Ali spezzate

1730 Parole
Quando Iva tornò a casa quella sera, la casa le sembrò insolitamente silenziosa, come se le pareti stesse stessero aspettando che lei parlasse, per sfidare il peso invisibile che le aveva oppresso il cuore per tutto il giorno. Emise un lungo respiro tremolante, cercando di placare la tempesta che le infuriava nel petto prima di avvicinarsi a suo padre. Gamma Rhys era nello studio, seduto dietro l’imponente scrivania di quercia che sembrava diventare più alta ogni anno che passava, con fogli e rapporti di addestramento sparsi sulla superficie. Alzò lo sguardo quando lei entrò, con occhi penetranti e calcolatori, uno sguardo capace di trafiggere anche il lupo più sicuro di sé. "Io… padre", esordì Iva, con voce flebile ma determinata, "devo chiederti una cosa riguardo all’università. Devo inviare le mie domande di ammissione, ma non posso farlo senza sapere se mi sosterrai." Deglutì e proseguì, recitando con cura il discorso che aveva provato più e più volte nella sua mente. "Ci ho pensato per mesi. Ho lavorato sodo, mi sono allenata ancora di più e ho fatto tutto il possibile per dimostrare di esserne degna. È solo che… ho bisogno della tua decisione." Suo padre si appoggiò allo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto, lo sguardo fisso su di lei come se stesse soppesando ogni parola. Alla fine parlò, con voce calma, pericolosa nella sua quiete. "E… dove vuoi fare domanda, esattamente?" Per un battito di cuore, Iva si bloccò. La sua domanda le sembrò una trappola, un peso che le schiacciava le parole nel petto. Poi, in un sussurro, disse: "Alla Lycan Academy". Per un lungo istante, suo padre non disse nulla. Poi, inaspettatamente, scoppiò a ridere. Un suono basso, privo di umorismo, che le fece stringere lo stomaco. La risata continuò, acuta e beffarda, finché alla fine si interruppe, mentre lui si asciugava l’angolo della bocca con il dorso della mano. "Ora… lascia stare le battute", disse, con voce più fredda, più tagliente. Iva sentì stringersi la gola, ma si costrinse a continuare, questa volta a voce più alta. "L’Accademia dei Licantropi, padre". I suoi occhi scuri la trapassarono, e le sue parole successive la ferirono più profondamente di qualsiasi colpo avesse ricevuto durante l’addestramento. "Accettano solo gli Elite… e i licantropi, ovviamente". Rimase leggermente a bocca aperta, ma si rifiutò di abbassare lo sguardo. "Ci sono… anche altre eccezioni", sussurrò. "Per determinati settori. La mia amica Lori ha fatto domanda per la loro facoltà di medicina, e lei non è…" Suo padre sbuffò, interrompendola con una risata ironica. "Perché i suoi nonni materni fanno parte delle Élite", disse, con parole intrise di disprezzo. "E lei frequenterà la facoltà di medicina. È una delle poche specializzazioni in cui sono consentite eccezioni. A meno che, ovviamente, tu non intenda seguire anche tu la carriera medica… cosa di cui dubito fortemente, date le tue… capacità." Iva chinò il capo, le parole le soffocavano la gola, l’ingiustizia di quella situazione le opprimeva il petto. "No… papà…" sussurrò, quasi impercettibilmente. Lui sbuffò e si appoggiò allo schienale, ignorandola completamente, chiudendo la discussione con la definitività di un cancello di ferro sbattuto. "Anche se, per qualche miracolo, venissi ammessa", disse lui, con voce dura come la pietra, "non ti permetterei mai di frequentarla. Per non mettere in imbarazzo la famiglia." Il petto le si strinse e una tempesta di rabbia e dolore divampò dentro di lei. Le lacrime minacciavano di sgorgare, ma qualcosa di più profondo del dolore scattò dentro di lei, una scintilla che covava da anni. "Io… non mi è permesso… perché sono una ragazza?" chiese, con voce tremante ma che si alzava di tono a ogni parola. Gli occhi di suo padre divamparono. "Come osi rispondermi così…" Ma lei non si fermò. Per la prima volta, si rifiutò di sentirsi piccola. "Non ho scelto di nascere ragazza, padre! E ho il diritto di lottare per il mio futuro!" Per un breve, angosciante istante, nella stanza calò il silenzio. Iva pensò di averlo finalmente convinto. Poi, come se la realtà stessa la stesse schiacciando, lui si sporse in avanti, abbassando la voce con fredda, calcolata crudeltà. "Il tuo unico scopo", disse, ogni parola come un colpo di martello, "è quello di garantire una buona alleanza per il branco — attraverso un compagno ben scelto — e convincerlo a trasferirsi qui, vista la nostra popolazione in declino". Iva si irrigidì, con lo stomaco che le si contorceva violentemente e la mente che vacillava. Era la prima volta che qualcuno parlava del suo futuro accoppiamento come se fosse un suo dovere, un obbligo, non una sua scelta. I suoi occhi si riempirono di lacrime che non riusciva a trattenere, e la stanza sembrò inclinarsi intorno a lei mentre il peso delle parole di suo padre le penetrava fino al midollo. La realtà la colpì come un colpo di ghiaccio. Per lui, per il branco, per la tradizione, non le era mai stato permesso di essere se stessa. Non le era mai stato permesso di sognare. E ora, la sua vita, il suo futuro e le scelte che appartenevano solo a lei venivano già decise da qualcun altro — prima ancora che avesse la possibilità di viverle. -- Iva uscì barcollando dallo studio, ogni passo pesante come se il pavimento sotto di lei si fosse trasformato in piombo. Le parole di suo padre le riecheggiavano senza tregua nella mente, martellandole il petto come un tamburo di ferro: "La tua unica utilità è quella di garantire una buona alleanza al branco… convincere il tuo compagno prescelto a trasferirsi qui." Si chiuse nella sua stanza e si appoggiò alla porta, scivolando lentamente sul pavimento. Le lacrime le sgorgarono spontanee, calde e umide, bruciandole la gola mentre anni di silenziosa frustrazione e desiderio si riversavano in un torrente. Tutte quelle mattine davanti al campo di addestramento, tutte le speranze sussurrate che un giorno suo padre potesse riconoscere il suo valore, tutti i tentativi cauti di ritagliarsi un proprio posto in un mondo che sembrava determinato a schiacciarla… le sembravano inutili, privi di senso. "Non l’ho scelto io!" sussurrò nella stanza vuota, con la voce tremante, spezzata dall’angoscia. "Non ho scelto di nascere femmina! Non ho scelto niente di tutto questo!" Le mani le tremavano mentre stringeva le ginocchia al petto, premendo il viso contro di esse per nascondere le lacrime che scendevano a fiotti. Il dolore nel cuore era acuto, una fitta cruda e lacerante che non poteva ignorare. Si era allenata, aveva studiato, si era sacrificata per essere forte, per essere capace, eppure… nulla di tutto ciò aveva importanza. Nulla di tutto ciò cambiava la verità in cui credeva suo padre: che lei esistesse per il branco e per un futuro immaginario su cui non aveva voce in capitolo. La voce gentile di sua madre squarciò la nebbia del dolore prima ancora che si rendesse conto che Rana era alla sua porta. "Iva…" Rana entrò nella stanza e si inginocchiò accanto a lei, le sue mani calde contro le braccia fredde di Iva. "Lo so, amore mio. So cosa ha detto. Ti capisco. Ti capisco perfettamente." Iva scosse violentemente la testa, stringendosi contro sua madre, alla disperata ricerca di conforto e riluttante ad ammettere quanto si sentisse piccola e fragile. "No… tu non lo sai. Tu non lo sai… Lui… lui non mi vede. Non davvero. Mai. Sono stata… niente per lui. So che mi serba rancore perché la sua eredità morirà con me, dato che non sono il ragazzo erede che porterà avanti il suo nome e il suo rango." Le mani di Rana le accarezzarono il viso, sollevandolo delicatamente affinché i loro sguardi si incrociassero. "Tu sei tutto per me", disse, con la voce rotta dall’emozione trattenuta. "Ma Iva… tuo padre… non capirà mai il tuo cuore come lo capisco io. Lui vede solo forza e dovere, discendenza e eredità. Quello è il suo mondo. Non il tuo." Le lacrime di Iva ora scendevano più veloci, bagnandole le mani mentre cercava di parlare ma riusciva solo a singhiozzare. "E il mio futuro… i miei sogni… le mie scelte… non sono nemmeno mie. Vuole decidere lui… il mio compagno… la mia vita… tutto!" Rana la strinse forte a sé, il calore delle sue braccia era un fragile scudo contro la fredda furia che aveva messo radici dentro Iva. "Lo so", sussurrò. " E mi dispiace tantissimo. Vorrei che le cose fossero diverse. Vorrei che tu potessi vivere senza le catene che lui sta cercando di imporre su di te. Vorrei poterlo cambiare, ma non posso. Tutto quello che posso fare è starti accanto… ma il branco ha bisogno del sostegno di tutti più che mai. Il numero dei membri del nostro branco è in calo e la situazione è peggiore che mai. Ho parlato con Luna e lei ha confermato che, vista la situazione, ci vuole un miracolo per mantenere la nostra attuale posizione nella gerarchia del branco." Iva affondò il viso nella spalla di sua madre, mentre un misto di rabbia, angoscia e impotenza minacciava di schiacciarla. Lo sguardo di Iva si alzò lentamente, rigato di lacrime e gonfio, incontrando quello di sua madre con un leggerissimo barlume di ribellione. Qualcosa si mosse dentro di lei, fragile ma insistente: una scintilla che era stata soffocata da anni di delusioni e aspettative crudeli. "Io… io combatterò", sussurrò, quasi tra sé e sé. "Anche se lui non mi vedrà mai per quella che sono… anche se tutti si aspettano che io non sia altro che una pedina. Combatterò. Il mio futuro… la mia vita… la mia scelta… non gli permetterò di portarmeli via". Rana annuì, con gli occhi lucidi, e le diede un bacio sulla sommità della testa. "Oh, Iva", disse. Iva si abbandonò al silenzio della sua stanza, con le lacrime che continuavano a scendere, ma sotto lo strazio, sotto il dolore, qualcosa di feroce e inflessibile cominciò a emergere. Non sapeva ancora come né quando, ma riusciva a percepirlo: un battito nel petto, un sussurro nelle ossa, la promessa di qualcosa di più grande, qualcosa che l’aspettava. E sebbene in quel momento si sentisse a pezzi, piccola e impotente, un seme di ribellione aveva messo radici. Un giorno, si promise, si sarebbe fatta valere, non come figlia della Gamma, non come pedina di nessuno, ma come se stessa. E nessuno — nemmeno suo padre — avrebbe più deciso il suo futuro.
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