell’udire ripetute volte la parola “Franzosen”: fanciulli allegri, graziosi, imprevidenti. Quante cose potrebbero fare insieme loro e i tedeschi, se dimenticassero i rancori del passato. Gli ascoltatori germanici ora non ridevano più; il consigliere rinunciava al suo tono ironico; un’ironia imponente, schiacciante, di molte tonnellate di peso, enorme come la nave. Ora svolgeva la parte seria della sua arringa, e ne sembrava commosso lo stesso commissario. «Dice, signore», continuò l’interprete «che desidera che la Francia sia molto grande, e che un giorno marci insieme contro altri nemici... contro altri!» E ammiccava un occhio sorridendo maliziosamente, con lo stesso sorriso di comune intelligenza, che risvegliava in tutti quest’allusione al misterioso nemico. Alla fine il capitano-consigliere alzò la sua coppa per la Francia. «Hoch», gridò come se comandasse un’evoluzione ai suoi soldati della riserva. Per tre volte diede il grido, e tutta la massa germanica, levandosi in piedi, rispose con un Hoch! simile a un ruggito, mentre l'orchestra, collocata nell’antisala, prorompeva a suonare la Marsigliese. Desnoyers si commosse, un brivido di entusiasmo gli saliva per le spalle; gli s’inumidirono gli occhi, e nel bere lo champagne gli parve trangugiare alcune lacrime. Egli portava un nome francese, aveva sangue francese, e ciò che facevano quei gringos – i quali il più delle volte gli sembravano ridicoli e volgari – era degno di gratitudine. I sudditi del Kaiser festeggiare la data della Rivoluzione!... Credette di assistere a un grande avvenimento storico. «Benissimo!» disse ad altri sud-americani, che occupavano le mense vicine. «Bisogna riconoscere che sono stati molto gentili». Dopo, con la veemenza dei suoi ventisette anni, aggredì, nell’antisala, il gioielliere, scagliandogli sul muso il suo mutismo. Era l’unico di nazionalità francese che si trovava a bordo; avrebbe dovuto dire quattro parole di ringraziamento. La festa così finiva male per colpa sua. «E perché non ha parlato lei, che è figlio di un francese?» disse l’altro. «Ma io sono cittadino argentino», rispose Julio. E si allontanò dal gioielliere, mentre questi, considerando che “avrebbe potuto parlare”, dava spiegazione a quelli che lo circondavano. Era molto pericoloso immischiarsi negli affari diplomatici; inoltre egli “non aveva istruzioni dal suo governo”. E per alcune ore si credette un uomo che era stato sul punto di disimpegnare una gran parte nella storia. Desnoyers passò il resto della serata nel fumoir, attratto dalla presenza della “signora consigliera”. Il capitano della landsturm, sporgendo un enorme sigaro dai suoi baffi, giocava al poker con altri compatrioti, che lo seguivano in ordine di dignità e ricchezza. La sua compagna restava al suo fianco gran parte della serata, presenziando all’andirivieni dei camerieri carichi di bocks, e non si azzardava a prendere parte a questo enorme consumo di birra. La sua preoccupazione era quella di conservare un posto vuoto presso di sé, perché lo occupasse Desnoyers. Lo conservava per l’uomo “più distinto” di bordo, perché beveva champagne in tutti i pranzi. Egli era di media statura, bruno, con piccolo piede – che l’obbligava a raccogliere i suoi sotto le gonne – e la sua fronte appariva come un triangolo sotto due fila di peli lisci, neri, lucidi come lamine di lacca; era il tipo opposto degli uomini che la circondavano. Inoltre viveva a Parigi, nella città che ella non aveva mai visto, malgrado i numerosi viaggi in entrambi gli emisferi. «Oh, Parigi! Parigi!» diceva spalancando gli occhi e increspando le labbra, per esprimere la sua ammirazione allorché parlava da sola con l’argentino, «come mi piacerebbe andarci!» E perché le raccontasse le cose di Parigi, si permetteva alcune confidenze sui divertimenti di Berlino, però con verecondo pudore, ammettendo innanzi tutto che nel mondo vi è di più, molto di più, e che desiderava conoscerlo. Julio, passeggiando ora attorno alla Cappella Espiatoria, si ricordava, con un certo rimorso, della sposa del consigliere Erckmann. Egli che aveva fatto il viaggio in America per una donna; per riunire il denaro e sposarsi con lei... Ma immediatamente trovava di che scusare la sua condotta. Nessuno poteva sapere ciò che era avvenuto; inoltre egli non era un asceta, e Berta Erckmann rappresentava un’amicizia tentatrice in mezzo al mare. Nel ricordarla vedeva nella sua immaginazione un cavallo da corsa, grande, magro, biondo e dalle lunghe zampe. Era una tedesca moderna, la quale non riconosceva altro difetto al suo paese che la pesantezza delle sue donne, combattendo sulla sua persona questo pericolo nazionale con ogni specie di metodi alimentari. Il pranzo era per essa un tormento, e la sfilata dei bocks nel fumoir un supplizio di Tantalo. La sveltezza conseguita e mantenuta per questa tensione di volontà, lasciava più risibile la robustezza delle sue forme, il forte scheletro con poderose mandibole, e dei denti grandi, sani, abbaglianti, che alle volte davano origine alla considerazione irriverente di Desnoyers. “È snella, e al tempo stesso enorme”, si diceva nell’esaminarla. Però, pensandoci bene, finiva col trovarla la donna più distinta di bordo; distinta per un viaggio sull’oceano, elegante alla maniera di Monaco, con vestiti dai colori indefinibili, che facevano ricordare l’arte persiana, e le illustrazioni sui manoscritti medioevali. Il marito ammirava l’eleganza di Berta, lamentando in segreto la sua sterilità, quasi come un delitto di alto tradimento. La patria tedesca doveva la sua grandezza alla fecondità delle sue donne. Il Kaiser, con le sue iperbole da artista, aveva fatto constatare che la vera bellezza tedesca deve avere una statura minima di un metro e cinquanta. Quando Desnoyers entrò nel fumoir per occupare il posto che gli conservava la consigliera, il marito e i suoi opulenti compari tenevano inattivo il mazzo di carte sul tappeto verde. Herr Rath continuava con gli amici il suo discorso, e gli uditori si toglievano il sigaro dalle labbra, per lanciare dei grugniti di approvazione. La presenza di Julio determinò un sorriso di generale amabilità; era la Francia che veniva a fraternizzare con loro. Sapevano che suo padre era francese, e ciò bastava perché lo accogliessero come se arrivasse in linea retta dal palazzo del Quai d'Orsay, rappresentante la più alta diplomazia della Repubblica. La tendenza al proselitismo fece sì che tutti gli concedessero subito un’importanza smisurata. «Noi», continuò il consigliere, guardando fissamente Desnoyers, come se aspettasse da lui una dichiarazione solenne «desideriamo vivere in buona amicizia con la Francia». Il giovane Julio approvò con la testa, per non mostrarsi scortese; gli sembrava molto bello che la gente non fosse nemica. Per conto suo potevano affermare quest’amicizia quanto volevano; l’unica cosa che lo interessava in quel momento era un certo ginocchio, che cercava il suo sotto la tavola, trasmettendogli un dolce calore attraverso il pesante sipario di seta. «Però la Francia», proseguì lamentosamente l’industriale «si mostra burbera con noi. Sono anni che il nostro imperatore le tende la mano, con nobile lealtà, ed essa finge di non vederla.... Lei riconoscerà che questo non è corretto». A questo punto Desnoyers credette opportuno dire qualche cosa, perché l’interlocutore non indovinasse le sue vere occupazioni. «Forse non fate abbastanza. Se restituiste innanzi tutto ciò che le toglieste!...» Si fece un silenzio di stupore, come se fosse risuonato sulla nave il segnale d’allarme; alcuni che in quel momento si portavano il sigaro alle labbra, restavano con la mano immobile, alla distanza di due dita dalla bocca, aprendo gli occhi smisuratamente. Mentre lì c’era il capitano della landsturm, per dare forma alla loro muta protesta. «Restituire!» disse, con una voce che sembrava roca, per il repentino gonfiamento del suo collo. «Noi non dobbiamo restituire nulla, poiché nulla abbiamo tolto. Ciò che abbiamo lo guadagnammo col nostro eroismo». Il nascosto ginocchio si fece più insinuante, come se consigliasse prudenza al giovane con i suoi dolci sfregamenti. «Non dica di queste cose» sospirò Berta; «questo lo dicono i repubblicani corrotti di Parigi. Un giovane così distinto, che è stato a Berlino e che ha i parenti in Germania!…» Ma Desnoyers, di fronte a qualsiasi affermazione fatta con tono altero, sentiva un impulso ereditario di aggressività, per cui disse freddamente: «È lo stesso – come se io prendessi a lei l’orologio, e dopo le proponessi che fossimo amici, dimenticando ciò che è successo. Per quanto lei possa dimenticare la prima cosa, pure sarebbe bene che io le restituissi l’orologio». Il consigliere Erckmann volle rispondere tante cose in una volta, non riuscendo però che a balbettare, e saltando da un’idea all’altra. Comparare la conquista dell’Alsazia a un furto!... Una terra tedesca!... La razza... la lingua... la storia... «Ma dove sta la sua volontà di essere tedesca?» domandò il giovane senza perdere la calma. «Quando mai hanno consultato l’opinione degli Alsaziani?...» Restò perplesso il consigliere, come se fosse indeciso fra lo scagliarsi sull’insolente, o schiacciarlo col suo disprezzo. «Giovanotto, lei non sa quello che dice», affermò infine con maestà. «Lei è argentino, e non s’intende delle cose d’Europa». E i più assentirono, spogliandolo repentinamente della cittadinanza che gli avevano attribuito poco prima. Il consigliere con una rudezza militare gli aveva voltato le spalle e, preso il mazzo di carte, le distribuiva. Ricominciò la partita. Desnoyers, vedendosi isolato per questo sprezzante silenzio, sentì l’impulso d’interrompere il gioco con una violenza. Però l’occulto ginocchio continuava a consigliarlo alla calma, e una mano non meno invisibile cercò la sua destra, stringendola dolcemente. Ciò bastò perché egli recuperasse la serenità. La signora consigliera seguiva con sguardo fisso lo svolgersi del gioco. Egli guardava pure, e un sorriso malizioso gli contrasse lievemente gli angoli della bocca, nello stesso tempo che egli si diceva mentalmente, come conforto: “Capitano, capitano!... Tu non sai ciò che ti aspetta”. In terra ferma non si sarebbe più avvicinato a questi uomini; ma la vita su di un transatlantico, con la sua inevitabile promiscuità, obbliga alla dimenticanza. Il giorno dopo il consigliere e i suoi amici andarono in cerca di lui, ponendo in opera tutta la loro amabilità, per cancellare ogni ricordo fastidioso. Era un giovane “distinto”, apparteneva a una famiglia ricca, e tutti loro possedevano nel suo paese dei magazzini e altre industrie. L’unica cosa di cui ebbero cura fu di non menzionare più la sua origine francese. Era argentino, e tutti unanimi s’interessavano per la grandezza della sua patria e delle altre nazioni dell’America del Sud – dove avevano corrispondenti e imprese – esagerandone la loro importanza, come se fossero delle grandi potenze, commentando con gravità i fatti e le parole dei loro personaggi politici, dando a intendere che in Germania non vi era alcuno che non si preoccupasse del loro avvenire, predicendo a tutte loro una gloria futura, riflesso di quella imperiale, sempre che si fossero mantenute sotto l’influenza germanica. Malgrado queste gentilezze, Desnoyers non si presentò più, con la stessa assiduità di prima, all’ora del poker. La consigliera si ritirava nella sua cabina più presto del solito; la prossimità della linea equinoziale le procurava un sonno irresistibile, e abbandonava suo marito, che continuava il gioco. Julio da parte sua aveva delle misteriose occupazioni, che gli permettevano di salire sopra coperta soltanto dopo la mezzanotte. Con la precipitazione di chi desidera essere visto, per evitare sospetti, entrava nella sala da fumo parlando ad alta voce, e si sedeva vicino al marito di lei ed ai suoi amici. La partita era terminata, e un consumo di birra e grossi sigari di Amburgo servivano per festeggiare l’esito dei vincitori. Era l’ora delle espansività germaniche, dell’intimità fra uomini, degli scherzi insulsi e pesanti, dei racconti privi d’interesse. Il consigliere presiedeva con tutta la sua grandezza queste diavolerie degli amici, assennati negozianti dei porti anseatici, che godevano di grande credito nella Deutsche Bank, o bottegai installati nelle repubbliche della Plata, con una famiglia innumerevole. Egli era un guerriero, un capitano, e nell’esaltare ogni facezia insulsa con un riso che gonfiava la sua robusta nuca, credeva di stare nel bivacco con i suoi compagni d’armi.
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