Educazione o addestramento?

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Educazione o addestramento? Il pensiero unico (e inconsapevole) comportamentista Negli ultimi anni mi sono spesso soffermata a considerare come, in modo però di solito inconsapevole, nella scuola italiana un filo rosso di carattere educativo in realtà esista e sia di chiaro stampo comportamentista, tanto da far assomigliare le nostre scuole spesso più a luoghi di addestramento (il termine può suonare forte ma credo sia del tutto calzante) che di sviluppo di consapevolezze sul proprio comportamento. Magari qualcuno ricorda la canzone di Edoardo Bennato In fila per tre3 che ironizzava Presto vieni qui, ma su, non fare così, ma non li vedi quanti altri bambini che sono tutti come te, che stanno in fila per tre, che sono bravi e che non piangono mai è il primo giorno però domani ti abituerai e ti sembrerà una cosa normale fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarti da persona civile L’uso diffuso di un sistema di premi e punizioni, per rinforzare i comportamenti apprezzabili ed estinguere quelli ritenuti disturbanti o scorretti, è raro che venga messo in discussione. Peccato che poi emerga sempre come l’adesione forzata a comportamenti “adeguati” risulti assolutamente illusoria: non appena l’insegnante si allontana, la gran parte dei bambini e dei ragazzi ripropone atteggiamenti e modi di fare che in presenza dell’autorità verrebbero sanzionati. Quel che è peggio è osservare che questo approccio determina anche in età adulta un’adesione alle regole solo in presenza reale o virtuale di un’autorità di controllo, senza l’abitudine a riflettere e interiorizzare il valore e il senso di quelle regole per un bene superiore, collettivo o individuale. Ricordo una delle frasi di Maria Montessori che più amo e su cui credo dovremmo davvero riflettere, osservando i processi sociali in corso: …il bambino che non ha mai imparato a fare da solo, a guidare le proprie azioni, a dirigere la propria volontà, si riconosce poi nell’individuo adulto che si fa guidare e che ha bisogno dell’appoggio degli altri.4 Ecco, credo che tra i compiti principali degli adulti educanti ci sia proprio quello di promuovere nei bambini un’adeguata consapevolezza, una presenza a se stessi, una coscienza delle interrelazioni in cui ciascuno è collocato e che fanno di ogni individuo non un’isola ma un frammento importante di un sistema più grande di cui essere responsabili, con le azioni quotidiane, ordinarie e straordinarie. Quanto questo sia in contraddizione con qualsiasi modalità che abbia come scopo il solo controllo mi sembra ben espresso da Alfie Kohn: È assai improbabile che chi si sente costretto a fare ciò che gli viene ordinato sviluppi una riflessione personale sui tanti interrogativi etici, innescando così un circolo vizioso: minore è la possibilità di decidere quale sia il modo giusto di comportarsi, maggiore sarà il rischio di comportarsi in modo tale da indurre il genitore [o l’insegnante, N.d.A.] a riconoscere nell’irresponsabilità del figlio [o dell’alunno, N.d.A.] il motivo per cui negargli il diritto di scegliere.5 Il modello educativo che adotta premi e punizioni presenta inoltre spesso un’incoerenza di fondo: quella, a mio parere particolarmente grave in ambito educativo, di voler promuovere comportamenti sociali positivi, di ascolto, collaborazione e rispetto, ma di farlo esercitando il potere in modo gerarchico, vanificando con le azioni quello che viene proposto a livello verbale. A questo proposito una vignetta di carattere ambientale mi sembra descrivere bene quell’incoerenza e i suoi effetti a lungo termine.
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