BINARIO 2

2051 Parole
BINARIO 2 1930 Nel 1870 la SFAI completò e inaugurò la linea ferroviaria che collegava Castagnole a Mortara, passando per Asti e per Casale Monferrato e, oltre a offrire a molte persone un comodo e rapido mezzo di trasporto, fece sì che Ottavio e Norma si potessero incontrare. In una fredda mattina di marzo nel 1930 Ottavio Cacciabue, ai binari di smistamento della stazione di Asti, stava armeggiando con gli organi di aggancio di un convoglio merci da comporre entro fine mattinata. Al binario 2 si fermò un treno proveniente da Casale Monferrato, sapeva che era così perché era in ritardo di venti minuti, come tutti i giorni. Dal vagone di coda, per ultima, scese una bella ragazza coi capelli neri raccolti in un foulard, fece due passi incerti sulla pensilina e cadde lunga distesa come fosse morta. Ottavio si precipitò a soccorrerla. Era bianca come un cencio e respirava a fatica. Lui non sapeva nulla di tecniche di rianimazione, ma si rese conto che il cuore batteva ancora e comunque respirava, flebilmente ma respirava. Si mise a gridare aiuto e in pochi istanti accorsero altre persone. Insieme cercarono di rianimarla ma non sembrava reagire, non restò che sollevarla a forza, caricarla su una carrozza e portarla di corsa al nosocomio di Asti. Il medico che la prese in cura chiese se gli accompagnatori fossero dei parenti, ma nessuno di loro lo era. Era da sola, nessuno la accompagnava nemmeno sul treno. Ottavio disse ai colleghi che sarebbe rimasto lui almeno finché si fosse risvegliata oppure fosse morta e che loro tornassero di corsa in stazione a finire il convoglio, altrimenti avrebbero passato tutti dei guai. Tre ore dopo avvistò lo stesso medico in un corridoio e gli andò incontro per chiedergli informazioni sulla giovane donna. Visto che sembrava essere l’unico a nutrire un certo interesse per quella povera ragazza, il dottore gli confidò che si era risvegliata, ma era molto debole e faticava a respirare e probabilmente avrebbe vissuto per sempre così, forse anche peggio col passare degli anni. Il male di cui soffriva era con ogni probabilità asbestosi. Ottavio annuì anche se in realtà non aveva la minima idea di cosa fosse l’asbestosi. Nemmeno Norma Enrichetti, allora ventottenne, aveva idea di cosa fosse l’asbestosi, però ce l’aveva per davvero. Un regalo poco gradito dei quasi sette anni passati a lavorare in mezzo alle polveri volatili dell’Eternit. Ci giocavano perfino con quella polvere, soprattutto i più giovani, sembrava farina brillante, era leggerissima e addirittura piacevole al tatto e aveva fibre così sottili da non poter essere viste a occhio nudo e da non poter nemmeno essere fermate dai filtri naturali delle vie aeree umane, fibre che si insediavano giù giù nelle più remote cavità degli alveoli polmonari devastando poco a poco la loro funzionalità. Era un processo cronico e irreversibile e quasi sempre lento, di norma servivano un paio di decenni per mostrare degli effetti evidenti, ma in certi casi la patologia evolveva molto più rapidamente e Norma Enrichetti era uno di questi casi. “Vada a vederla di persona, se crede” disse il medico ad Ottavio. “Ma io veramente non so nemmeno chi sia, non vorrei esser poco opportuno.” “Mi sembra che nessun altro l’abbia accompagnata, adesso cercheremo di capire da dove viene e se ha qualche parente da avvisare. Veda lei, mi sembra una signorina triste e malata, un gesto di interesse, quand’anche da uno sconosciuto, non potrà certo farle male.” “Viene da Casale. È scesa dal treno che viene da Casale, io lavoro alla stazione e ho visto bene.” “Ecco, vede, ne sa già più lei di noi” gli sorrise il medico. “La saluto, ora ho altri pazienti da visitare.” Ottavio rimase incerto per qualche minuto, poi si armò di coraggio e andò a cercarla. La trovò distesa in un letto in una stanza con altre quattro donne, tutte caratterizzate da un aspetto poco salubre e prese da accessi di tosse. Si accorse di avere il cappello in testa, a marzo faceva ancora freddo, se lo tolse subito imbarazzato stringendolo al petto con la mano destra. La guardò, aveva ripreso un po’ di colorito ma aveva gli occhi cerchiati. Era bella, dietro l’aspetto malato si intravedeva nettamente un viso dai lineamenti delicati ed eleganti, lo sguardo era triste e affaticato ma al tempo stesso vivo e speranzoso. “Signorina, buongiorno” bofonchiò. Lei lo osservò stupita. “Ecco, ehm...” continuò “l’ho portata io qui, io e i miei colleghi della stazione voglio dire, quando è scesa dal treno ed è caduta. Ricorda?” “Oh sì” sorrise “ricordo sì, grazie, grazie mille, davvero.” Il suo sorriso sembrava un fiore che sbocciava. Ottavio era confuso ed estasiato. “No, non mi ringrazi, era il minimo, non potevamo certo lasciarla lì per terra.” “Già, qualcuno prima o poi si sarebbe inciampato su di me” rise alla sua stessa battuta. Rise anche Ottavio, sincero. Si chiedeva come facesse quella giovane donna che poco prima sembrava quasi morta a ridere e scherzare sulle sue stesse sventure. “Senta, signorina.” “Norma, mi chiamo Norma” lo interruppe. “Oh certo, ha ragione, le chiedo scusa, non mi sono nemmeno presentato. Ottavio Cacciabue, al suo servizio” si avvicinò a lei porgendole la mano. “Norma Enrichetti” cercò di tirarsi su a sedere ma un attacco di tosse la costrinse a desistere. “Mi scusi, questa tosse proprio non mi dà tregua.” “Non si preoccupi, signorina Norma, ci mancherebbe, stia comoda e pensi a riprendersi. Il dottore mi ha chiesto se ero un suo parente o se conoscevo qualcuno da avvisare.” Norma si oscurò in volto poi disse che i suoi parenti erano lontani e non c’era bisogno di avvisare nessuno, lei se la cavava da sola. Ottavio rimase perplesso e pensò che gli stesse nascondendo qualcosa, ma in fondo non erano affari suoi e non chiese nulla per non sembrare invadente. “Capisco” le disse “credo che la terranno qui per qualche giorno finché non si sarà un po’ rimessa. Se per caso ha bisogno di qualcosa me lo dica.” “La ringrazio ma le ho già creato troppo disturbo, non si preoccupi per me. Anzi, forse lei ha altro da fare, le ho già fatto perdere troppo tempo.” “Allora io vado, signorina Norma, e cerchi di rimettersi.” “Lo farò” gli promise. Il giorno dopo Ottavio tornò all’ospedale e lei non parve poi così dispiaciuta della cosa. “Buongiorno signorina, perdoni la mia invadenza, ma ho pensato che questi potevano farle comodo.” Le porse una borsa, dentro c’erano degli abiti femminili puliti. Lo stupore si dipinse sul suo volto. “Ma questo è troppo, non posso accettare!” gli disse porgendogli indietro la borsa. “Mi permetta di insistere, altrimenti mia madre mi tirerà le orecchie quando rientro a casa” disse lui ridendo. “Non è stata un’idea mia, devo essere sincero. Ieri sera ho raccontato a mia madre cosa era successo e lei ha pensato che degli abiti puliti possono tornare molto utili quando si deve stare in ospedale. Li accetti, non è un regalo, poi me li restituirà quando non le serviranno più.” Era stupita e commossa. In effetti era stata un’idea eccezionale, che solo una donna poteva aver avuto, iniziava già a sentirsi sporca negli abiti del giorno prima e non aveva altro con cui cambiarsi. “Allora, se le cose stanno così, ringrazi moltissimo sua madre da parte mia e le dica che glieli restituirò puliti e stirati” disse tra un colpo di tosse e l’altro. Rimasero in silenzio per un po’. Poi lei gli chiese: “Perché fa questo per me, Ottavio? Non mi conosce nemmeno e io non voglio esser di peso a nessuno.” Cosa rispondere? Iniziava a sentirsi imbarazzato. “Perché no?” disse lui. “Mi ha detto che è da sola e non ha nessuno da avvisare, ecco, a me farebbe piacere nella stessa situazione se qualcuno si prendesse cura di me. Adesso devo proprio scappare al lavoro, signorina, tornerò appena posso se ha ancora bisogno di qualcosa.” Finì velocemente tutto d’un fiato e se ne andò rapidamente, quasi da maleducato, si sentiva accaldato e aveva bisogno d’aria. Tornò il giorno seguente. E quello dopo ancora. Le portò dei fiori, la qual cosa fece ammiccare le compagne di stanza di Norma e fece affiorare un sorriso negli occhi di lei. Si conobbero un po’ meglio e iniziarono a darsi del tu e a chiamarsi per nome. Ottavio scoprì che erano pressoché coetanei, 28 lei 30 lui, e scoprì che lei lavorava da anni nei reparti produttivi della Eternit a Casale Monferrato, che aveva una famiglia abbastanza numerosa con cui non andava per nulla d’accordo, il fatto stesso che lei, donna, lavorasse proprio non andava giù al padre, ma lei non se ne curava. Era venuta ad Asti in seguito all’ennesimo attacco di tosse, ma questo era stato più violento del solito con evidente perdita di sangue dalla bocca, sperava che qui all’ospedale avrebbero potuto curarla e poi sarebbe tornata a Casale. Invece le cose andarono diversamente. Il quinto giorno i medici la dimisero, ma le dissero che con ogni probabilità i suoi problemi erano legati all’ambiente di lavoro, ne avevano già visti molti in condizioni simili alle sue provenire dalla stessa fabbrica, non poteva essere solo una coincidenza e che se fosse tornata a lavorare lì probabilmente presto ne sarebbe morta. Solo che lei un altro lavoro non ce l’aveva e non aveva nemmeno nessuno che la potesse mantenere e per nulla al mondo sarebbe tornata a casa con la coda tra le gambe a mendicare cibo e pietà a suo padre e sua madre. Così, tra mille imbarazzi, Ottavio si permise di chiederle se avrebbe accettato di trasferirsi a casa sua. Lui e la madre vivevano insieme appena fuori Asti in una casa che un tempo era una cascina, la casa non era molto bella ma era grande e c’erano stanze in abbondanza, inoltre sua madre non era più molto in salute e avrebbe accettato molto volentieri la presenza di qualcuno che le desse una mano nelle faccende di casa, naturalmente avrebbe ricevuto un compenso per i suoi servigi. Era convinto che lei avrebbe rifiutato, non solo, l’avrebbe anche insultato per essere stato così avventato nei confronti di una giovane donna sola e malata, come poteva pensare di approfittare di lei in questo modo? Certo, pensava tra sé Ottavio, è un po’ imprudente una richiesta così, anzi quasi inopportuna. Si era pentito di averglielo domandato nel momento stesso in cui aveva finito di farlo. Eppure lei disse di sì. Accettò ponendo una sola condizione, che se fosse stata in grado di trovarsi un lavoro nel senso stretto del termine nessuno le avrebbe impedito di accettarlo e se ne sarebbe andata a vivere per conto suo per non pesare più su di loro. Era un modo elegante per non farsi mettere in catene, pensò Ottavio, ma ad ogni modo non era certo sua intenzione incatenare nessuno. Poi andò che Norma si trovò meglio del previsto, la madre di Ottavio era una signora deliziosa, testarda e orgogliosa, un po’ come lei in fondo e si trovarono bene l’una con l’altra. Effettivamente aveva sì bisogno di aiuto, soprattutto per le mansioni più fisiche, ma non lo chiedeva mai e cercava in ogni modo di restare autosufficiente, diceva che farsi aiutare la faceva sentire menomata e che a un certo punto sarebbe stato meglio esser morta piuttosto che di peso agli altri. Accadde esattamente questo, un mattino del 1936 non si svegliò più, ormai aveva la forza giusto per trascinarsi in giro col bastone e passava le sue giornate con uno sguardo triste e assente. Quando Norma andò per svegliarla vide l’anziana signora giacere serena nel suo letto e sul volto aveva l’ombra di un sorriso. Pianse come una bambina, ma in cuor suo fu felice per lei e così lo fu Ottavio. Rimasero a vivere lì loro due finché il destino gli concesse di stare insieme, si erano sposati circa un anno dopo essersi conosciuti. Ottavio si era innamorato di lei quasi subito, con quell’afflato spontaneo con cui ci si potrebbe innamorare di un cucciolo ferito, lei ci aveva messo un po’ di più ma alla fine aveva capitolato, d’altro canto non aveva mai incontrato un uomo così gentile e attento nei suoi confronti, a tratti un po’ rozzo e gretto, ma sempre rispettoso e gentile. Figli ne avrebbero anche voluti, ma forse complice la salute cagionevole di lei non riuscirono ad averne. Se ne fecero una ragione, forse il buon Dio voleva così e così doveva essere. Un lavoro vero e proprio Norma non lo trovò più, quando riusciva faceva lavori di sartoria in casa per il vicinato, la madre di Ottavio era una sarta eccellente e le aveva insegnato molto prima di andarsene, ma c’erano giorni in cui non riusciva quasi ad alzarsi dal letto per la difficoltà a respirare e i fazzoletti si macchiavano di rosso sempre più di frequente, tuttavia la sua volontà era più forte della malattia e, seppur con molte difficoltà, tirò avanti fino al ’39.
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