Un lunedì di inizio estate
“Mariano, sai cos’è la barbisa?”.
Il corpulento interpellato si gira verso il maresciallo Corradi: “Scusi? Non credo…”.
“Cosa non credi? Ti ho fatto una domanda: sai cosa vuol dire o no?”.
Il brigadiere, dopo un attimo: “Sì”.
“E allora, qui davanti ai miei occhi, sulle piastrelle, c’è scritto ‘potrei morire per la barbisa’, potresti illuminarmi?”.
I due uomini sono all’interno del tribunale di Tortona, dove si sta svolgendo il processo a carico di un giovane carabiniere accusato di aver ucciso l’omicida di una collega.
In attesa della sentenza si sono recati nei bagni, dove ora stanno espletando i loro bisogni davanti ad un orinatoio, a poca distanza l’uno dall’altro.
“Maresciallo, usi un po’ di fantasia…”.
Il cinquantenne investigatore dei carabinieri si tira su la cerniera dei pantaloni e si gira verso il lavandino, per lavarsi le mani: “Mariano, io sto cercando di usare la mia fantasia… non so più cosa inventarmi per cercare di strapparti un sorriso. Vorrei tornassi quello di prima”.
Il brigadiere, anch’egli in borghese, si avvicina a sua volta ad un lavabo, incrociando lo sguardo del suo superiore attraverso lo specchio: “Dopo quanto è successo mi ci vorrà un po’ di tempo… un bel po’”.1
“Credi che la morte di Spirito non ci abbia scossi tutti? Tu chi ti credi di essere, il figlio della gallina bianca?”.
“Mah…”.
“Mah un cazzo, sono stufo di vederti con quella faccia. è un ordine”.
Mariano piega un angolo della bocca, appena appena, nel tentativo di abbozzare un sorriso.
“Va bene, non ti sforzare” lo esenta Corradi “giorno verrà anche per questo. Andiamo a vedere se emettono questa benedetta sentenza”.
***
“Cosa stai leggendo con tanto interesse?”.
Il giovane vicebrigadiere, appoggiato ad un antico scrittoio, alza gli occhi dal foglio fitto dalla perfetta grafia della padrona di casa e risponde al coetaneo appuntato: “Ho trovato il testamento, ci potrebbe dare preziose indicazioni nel caso…”.
“Quale caso, spiegati”. Lo interrompe l’altro.
“Se il medico legale dovesse ritenere la morte non accidentale?”.
“A me sembra palese che sia stato un incidente: è scivolata e si è rotta la testa contro lo spigolo in marmo del comodino. Tieni conto che aveva quasi novantanove anni”.
“Io non do niente per scontato…” insiste quello con il documento in mano “esattamente come l’esecutore testamentario qui indicato”.
L’altro militare, grattandosi il pizzetto ordinato, chiede incuriosito: “E chi sarebbe?”.
“Vorrei risponderti ‘indovina’… ma andremmo avanti all’infinito”.
“Allora dimmi chi è”.
“Il nostro esimio superiore diretto”.
“Corradi?”.
“Esatto, il maresciallo Corradi”.
Il giovane carabiniere sta per aggiungere qualcosa quando la loro conversazione viene interrotta da un volontario della croce verde, che, affacciandosi alla porta del salotto comunica: “Noi andiamo, l’ambulanza potrebbe essere utile altrove”.
Il carabiniere di grado inferiore guarda il vicebrigadiere che risponde: “Sì certo, ma lasci al mio collega i suoi dati, e lo stesso faccia l’autista, nel caso dovessero servirci. Grazie”. Poi, rivolto all’altro militare: “Ti dispiace? Io voglio fare un paio di telefonate”.
“No certo” risponde l’appuntato “li verbalizzo, come quelli dei pompieri che hanno sfondato la porta, ma le dichiarazioni della governante le prendiamo dopo, insieme”.
***
Corradi è da poco uscito dal bagno, seguito da un imbronciato Mariano. Estrae il cellulare per spegnerlo prima di rientrare in aula quando uno squillo lo scuote: “Pronto Corradi”.
“Maresciallo, sono Canepa”.
“Dimmi in fretta, sono impegnato”.
“Sono con Anselmi in casa della signora Gaetani, lei dovrebbe conoscerla”.
“Senti, non farmi perdere tempo, chi è questa Gaetani e cosa le è successo?”.
“è morta”.
“Come”.
“Cranio fratturato penso: stiamo aspettando il medico legale”.
“Omicidio?”.
“Non lo so, potrebbe essere un incidente, ma non so perché ne dubito”.
“Va bene, quando tornerò ne parleremo. Visto che hai dubbi chiama la scientifica, e fino ad allora che nessuno alteri i luoghi. Ciao”.
“Comandi maresciallo, a più tardi”.
“Canepa… un attimo”.
“Sì?”.
“Perché avrei dovuto conoscerla?”.
“Ho letto il suo testamento, lei ne è dichiarato esecutore”.
“Come hai detto che si chiama?”.
“Gaetani… Emilia Elvira Gaetani, nata a Modena il 14 aprile 1915”.
Dopo qualche attimo di silenzio Corradi: “Ho capito: fai quello che ti ho detto, forse hai ragione sulla tua ipotesi”.
“Veramente? Ma come…”.
Ma il maresciallo ha già interrotto la comunicazione e, spento il telefono, entra in aula giusto in tempo per sentire la sentenza.
***
Il giovane vicebrigadiere sta ancora fissando il cellulare muto quando il suo collega, il passo soffocato dallo spessore dell’antico tappeto cinese che occupa gran parte del pavimento in parquet, rientra nel salotto, chiedendo: “Hai telefonato al maresciallo?”.
“Sì, ha detto di procedere come in caso di omicidio”.
“Ma cosa gli hai raccontato?”.
“Nulla, gli ho fatto solo il nome della morta”.
“Se ne ricordava?”.
“Credo, non mi ha detto nulla in più”.
I due giovani rimangono qualche attimo in silenzio, gli occhi a vagare sui quadri alle pareti ed agli argenti posizionati sui mobili. è Canepa a rompere il silenzio: “Dov’è la governante?”.
“In cucina, non riesce a smettere di piangere”.
“Andiamo da lei e vediamo di sapere qualche cosa in più sulle abitudini della padrona di casa: quando tornerà Corradi vorrà un verbale completo, cerchiamo di non farlo irritare”.
“Soffre ancora per la ferita all’addome? Quel colpo di pistola a bruciapelo...”.2
“Dopo anni? No, sta di nuovo cercando di smettere di fumare”.
***
“In nome del popolo italiano il Tribunale di Tortona, visto l’articolo cinquecentotrenta comma terzo del codice di procedura penale… assolve l’imputato dal reato ascrittogli e dispone il dissequestro e la restituzione dell’arma oggetto di pregresso provvedimento”.
Non un fiato segue la lettura del dispositivo.
Ritiratasi la corte il giovane imputato rimane un attimo perplesso poi, commosso, rivolge la mano tesa al suo difensore, un prestante sessantenne totalmente rasato: “Avvocato Lamonaca, non so come ringraziarla”.
Il legale, appoggiati gli occhiali dalla montatura trasparente sul fascicolo, lo abbraccia, poi attraversano insieme la sala ricolma avviandosi all’uscita. Oltrepassata la soglia i due si uniscono a Mariano e Corradi che, rivolto all’uomo in toga: “Devo ammettere che il suo mestiere lo sa fare, anche se in passato non l’ho vista volentieri”.
“Per me invece è, e sarà sempre, un piacere incontrarla: lo dico senza sarcasmo”.
Il maresciallo non ha tempo di replicare perché il legale, anche per permettere agli investigatori di allontanarsi indisturbati, si è girato per avvicinarsi al gruppo di giornalisti in attesa.
Usciti dal palazzo di giustizia in un’assolata piazza delle Erbe, i tre militari si avviano a passo svelto, guidati da Mariano, per raggiungere l’auto priva di contrassegni parcheggiata poco lontano.
Il brigadiere si siede al posto di guida, Corradi accanto a lui ed il giovane collega dietro.
“Come dicono i miei amici di Calice: ‘beviamo una volta’?”. Domanda il maresciallo.
“Per me va bene”. Sente rispondere alle sue spalle.
“Mariano?”.
“Anche per me” conferma il corpulento graduato “vuole tornare a piedi in via Emilia?”.
“No, togliamoci di qui... troppi curiosi”.
Messa in moto l’alfa Mariano si stacca dal marciapiede e, dopo una breve corsa, si ferma davanti ad un bar di corso don Orione: in silenzio i tre uomini vi entrano e Corradi, senza chiedere agli altri cosa desiderino, si rivolge all’uomo dietro al banco, ordinando ‘frizzantino’ per tutti.
Bicchieri alla mano l’investigatore chiede al suo giovane sottoposto: “Riprenderai servizio?”.
“Ci devo pensare, ma…”.
“Sì, tornerà a lavorare con noi, lo farò reintegrare subito”. Sbotta categoricamente Mariano. Poi, alzata la coppa: “A Spirito”.
“A Spirito” gli fanno eco i colleghi.
***
Canepa, spostandosi al pian terreno della villa, precede il collega nell’ampia cucina: arredamento in legno laccato ancora perfetto nonostante l’età, pavimento a piastrelle bianche e nere lucidissimo.
Al tavolo siede una donna rotondetta di mezza età, che all’ingresso dei militari alza la testa che teneva tra le mani.
Fissandoli con gli occhi arrossati: “Allora… avete scoperto qualcosa?”.
“Non ancora” risponde il vicebrigadiere.
“Sempre ci sia qualcosa da scoprire” sussurra l’altro.
Il suo superiore, tacciatolo con un’occhiata: “Anzi… Anselmi, per favore, chiama la scientifica, che intervenga al più presto”.
Mentre l’appuntato parla brevemente al telefono la governante chiede: “Gradite un caffè?”.
“Sì, grazie, se non è troppo disturbo” risponde sorridendo Canepa e, mentre la donna si avvicina alla monumentale cucina in ghisa e lamiera smaltata per accendere il gas sotto una caffettiera già pronta, i due carabinieri si siedono.
Nel tempo necessario a disporre ordinatamente tazzine, cucchiaini, zuccheriera, lattiera ed alcuni biscottini su un cabaret protetto da un centrino, la macchinetta inizia a borbottare e la governante ne versa il contenuto fumante per servirlo a tavola, prima di accomodarsi anch’essa.
Creatasi un’atmosfera apparentemente familiare, Canepa: “Ottimo, grazie… se si sente un po’ più tranquilla potremmo fare una chiacchierata”.
“Va bene” risponde la donna, con la voce tremante.
Mentre Anselmi, masticando un dolcetto, si prepara a prendere appunti, il vicebrigadiere chiede: “Lei si chiama Camelia, vero?”.
“Sì, Camelia Fossa”.
“è da molto che lavora qui?”.
“Dalla fine degli anni ottanta”.
“Che orario fa?”.
“Arrivo la mattina alle nove e me ne vado alle quattro, più o meno”.
“La signora Gaetani non aveva bisogno di assistenza continua, anche di notte?”.
“No, è…” trattenendo le lacrime la donna si corregge “era in ottima salute, totalmente autosufficiente”.
“E come carattere?”.
La governante attende qualche attimo prima di rispondere, poi: “Riservata, anche se cordiale e disponibile”.
“In che senso?”.
“Come in che senso, non capisco”.
“Mi dica qualcosa in più… ad esempio sul ‘riservata’”.
“Non raccontava molto di sé. Quando sono venuta a lavorare per lei…”.
“Mi scusi se la interrompo” interviene l’appuntato, alzando la matita dal notes “come siete entrate in contatto?”.
“Lo stavo per dire: la signora era stata insegnante di greco e latino al liceo, già in pensione quando mia sorella, che era a servizio da lei, sposandosi, si trasferì. Fu quasi naturale prendessi il suo posto”.
“E lei ?”.
“Io cosa?”.
“è sposata?”.
“Sì”.
“E suo marito cosa fa?”.
“Che importanza ha?”.
“La prego di rispondermi senza fare domande”.
La donna, fissando il carabiniere: “Aveva un bar”.
“Aveva?”.
“Sì, ha avuto qualche problema, ed ha dovuto cederlo”.
“Problemi di che tipo?”.
Dopo qualche ulteriore attimo di silenzio: “Problemi economici”.
“Come si chiama?”.
“Panebarco… Mirco”.
“Ed ora cosa fa?”.
“è in cerca di lavoro”.
Il carabiniere osserva il suo collega che prende appunti, quindi: “Mi racconti cosa è accaduto stamane”.
“Sono partita come al solito, con l’autobus, da casa mia. Abito a San Fruttuoso, in via d’Albertis. Ho fatto un po’ di spesa prima di venire, ieri era il mio giorno libero…”.
“Vuole dire che è da sabato che non vede la signora?”.
“Sì”.
“Vada avanti”.
“Ho percorso il viale e suonato il campanello, ma non ho ricevuto risposta”.
“Non ha le chiavi?”.
“Sì, ma di notte la signora metteva il ferro morto: infatti ho provato ad aprire, ma non sono riuscita. Allora ho chiamato i pompieri, che hanno sfondato la porta…”.
Il racconto viene interrotto da una voce indistinta: “Apri! Apri a Max!”.
I due militari si girano simultaneamente verso il varco che dà sul resto del pian terreno.
Anselmi chiede: “Ma c’è qualcun altro in casa?”.
La donna scuote la testa in segno di diniego.
“Apri a Max!”. Si sente di nuovo.
“E chi è che…”. La frase dell’appuntato rimane sospesa. “Caazzzo cazzo cazzo… apri a Max!”.
I due carabinieri si alzano e prima che la donna possa parlare raggiungono il corridoio e, guidati dalla voce che ripete incessantemente la stessa frase condita da relativa parolaccia, si trovano davanti ad una porta.
Spalancato l’uscio ed accesa la luce si imbattono in un pappagallo di notevoli dimensioni, che camminando avanti e indietro sulla sommità di un modello in scala di un tempio esotico osserva i nuovi arrivati arcuando curiosamente il capo.
Canepa, rammentando in quel momento il contenuto del testamento, fa un piccolo passo avanti, e: “Ciao Max”.
L’uccello dal piumaggio variopinto, per nulla intimorito, spicca il volo e va a posarsi sulla spalla del vicebrigadiere, quindi sembra ordinargli: “Cami, Cami”. Compiuto un dietrofront il giovane militare torna in cucina; l’ara salta dalla posizione appena raggiunta al braccio della governante, che, grattandogli il collo: “Povero Max, mi ero dimenticata di te, aspetta che di do la colazione”.
***
L’alfa bianca ha corso veloce raggiungendo l’uscita di Genova-ovest e, superato il casello dalla corsia telepass, imbocca la sopraelevata. Lo sguardo di Corradi si posa sui traghetti fermi sotto il sole ai ponti Assereto, Colombo e Doria che, insieme agli altri moli, si protendono come dita nel bacino della darsena. Pochi istanti e sotto i suoi occhi, tra i ciuffi delle palme, compaiono come flash le immagini del porto antico: il “tre alberi” utilizzato da Roman Polanski per il film Pirati, l’acquario, la grande nave blu, la struttura in vetro e acciaio sospesa sul mare della biosfera e l’isola delle chiatte... e subito le quattro palazzine del seicento, l’edificio Millo, il bigo e la piazza delle feste, ed a chiudere l’area del molo vecchio il Baluardo, porta Siberia ed i magazzini del cotone.
Allo sbocco della Aldo Moro Corradi, distolta l’attenzione dalle strutture della fiera del mare, interrompe il silenzio: “Andiamo in via dei Mille”.
Il robusto brigadiere annuisce: in pochi minuti dalla foce percorre corso Italia, via Cavallotti e via Caprera. Raggiunta piazza Sturla il suo superiore ordina: “Prendi a destra, per il parco del Tribunale Amministrativo”.
Percorrendo via del Bragone, stretta tra un muro d’alberi, Mariano segue le indicazioni successive fino ad arrestare l’auto davanti a un cancello in ferro battuto: sui due pilastri che lo sorreggono, tra le foglie d’edera, si riesce a malapena a leggere ‘villa Emilia’.
Mariano scende dall’alfa e, visto il lucchetto aperto, lo sfila dalle sedi e sospinge le due ante. Tornato alla guida imbocca un vialetto cintato da siepi e subito si affianca alla gazzella parcheggiata sul prato antistante una villa dall’intonaco un tempo rosa antico, il tetto spiovente con gli abbaini seminascosti dai rami di alberi secolari.
I nuovi venuti suonano al portoncino d’ingresso, e dopo pochi secondi un giovane collega in divisa apre, scostando le ante precariamente ripristinate dopo l’intervento dei vigili del fuoco. Corradi, riconoscendolo: “Anselmi, hai cambiato lavoro? Sono certo che come custode avrai un avvenire”.
Il giovane, senza osare una replica, fa entrare i tre e richiude, seguendoli poi nella cucina, che hanno raggiunto guidati dalle voci che vi provengono.