Capitolo QuattroQuando la musica si fermò, Alexander si rese conto che, se fossero rimasti ancora vicini, la situazione sarebbe diventata sempre più imbarazzante. Tuttavia, lui non trovò la forza di allontanarsi da Catherine.
Nemmeno lei sembrava andare di fretta. Al contrario, lo fissò con le sue pozze verdi ed espressive.
Nel corso dei secoli trascorsi sulla Terra, non aveva mai riflettuto sull’attrazione umana, perché aveva sempre preferito argomenti più filosofici.
Eppure, in quel momento, avere delle conoscenze approfondite sull’argomento avrebbe potuto aiutarlo a interpretare il comportamento di Catherine.
Ovviamente, per un vampiro non era difficile sedurre una donna, perché era necessario soltanto soggiogarla con i suoi poteri. Tuttavia, sentì il bisogno di trattare con maggiore rispetto quella ragazza.
Voleva che anche lei lo desiderasse con la stessa intensità e, fino a quel momento, sembrava che lo ricambiasse.
«La musica si è interrotta,» gli fece presente.
Le sorrise. «Posso rimediare.»
«No, credo di aver ballato a sufficienza per questa sera,» rispose, anche se restò immobile.
Lui si concesse di ammirare le sue labbra carnose. Non era molto truccata, soltanto un accenno di rossetto e forse un po’ di colore sulle palpebre. La bellezza naturale di quella creatura era più irresistibile di qualunque altra cosa al mondo.
Per non parlare del suo profumo.
I suoi capelli gli ricordarono il profumo dei fiori estivi nel dipinto che avevano ammirato soltanto qualche minuto prima. Nei suoi occhi riconobbe il colore della rugiada mattutina che baciava il giardino sotto i raggi del sole, qualcosa che non gli capitava di vedere da parecchio.
All’inizio, non aveva avuto problemi a comportarsi da creatura della notte. Tuttavia, con lo scorrere del tempo, aveva cominciato a sentire la mancanza di piccole cose come quelle. In Catherine rivide tutto ciò che gli era mancato e molto di più. Vide la vita. Vide speranza.
Senza rendersene nemmeno conto, la ragazza si sollevò in punta di piedi, avvicinando i loro volti. Batté le ciglia e poi chiuse gli occhi.
Era la sua occasione.
Alexander smise di pensare e seguì l’istinto. La baciò sulle labbra dolci, che si dischiusero subito, permettendogli di assaporare la sua lingua.
Intossicante.
Fu sopraffatto dall’euforia… oppure dal desiderio? La voleva così tanto che concentrarsi sul resto divenne davvero difficile. I suoi sensi si affilarono. Il profumo floreale di Catherine continuò a inebriarlo, la sua pelle delicata lo incitò ad approfondire le carezze. Tuttavia, ciò che lo portò sull’orlo della follia fu il rumore del battito accelerato e il sangue che le scorreva tra le vene.
Come poteva resisterle?
Indietreggiò e le fissò la curva elegante del collo, dove notò la giugulare pulsante che prometteva di essere il pasto migliore della sua vita.
Non appena Catherine aprì gli occhi, tornò a concentrarsi sul suo viso.
«Mi dispiace, non volevo,» balbettò.
Le sorrise. «Sì, invece. Lo stesso vale per me.»
Catherine strinse le labbra ma non distolse lo sguardo.
Doveva resistere alla tentazione ancora per un po’. Qualcosa gli disse che, una volta cominciato, non sarebbe più riuscito a fermarsi, e l’ultima cosa che desiderava era farle del male.
«Raccontami di più su di te,» sussurrò quando la prese per mano e la accompagnò verso il letto, indicandole di sedersi con lui.
Catherine si fermò per un attimo, poi abbassò lo sguardo sulle loro mani intrecciate.
«Non c’è molto da dire...»
«Di che cosa ti occupi?» si limitò a chiederle, anche se desiderava conoscere qualcosa di più profondo. I suoi sogni, le speranze, la sua visione del mondo. Gli umani erano quasi sempre dei casi studio per lui, invece con lei cercava qualcosa di più.
«Be’, sai già da dove vengo. Mi sono trasferita qui per motivi di studio e, adesso che ho finito, mi sono messa alla ricerca di un lavoro e, finalmente, l’ho trovato.» Lo fissò con i suoi occhi verdi che lo supplicavano di ricevere affetto.
A quel punto, le accarezzò una guancia, apprezzando la pelle liscia e perfetta. Avrebbe provato lo stesso toccandole anche il resto del corpo?
«Lascia che indovini, qualcosa che riguarda l’arte?» le chiese.
Catherine spostò lo sguardo sul dipinto. «Sì, esatto. Mi piace essere circondata dalla bellezza. La Storia dell’Arte era la scelta più ovvia…»
Non riuscì più a resistere. Le lasciò la mano e le accarezzò il viso, premendo le labbra contro le sue nel tentativo di placare il desiderio sconvolgente che provava per lei. Fu del tutto inutile, però. Quei baci non fecero altro che alimentare il fuoco dentro di lui.
Comunque, anche lei sembrò ricambiare. Dopo un primo momento di timidezza, i baci di Catherine gareggiarono con i suoi, raggiungendo la stessa intensità e passione. Ancora stretti, l’uno tra le braccia dell’altra, caddero sul letto.
Cat non riusciva ancora a credere a dove si trovava e con chi. Quel genere di cose non accadeva alle ragazze come lei.
A differenza di Shelly. Perché immaginava benissimo la sua amica in quella stanza, con un uomo come Alexander.
Era fantastico sentire le sue mani che la accarezzavano.
Anche se in un primo momento si era mostrata agitata, la passione che le aveva riservato le era stata utile per lasciarsi andare. Quell’atteggiamento non era per niente da lei, così da sporcacciona. Aveva bisogno di una serata come quella, forse più di quanto avrebbe mai ammesso a se stessa.
Era trascorso un po’ dal suo ultimo appuntamento e Alexander la aveva rammentato quanto fosse bello essere desiderati.
Le accarezzò le curve mentre lei esplorava il suo corpo tonico e muscoloso attraverso i vestiti. Sembrava tutto così perfetto. C’era soltanto un problema… non era del tutto sicura dell’aspetto del suo amante misterioso.
Non poteva più tenere a bada la curiosità.
Allungò una mano e gli sollevò con attenzione la maschera. Per un attimo, restò incantata dai lineamenti simmetrici, gli zigomi alti e la carnagione quasi d’avorio. Era bellissimo, proprio come…
Oh mio Dio.
Indietreggiò, in preda al panico. Era identico all’uomo del dipinto che aveva ammirato prima, quello che raffigurava una scena di caccia.
L’opera così realistica che non era riuscita a ignorare.
L’aveva osservata da vicino ed era più che certa che avesse almeno un centinaio di anni.
Com’era possibile che un’opera così antica ritraesse lo stesso uomo al suo cospetto?
Dimenticò di respirare quando provò ad allontanarsi da lui.
L’avrebbe messa nei guai.
Era pericoloso.
Capì quello che il suo istinto aveva cercato di comunicarle. Aveva messo da parte quelle sensazioni perché desiderava essere bramata.
Era tutto troppo bello per essere vero. Quell’uomo non apparteneva al loro mondo. Non era possibile.
Con il cuore in gola, provò ad allontanarsi da Alexander, che non sembrò notare il cambiamento in lei quando provò a ribaciarla.
Cat serrò le labbra e lo scansò, cadendo dal letto, proprio in mezzo alle scarpe che aveva lasciato prima. Raccolse la borsa e non si guardò indietro quando cominciò a correre.
«Che cosa è successo?» sentì la voce di Alexander alle sue spalle. «Catherine?»
Non gli doveva una spiegazione. Doveva solamente scappare.
Con il cuore a mille, corse giù per le scale, tenendo le scarpe ancora in mano. Non appena raggiunse l’ingresso, alcune persone la notarono, ma la sua unica preoccupazione era ritrovare Shelly.
Si guardò attorno e la vide parlare con un tipo vestito da pirata. Grazie a Dio.
«Shelly,» la chiamò. «Shelly!»
Shelly aggrottò la fronte quando la vide con i capelli arruffati e a piedi scalzi. «Che succede?»
«Dobbiamo andarcene,» le rispose.
Shelly lanciò un’occhiata all’uomo con cui stava parlando e poi tornò a concentrarsi su di lei. «Perché? Che cosa è successo?»
«Non ho tempo di spiegarti. Ti prego. Fidati di me e andiamo.»
Shelly si voltò verso il suo nuovo amichetto. «Ci scuseresti per un attimo?» Poi tornò a fissare Cat, trascinandola in un angolo più tranquillo.
«Qualcuno ti ha aggredito? Dov’è? Gliela farò pagare cara!» esclamò Shelly.
Cat scosse il capo. «No, ho deciso io di salire al piano di sopra. Non è… ascolta, è una lunga storia. Possiamo andare adesso?»
«Non ti hanno aggredito, allora?»
«No.» Non ancora, comunque.
«Non sei ferita, vero? Stai bene?» le chiese.
Prese un respiro profondo e fissò i piedi nudi. Deve sembrare davvero strano.
In effetti, alcune persone avevano già cominciato a fissarla. Dato che non era più con Alexander, cominciò a riflettere sull’assurdità di quella situazione. Era impossibile che un uomo con più di cent’anni avesse quell’aspetto. Nessuno le avrebbe creduto, nemmeno Shelly.
«Sto bene. Voglio solamente andarmene,» mormorò.
«Non ti capisco. Stai bene… va tutto bene, ma tu vuoi andare via. La gara per i costumi non è ancora iniziata e credo di avere davvero buone possibilità di vincere.» Shelly strizzò gli occhi e inclinò la testa. «Non ti andava proprio di venire, vero?»
Nel frattempo, il suo accompagnatore si avvicinò per chiederle: «Vado a prendermi da bere. Ti porto qualcosa?»
Cat lo fissò con aria sconvolta. A che cosa stava pensando? Perché le aveva interrotte in quel modo?
Era chiaro che Shelly non fosse altrettanto infastidita. «Vorrei dello champagne. Tu vuoi qualcosa?» le chiese con un sorriso.
Cat scosse il capo. A chi importa.
Non aveva niente. Nessuna spiegazione per convincere la sua amica ad andare via.
«Vado a casa. Ci vediamo presto,» borbottò.
«Oh, andiamo, non fare così! Resta ancora un po’! La festa è appena cominciata.» Shelly mise il broncio. «E la gara inizierà tra pochi minuti...»
«Come ti pare. Io vado via.» Indossò le scarpe e sistemò i capelli prima di uscire. Nonostante i tentativi di rendersi di nuovo presentabile, percepì gli sguardi dei presenti.
Forse era quello che si provava quando si percorreva la famosa “sfilata della vergogna”.
Non appena le porte si aprirono, una folata di aria gelida la travolse, facendole venire la pelle d’oca. Per fortuna, trovò una serie di taxi in attesa. Salì sul primo che vide e sospirò per il sollievo quando chiuse lo sportello.
«Shepherd's Bush, per favore.»