GIGIO
1983
Nel bosco sotto Primiglio, nascoste tra i castagni e le querce, c’erano, a debita distanza tra di loro, delle piccole casupole di legno. Avevano un tetto spiovente da un lato solo, una porta di ingresso con una finestrella incorporata e altre tre finestrelle sugli altri lati. Le usavano i cacciatori nella stagione venatoria per appostarsi e tirare di nascosto a piccoli mammiferi e volatili. Non di rado i pallini prendevano qualche essere umano che si avventurava tra i boschi nel periodo sbagliato o un cacciatore concorrente che si era spinto troppo in là. E non di rado venivano utilizzate anche nei periodi non previsti dalle norme nazionali, cosa che faceva infuriare Rolando, suo padre e la maggior parte dei suoi amici. I fucili, purtroppo, non erano l’unico strumento utilizzato. Uno di loro in particolare, il giovane Igor Cioni, amava ricorrere a discutibili metodi alternativi. In primis le tagliole, ma era stato costretto suo malgrado a rimuoverle dopo che un cercatore di funghi ci aveva quasi rimesso una gamba. Si era preso una denuncia e aveva trovato attaccati alla sua casupola numerosi messaggi minatori dove appariva chiaro che la tagliola gliel’avrebbero presto messa per collana se si fosse ostinato a utilizzarle ancora. Passò al laccio, inoffensivo per gli esseri umani, ma una devastante tortura per i piccoli e medi mammiferi.
Nell’ottobre dell’83 Rolando e Rebecca erano usciti una mattina insieme al padre per andare a cercar castagne, Riccardo adorava un dolce chiamato castagnaccio, il gnaciu, come lo chiamava lui. Ai figli non piaceva molto, ma le caldarroste le mangiavano molto volentieri, le mettevano sulla stufa della nonna e le trangugiavano fino a farsi venire mal di pancia. Ovviamente non erano gli unici ad avere un debole per quei frutti e per trovare i migliori occorreva addentrarsi nel bosco più in profondità. Al mattino l’autunno era stupendo, il sole che filtrava tra i rami che iniziavano a spogliarsi e con le foglie che viravano dal verde al giallo all’arancione e al marrone, il cielo terso di un blu cobalto che rapiva lo sguardo, il terreno morbido e umido di rugiada, i piedi che sparivano silenziosamente nel basso sottobosco tra le foglie già cadute, qualche scoiattolo a spiare dall’alto i loro movimenti, un odore di natura pulita e fertile. Procedevano in silenzio reggendo ognuno una cesta in vimini e fermandosi di volta in volta a raccogliere le castagne, molte delle quali ancora protette dai loro ricci. Rolando d’un tratto si bloccò tendendo le orecchie. Un flebile guaito giungeva da un punto indefinito nel bosco. Anche il padre e la sorella riuscirono a sentirlo. Cercando di seguirne la fonte si diressero verso il lamento, talvolta si faceva più debole, non è semplice orientarsi seguendo i suoni, basta un po’ di vento e il suono cambia direzione, basta qualche albero in più e il suono viene deviato o attutito. Ci misero un po’, ma alla fine lo trovarono. Era un cane col pelo grigio di media lunghezza, sembrava uno spinone, avrà avuto si e no un anno di vita, forse meno, aveva ancora l’aspetto pacioccoso dei cuccioli. La zampa anteriore destra era bloccata da un fil di ferro che gli si era serrato intorno quando l’aveva inavvertitamente toccato.
“Sarà uno dei legacci di quel porco di Cioni” disse il padre. “Guardate, più tira per liberarsi e più si stringe. Ci sono animali, come le volpi, che quando finiscono dentro ’ste maledette trappole arrivano a mordersi l’osso della zampa fino a reciderlo pur di liberarsi. Una tortura che riserverei io a qualcuno!” continuò parlando più che altro con se stesso.
“Cerchiamo di liberarlo e speriamo che la zampa non sia troppo compromessa.”
Il cane rimase fermo immobile, era affamato, assetato e spaventato. Li lasciò fare.
Riuscirono a liberarlo, appena sopra la zampa si vedeva un segno netto e profondo del fil di ferro, probabilmente aveva scavato le carni fino all’osso, o poco ci mancava. Il cane tremava e guaiva mentre il padre lo portava in braccio fino a casa.
“E questo chi è?” chiese allarmata la madre quando li vide tornare anzitempo con le ceste quasi vuote.
“È solo un cane ferito, mamma!” rispose Rolando.
“Non penserete di tenerlo qui, vero?” continuò lei.
“Ma mamma! Abbiamo un giardino! E poi sta male, dobbiamo curarlo!”
“Lo portiamo da un veterinario, allora. E poi una volta guarito torna da dove è arrivato. Chiaro?”
“Sì sì, non ti preoccupare” le rispose il marito, senza peraltro riuscire a rassicurarla.
Lo curarono e lo accudirono finché riuscì a recuperare completamente l’uso della zampa, poi rimase con loro per i tre anni seguenti.
“Come lo chiamiamo?” chiese una sera a cena il padre.
Sua moglie sbuffò, Rebecca non lo sentì perché era imbambolata davanti alla tv, Rolando avrebbe voluto rispondere Grigio, giusto per presa di spunto dal colore del pelo, ma aveva la bocca piena e il suono che uscì fu Gigio. E così fu battezzato il quadrupede.
Era un cane sveglio e imparò in fretta cosa poteva fare e cosa no e chi ingraziarsi. Di notte dormiva in stanza con Rolando, di giorno ubbidiva alla madre.
Prese a farsi qualche giro per il paese in completa autonomia a mendicare cibo e qualche affettuosa attenzione, col tempo estese le sue escursioni al bosco di sotto, attraversando la strada sulle strisce e guardando ai due lati prima di attraversare come aveva imparato a fare osservando Rolando quando lo seguiva a giocare tra i castagni. Una mattina di primavera Rolando stava dirigendosi, come tutte le mattine, verso la fermata dello scuolabus, era sufficiente attraversare la strada sul passaggio pedonale e la fermata era dritta di fronte; era sovrappensiero quella mattina e si diresse verso la carreggiata a passo svelto e sicuro senza curarsi di guardare di lato prima di passare. Stava per iniziare l’attraversamento quando si sentì tirare violentemente all’indietro, qualcosa l’aveva agganciato allo zaino e lo fece cadere a terra battendo una forte sederata. Nello stesso istante un’auto proveniente da sinistra passò ad alta velocità a pochi centimetri dai suoi piedi, poi qualcosa di umido e caldo gli passò sulla guancia, fin quasi sulla bocca: era la lingua di Gigio che, con ogni probabilità, gli aveva appena salvato la vita.
Come guardiano non era un granché, nemmeno con i gatti che invadevano il suo territorio, anzi in diverse occasioni l’avevano trovato addormentato in giardino con un paio di felini acciambellati al suo fianco. Di tanto in tanto ringhiava fissando il bosco di sotto, probabilmente percependo presenze a lui ostili, forse cacciatori o animali selvatici. Il suo girovagare si fece via via più frequente e le sue assenze andarono prolungandosi.
Tre anni dopo, in un tardo pomeriggio di autunno, quando il padre di Rolando era già stato cacciato da casa da più di un anno, Gigio si alzò di scatto e si mise ad ululare verso il bosco, era molto inquieto già da alcuni giorni, ma era la prima volta che ululava così insistentemente. Poi raggiunse Rolando che era uscito per vedere cosa stesse succedendo e si sedette di fronte a lui. Rolando si chinò per guardarlo più da vicino e Gigio gli diede la zampa fissandolo con due occhi grandi ed espressivi. Capì che lo stava salutando e le lacrime iniziarono a rigargli il volto, aveva da poco perso il papà e la nonna, adesso sarebbe rimasto ancora più solo, ma sapeva che non avrebbe potuto in alcun modo trattenerlo se non legandolo a una catena, cosa che non faceva parte neanche lontanamente dei suoi pensieri, gli animali dovevano essere liberi, sempre. In cuor suo sperava di poterlo rivedere di tanto in tanto, magari quando scendeva a giocare nel bosco o magari vedendolo arrivare a casa all’improvviso, ma non voleva illudere se stesso e quindi prese a considerare la cosa come inevitabile e come giusta, se doveva andar così doveva andar così. Gli fece una carezza sulla testa, poi lo abbracciò e lo tenne stretto, lasciando cadere le lacrime sul suo pelo. “Ciao Gigio, ciao amico mio” gli disse sciogliendo l’abbraccio. Gigio si avviò verso il cancello, varcandolo, e si voltò un’ultima volta verso Rolando, poi sparì. Il ragazzino lo seguì con lo sguardo e lo vide dirigersi verso il bosco.