Il suono del campanello alla porta lo fece trasalire. Doveva essere suo padre che era ritornato dalla scuola. Alessandro riposò la cornice impolverata sulla cassettiera di sua sorella, e si rivestì in tutta fretta. Ripiegò la biancheria gualcita di Monia, superò in fretta l'eccitazione che risvegliò in lui il tocco degli indumenti leggeri, lisci, proibiti al suo sesso. Il pensiero che suo padre potesse trovarlo vestito da donna gli diede un attacco di nausea. Da bambino provava per lui un rispetto reverenziale, misto a timore e all'ossessione di deluderlo in qualsiasi cosa. Era stato un padre severo e autoritario, un uomo legato all'abusata, subdola convinzione che bastasse supportare economicamente la propria famiglia per guadagnarsi il rispetto e l'obbedienza incondizionata di tutti i suoi “sottoposti”. Sua moglie acconsentiva a venerarlo e viziarlo di buon grado, Monia era stata ragazzina giudiziosa ed obbediente durante i pochi anni che era rimasta a vivere con loro. Quando aveva cominciato a capire che razza d'uomo fosse il suo genitore, Alessandro era passato dal silenzio rancoroso all'odio radicato. Il suo timore più grande era quello di esplodere in una furia esplicita che non gli avrebbe più permesso di convivere sotto lo stesso tetto con i suoi. E allora sarebbe stata la fine; non aveva dove altro andare, eccetto forse casa di nonna Bice. E lui aveva imparato ad odiare anche sua nonna, per il fatto che era troppo simile a suo padre. A volte le aveva visto negli occhi piccoli e socchiusi la stessa immotivata perfidia che a volte covava in quelli di lui: un'ansia di sfogare qualche piccolo cruccio personale a scapito del primo sfortunato. Per entrambi il mondo era composto da possibili sfruttatori e vittime potenziali: dai primi era bene tenersi il più alla larga possibile; delle seconde era bene approfittare ad ogni occasione propizia.
Alessandro era stanco di recitare la parte della vittima, solo perché aveva bisogno di soldi per i libri, per i vestiti, per le piccole uscite che si concedeva coi pochi amici che gli erano rimasti. Di trovarsi un lavoretto negli ultimi anni non se ne era neppure parlato: era troppo impegnato a laurearsi prima del venticinquesimo anno, e poi i suoi genitori erano troppo orgogliosi di avere un dottore in famiglia. Per quanto ne sapeva, suo padre avrebbe fatto i salti mortali pure di trovargli i soldi per qualche master che innalzasse ancor più l'incerta posizione sociale di suo figlio. Tutto per poter vantarsi coi colleghi di lavoro del piccolo genio che viveva con lui e sua moglie; qualcosa che, piacesse loro o no, era stato proprio frutto dei suoi lombi. E così la saga dei Metelli sarebbe continuata... un altro gradino più su nell'infinita scala delle ambizioni umane.
Entrò in cucina accolto da uno dei rutti pantagruelici di suo padre. Sedeva a capotavola, così come aveva sempre fatto da quando si erano trasferiti. Prima quello era il posto della nonna. Sua madre gli stava servendo un piatto di spaghetti alle cozze, i suoi preferiti, e lui aveva acceso la tv senza degnarla di uno sguardo. Non si era preso il disturbo di farsi una doccia dopo il lavoro, e le maniche della camicia puzzavano ancora dei disinfettanti che aveva usato per lavare il pavimento delle aule e dei bagni di scuola. Sua madre indossava come sempre il suo vestito “delle faccende”, una sorta di vestaglia con stampa a ghirigori fittissimi che lei usava soltanto in casa. Qualche anno prima aveva rinunciato ai capelli lunghi per risparmiare, a suo dire, sulle spese di tintura e messa in piega dal parrucchiere. Era stato poco prima di cominciare a ingrassare, dando l'addio per sempre al figurino snello che aveva avuto da giovane. Anche se piuttosto in ritardo, aveva adottato la filosofia delle donne meridionali dopo gli “anta”: trovato l'uomo e incastratolo per bene con qualche marmocchio, ci si poteva anche permettere di abbruttirsi e lasciarsi andare. La parte più impegnativa della vita era trascorsa: ora non restava che invecchiare e sperare che il tempo scivolasse via il più serenamente possibile. Alessandro gettò un'occhiata fugace al padre prima di sedersi. Era un uomo di mezz'età ancora piuttosto piacente, ma dal fisico trascurato e leggermente sovrappeso. I capelli avevano cominciato a farsi brizzolati ai lati, e la stempiatura era sottolineata dal fatto che lui amava impomatarseli tutti all'indietro.
- Allora? Non si saluta, dotto'? - lo redarguì subito lui, non appena il rumore della sedia strascicata lo distolse dal telegiornale. In quei giorni era più cortese del solito; pareva che la cerimonia di laurea l'avesse spinto a riconsiderare l'indifferenza che aveva sempre ostentato riguardo alle scelte accademiche di suo figlio. Lui metteva soltanto il denaro, e si limitava a sbandierare in giro i risultati senza minimamente preoccuparsi degli sforzi che erano stati necessari per conseguirli.
- Buongiorno. - borbottò Alessandro.
- Allora, te ne sei stato a poltrire anche oggi? Invece di far festa. Perché non prendi la patente come i tuoi coetanei? Ti avrei comprato la macchina! Così ci potevi andare a lavoro, no?
- Preferisco i mezzi. E poi non ne ho bisogno.
- Non ancora. Ma poi un giorno rimpiangerai di non esserti preso un foglio di carta. Vedrai. Metti da parte i libri, ti dico. Almeno per un po'. Lo sai che ci si rimbambisce a furia di leggere e scrivere? Si diventa matti.
Si portò solennemente l'indice alla tempia e suo figlio fu costretto ad annuire. Suo padre era in vena di discorsi, quel giorno; tutto continuava ad andare per il verso sbagliato, ripeté a se stesso. Sua madre continuava ad annuire e ad ingozzarsi di pasta; aveva imparato che tentare di infilarsi nelle discussioni tra padre e figlio poteva dar luogo a spiacevoli malintesi.
- Non sto facendo niente del genere. Ho lasciato perdere i libri, papà. - si sforzò di ripetere il giovane senza alterare troppo il tono della voce.
- Ma neppure puoi dormire tutto il giorno. Che razza di dottore sei? Fatti una vacanza. Esci con quella tipa, la tua amica. Come si chiama?
- Laura.
- Già, Laura. Bella fichetta. Dimmi, te la sei già scopata?
- Maurizio! - sbottò sua moglie, arrossendo e scuotendo la testa. Poi ci ripensò e sorrise quando Maurizio Metelli scoppiò in una delle sue risate tonanti. Schizzi di sugo volarono sulla tovaglia a pochi centimetri dalla mano che Alessandro aveva stretto a pugno. Deglutì e si ritrasse impercettibilmente.
- Siamo solo amici.
- E tu falle la corte. Te lo ricordi o no, quello che ti dissi sempre?
- Certo. Me lo ricordo.
- Che le femmine sono tutte puttane. Prima o poi solo quello vogliono.
Ebbe l'impudenza di fare l'occhiolino a sua moglie, che continuò a sorridere guardano altrove. Poi la donna sospirò e portò il suo piatto vuoto nel lavello.
- Ne vuoi ancora, Maurì? - chiese dopo aver aspettato che il consorte finisse la sua porzione. Ovviamente l'altro le rispose con un gesto della mano; era troppo impegnato a finire il suo discorso.
- Non ci hai mai neppure portato a conoscere la tua ragazza. Dov'è che la tieni nascosta?
- Non ho la ragazza, papà.
Suo padre fece una finta smorfia disgustata; guardò sua moglie con aria di scherno.
- Sentilo, Agnè. Non ha la ragazza. Non sarà mica frocio?
La donna gli restituì il sorriso sarcastico; per loro i froci erano ancora una sorta di personaggi di fantascienza con cui spaventare i giovani testardi, così come si intimoriscono i bambini parlando loro dell'uomo nero. Solo per un momento, Alessandro incrociò lo sguardo con sua madre. Sul volto invecchiato di lei restò solo la smorfia di quel sorriso; gli occhi lo imploravano di tacere.
Già un anno prima, dopo che erano riiniziati gli incubi, Alessandro aveva parlato a sua madre dell’intenzione di farsi prete. Credeva che Dio gli stesse parlando per mostrargli la via; non era un ragazzo come gli altri, e sarebbe fuggito dal mondo per dedicarsi alla contemplazione e alla ricerca della verità nascosta. Sua madre lo aveva implorato in tutti i modi di rimandare il seminario a dopo la laurea; il suo terrore più grande era quello che il marito lo venisse a sapere, e facesse il diavolo a quattro. Il loro unico figlio maschio avrebbe sprecato al vita a dir messe e impartire sacramenti: non ci sarebbe stata un'offesa peggiore per la famiglia. Ultimamente, tuttavia, anche ad Alessandro era passata la voglia di discutere col padre di quell'argomento. La sola ipotesi di trovarsi a tavola a sopportare i suoi insulti gli faceva andare i bocconi di traverso. Aveva bisogno di riflettere, di capire chi fosse in realtà senza la morsa opprimente della sua casa di Campovecchio.
- Ho pensato a quel viaggio a Londra. - cominciò nel bel mezzo di una delle risate a bocca aperta del padre. L'argomento era stato accantonato da un bel po', ed era stato proprio il signor Metelli a tirarlo fuori, dopo il centodieci e lode della seduta di laurea. Il figlio era stato troppo impegnato con le sue allucinazioni per prestare attenzione all'argomento. Ora invece cominciava a cercare ogni possibile scappatoia per sottrarsi all'influsso devastante che suo padre aveva sul suo equilibrio psichico.
- Ah, ti sei deciso? Vuoi farti un bel viaggio, eh? Beh, se lo merita, Agnè. Tu che ne dici?
- E sì che se lo merita. Ha studiato tanto; si è dato da fare. Una bella vacanza ci vuole. Quanto ti invidio, Alessà!
Sua madre si lasciò trasportare dalla gioia e dal sollievo, e gli servì due porzioni di dolce al caffè. Alessandro accettò e cominciò a illustrare i piani che aveva messo a punto per il soggiorno, senza farsi ingannare dalla sua finta euforia. Lei era soltanto lieta che fosse stata ancora una volta rimandata la discussione sulla sua presunta vocazione. Neppure alla madre importava nulla della sua missione, di ciò che avrebbe “dovuto”, e non solo voluto, fare della sua vita.
***
- Forse perché non lo sai nemmeno tu, Ale! Divertiti, a Londra, e non pensare a niente. Ti sei laureato col massimo, caspita! Fossi in te a quest'ora me sarei andata negli States, a Miami Beach a non fare nulla tutto il giorno.
- Era quello che facevo a casa fino a ieri, ma a quanto pare mio padre preferisce vedermi poltrire a qualche centinaio di chilometri di distanza. Come se contasse qualcosa.
Il santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei era già in vista, e la sua amica sterzò per entrare nel parcheggio a pagamento a poche decine di metri all'ingresso laterale. Laura Gibetti era stata la sua migliore amica sin dai tempi delle superiori, e insieme avevano affrontato il percorso universitario con diversa fortuna. A lei mancavano ancora parecchi esami prima di laurearsi, e ormai vedeva la buona riuscita del compagno di studi come una dote rarissima e da ammirare senza riserve. Ad Alessandro aveva sempre fatto comodo il suo sostegno morale incondizionato; aveva avuto bisogno di lei quando era stato ai ferri corti coi suoi, quando aveva pensato di scappare di casa e poi ci aveva ripensato, e infine quando erano cominciato i suoi incomprensibili sogni ad occhi aperti. “sintomi da stress”, li chiamava lei, e li associava al troppo studio che era seguito all'assegnamento della tesi di laurea. Questo non spiegava, tuttavia, il motivo per cui negli ultimi giorni quei sintomi si fossero intensificati, anziché scemare.
Laura parcheggiò con qualche manovra di troppo; lui la lasciò fare, prima di riprendere:
- Mi ha chiesto perché non prendo la patente.
- Beh, ci sta. Così non importuneresti le amiche per ogni minima necessità.
Gli strizzò l'occhio.
- E poi perché non mi trovo una ragazza.
- Non è una novità.
- Vorrei che badasse agli affari suoi.
- Già. Che ti desse i soldi e in più tenesse la bocca chiusa. È il sogno di ogni ragazzo dopo i tredici anni, Ale.
- Almeno tu un lavoro ce l'hai.
- Fare doposcuola non è un lavoro. E comunque adesso che sei più libero nulla ti vieta di rimboccarti le maniche, no?
- Non posso. Io non sto bene, lo sai.
Nell'auto scese il silenzio; restarono a guardare il parcheggio antistante senza dirsi nulla per qualche secondo.
- E credi che venire qui a confessarti sia la soluzione giusta?
- Non è un problema mentale! Ti ripeto che quello che vedo è reale!
- D'accordo, ma dovresti sempre discuterne con un esperto.
- Lo farei se fossi sicuro che fossero soltanto allucinazioni.
- E quindi per te sarebbero messaggi da lassù. Giusto?
L'amica alzò gli occhi al cielo, poi si trattenne per non ricominciare con uno dei loro soliti battibecchi. Alessandro sapeva essere testardo come pochi, e forse le sue idee strampalate erano uno dei motivi per cui le piaceva tanto stare in sua compagnia. Era sempre stato un tipo un po' strano, uno a cui piaceva seguire l'istinto, fidarsi delle proprie sensazioni, anche se questo avrebbe comportato mettersi contro l'intero universo razionale, per seguire un probabile messaggio divino o (non era affatto da escludersi) extraterrestre.
- Scendiamo? È sabato e come sempre ci sarà la fila. - tagliò corto lui. Laura temette di averlo già contrariato.
- Scusami. Spero che qualsiasi siano le tue domande, quel prete saprà darti le risposte che cerchi.
- Qualsiasi esse siano?
- Qualsiasi esse siano.
Il ragazzo aveva avuto ragione. Intorno al piccolo chioschetto recintato di pannelli in vetro, la sala confessioni era disseminata di file di cristiani più o meno ordinate. Donne di mezza o terza età per la maggior parte, che aspettavano silenziose e compunte come se fossero in attesa del proprio turno dal macellaio. Alessandro aveva lasciato l'amica ad ammirare le lussuose decorazioni delle cappelle ai lati delle navate della basilica, e si avviò alla ricerca della fila più breve. Le altre donne si voltarono immediatamente a guardarlo, incuriosite. Era certo strano che un ragazzo della sua età sentisse l'esigenza di comunicare i suoi peccati a un sacerdote. La gioventù, era risaputo, peccava senza ritegno, non si curava dei dogmi della Chiesa e il più delle volte era recidiva. Una ragazza sulla trentina gli sorrise, poi si voltò di nuovo a occuparsi dell'elenco di piccole negligenze che aveva in mente. All'improvviso Alessandro tornò a farsi prendere dal malumore. Che ci faceva lì? Che risposte avrebbe avuto il prete riguardo alle sue visioni? Stava davvero per confessare di aver ricevuto una confessione dall'alto? Una vecchina, la terza prima di lui, uscì dalla cabina a capo chino, e si ritirò a recitare le preghiere di penitenza su una delle panche laterali. Un'altra donna entrò a farsi il segno della croce; il suo turno si avvicinava.
La donna prima di lui, una matrona in nero col sedere grosso quanto l'ingresso del confessionale, si spostò di qualche passo di lato, senza dubbio per osservarlo meglio. Alessandro si fece prontamente dietro di lei, per toglierle la soddisfazione. Quella era una farsa, e lo sarebbe stata anche nella cabina munita d'aria condizionata. Al suo interno, un vecchio prete con l'aria di parroco di campagna se ne stava annoiato e sornione ad ascoltare i mille peccatucci della vecchia di turno, magari sognando l'ora della cena, o la breve passeggiata nei giardini del santuario.
No, non avrebbe avuto alcuna risposta per lui. Si aspettava che gli confessasse semplicemente qualche trasgressione contro la morale di continenza sessuale predicata dal cattolicesimo, e poi gli recitasse l'atto di dolore come un bravo scolaretto. “Va', cerca di non peccare più per qualche giorno e poi ritorna puntuale a fingerti contrito e pieno di buoni propositi”.
In verità Alessandro aveva già parlato tempo prima col prete della sua parrocchia, a Campovecchio. Lui l'aveva portato a visitare il seminario di Nola, durante un'uscita del tutto informale, ma il giovane era rimasto assolutamente deluso dall'atmosfera “secolare” del posto. Non gli era piaciuto il sorriso falso e indagatore del rettore, né l'aria ebete e rassegnata dei suoi eventuali compagni di scuola. Quello era stato anche il periodo in cui aveva smesso di andare a messa di domenica, e di vedere don Bartolo Accorsi. Alessandro sospirò, e si chiese per l'ennesima volta se non facesse meglio a seguire i consigli della sua amica, smettendo di tormentarsi con l'eventualità di ritirarsi in preghiera per il resto della vita. Quanto meno, il Creatore avrebbe dovuto essere più chiaro nel decidersi di chiamare a sé una pecorella smarrita.
La donna davanti a lui si voltò; dietro gli occhiali dalla montatura dorata lo fissarono due occhi vuoti, dallo sguardo assente. Soltanto quando si costrinse a ricambiare la sua attenzione, Alessandro si rese conto che non aveva le iridi; i bulbi oculari erano completamente bianchi. Una folata d'aria a bassissima temperatura, venuta dal nulla, gli gelò le ossa:
- Che credi che esista? Che credi che esista? Che credi che esista? - gli ripeté lei, con voce cavernosa, da maschio adulto. Alessandro credette fosse una specie di burla; si aspettò che la donna cominciasse a sorridere. In verità quegli occhi cominciavano a inquietarlo.
- L'inferno non esiste. Il paradiso non esiste. Tu non esisti.
Alessandro arretrò, abbandonò la fila ma non ebbe il coraggio di cominciare a correre prima di essersi voltato verso l'entrata. La donna grassa si sistemò gli occhiali alla radice del naso e scambiò un'occhiata interrogativa con la trentenne accanto a lei; la ragazza alzò le spalle e le sorrise. Una confessione non è adatta a un bel giovanotto con tante tentazioni intorno; la religione è roba da vecchi, o da fanatici.