III.

1817 Parole
III. Una verde vallata fra ripidi monti selvosi, attraversata da un torrente che le nevi delle cime mantengono gonfio d’acqua limpida e pura; un paese formato da frazioncelle sparse fra gli alberi che infoltiscono su le due sponde o sono appicciccate ai massi della montagna. È questa Valselva; e Castelletto è il nome che venne al paese dall’antico e grigio castello, che ancora signoreggia su la vallata, dall’alta rupe sporgente, ove lo costruivano la prepotenza o il capriccio. Valselva è su nella zona montuosa ove finiscono i boschi e cominciano i pascoli. Castelletto si sveglia tardi dal sonno invernale. Ma la sua breve estate è così fresca, così verde e pittoresca, che ai primi disgeli, i villeggianti vi accorrono ad abitare le casine e le villette disseminate fra gli alberi, accucciate nelle silenziose insenature, poste di sghembo sul fianco del monte. Vi accorrono, stanchi sfatti dall’affannosa vita cittadina, smaniosi di riposo, di quiete, di libertà, di svaghi semplici e sani. E durante i mesi della caldura, respirano l’aria vibrata della valle selvosa, bevono acqua pura e latte profumato, passeggiano o stanno a sedere all’ombra delle piante, s’arrampicano su per le vette, si raccolgono ora in una villetta ora in un’altra a conversare, lavorare, fare della musica o quattro salti a la buona. Poi, a la prima nevata d’ottobre, ai primi freddi soffi delle gole e delle cime, come un volo di rondini, lasciano il nido estivo per far ritorno in città. Se ne vanno a la spicciolata; oggi una famiglia, domani un’altra. Parecchi lasciano la vallata con rincrescimento, con un saluto di rammarico a la vita semplice e riposata; altri la lasciano con l’impazienza di rituffarsi negli snervanti piaceri della società, di riprendere l’affannosa vita degli affari, dello sports, dei divertimenti, non sempre igienici e sanamente morali. Quell’anno, per la metà d’ottobre, già freddo e nevoso, le sparse villette erano tutte chiuse, meno il castello dalla cui torre la bandiera sventolava sempre, e meno la modesta casetta costruita a la svizzera, che, a un tiro di fucile dalla Chiesa, biancheggiava solitaria di sopra un rialzo di terreno fitto di noci e castani. La casetta costruita a la svizzera, col tetto spiovente e il balconcino di legno traforato come un pizzo, era aperta; dal camino, in forma di torricella, il fumo usciva a spire nere e pigre, che stavano immote nell’aria morta della giornata nebulosa. La campana della Chiesa toccheggiava il mezzogiorno e dalla porta della casina, aperta sul prato in discesa, uscivano in bell’ordine a due a due, le fanciullette e i fanciulli, con la paniera infilata nel braccio e la cartella a tracolla. Uscivano silenziosi e tranquilli; ma appena ai piedi del rialzo, si davano a correre, a vociare, a fare a botta e risposta, a ridere e scherzare, da personcine avide di libertà, piene di salute e di brio, che, dopo alcune ore di tranquillità e di attenzione, tornavano alle loro case ove le aspettava il solito frugale pasto, che raccoglieva la famigliola intorno a la tavola rozzamente imbandita. La casina annidata fra le piante, che l’autunno andava spogliando, recava al sommo della porta, a caratteri grandi e spiccati, le parole: «Scuola Comunale.» Quivi le fanciullette e i fanciulli di Valselva, venivano a ricevere la loro istruzione elementare, a dirozzarsi e educarsi, per quanto fosse possibile, a rettitudine e bontà; quivi la giovine maestra, da poco venuta a sostituire la vecchia, viveva sola soletta dopo di aver compiuto il dovere del suo umile e non facile ufficio. Per certo non facile!….. almeno tale sembrava a la giovane insegnante, come si vede nella pagina del diario, che stava scrivendo e che ha lasciato aperto sul tavolino presso la finestra della sua cameretta, al piano superiore, dove ella dorme, lavora e scrive nelle ore libere. Ora la giovine maestra è già in cucina a prepararsi un po’ di colazione. Abbiamo dunque l’opportunità di entrare nella cameretta e di leggere la pagina del diario. «No, che non è facile cosa l’occupare, per la prima volta, il posto di maestra comunale in un paese ove si arriva nuovi. Vi sono mille doveri da compiere, mille convenienze da osservare. Poi c’è da soddisfare a la curiosità di parecchi, quasi di tutti, che ti guardano, t’osservano, ti squadrano da capo ai piedi e cercano di leggerti l’anima in volto, di indovinare la tua vita passata, magari di pronosticarti l’avvenire. E si è sole ad affrontare tutto, sole in due camerette annesse a la scuola!... Io mi posso però chiamare fortunata; la scuola, quindi la mia casa è lontana da ogni frazione del paese; è costruita a poca distanza dalla Chiesa, anch’essa isolata; le piante la circondano; dietro le si apre un orticello, dove, fra l’insalata, le patate, i fagioli e il prezzemolo, si rizzano a ciuffi, lo spigonardo, la salvia, qualche rosaio, qualche crisantemo e alcune dalie. Dalla finestra della mia cameretta vedo la vallata, il castello scuro che sorge sopra una rupe e pare messo là apposta per minacciare e immelanconire, e la stradetta che rasenta il torrente e che unisce la scuola a la frazione principale del paese. Da questa stradetta viene due volte al giorno il postino a portare il giornale al Parroco e qualche rara lettera a me. Io spio l’apparire del postino che è sempre preceduto dal suo cane e mi sento il cuore martellare in petto ogni volta che egli si ferma davanti a la porta della casina. Ma non si ferma spesso; pur troppo!.... Lontani dagli occhi lontani dal cuore! dice la vecchia sentenza; io ne esperimento la verità. Pochi ricordano la povera Nora a la quale mostravasi simpatia ed affetto. Ella è scomparsa dalla società a la chetichella come uno che vuol andarsene senza la commozione dei saluti e la seccatura delle osservazioni e dei consigli. È scomparsa; non la si vede più, più non si sente la sua voce, e... Lontana dagli occhi lontana dal cuore! La vallata è pittoresca e nelle sparse frazioni vi sono anche delle famiglie benestanti. Sono stata a far visita al sindaco, che, mi fu detto, in Consiglio Comunale, si accalorò per mio conto, scegliendomi tra le altre concorrenti per via della raccomandazione di un suo amico di città, che conosce me e conobbe la mia famiglia. Sono dunque stata a fargli visita; e dopo una cordiale accoglienza, fui messa a parte dei pettegolezzi del paese. Pare che questo sia diviso in due partiti; il partito liberale che è quello del sindaco ed un altro, che è quello di don Lucio, un nobile abbastanza ben provvisto e piuttosto avaro, quì stabilito da alcuni anni nella casetta, che possiede insieme con parecchi boschi e bei tratti di terreno. Don Lucio (l’ho incontrato in Chiesa) è uno spilungone dalla faccia emaciata e piuttosto arcigna, che va in giro stretto in un vecchio soprabito nero e lungo fino alle calcagna, e in Chiesa, durante le funzioni, sta raccolto e attento, che è un vero esempio di devozione. Non capisco come molti non lo possano soffrire; a me pare una persona a modo, ma triste, triste; di quelle che non avendo affetti nella vita, riparano nel pensiero di Dio e si confortano nella religione. Egli vive solo con un domestico della sua età e usa di andare solamente al castello, ove passa la sera con la marchesa, che conosce da anni; anche lei venuta a stabilirsi quì, dopo la morte del marito. Insieme con la marchesa vi hanno da essere altre persone delle quali finora non ho sentito parlare. Oh ci sarà tempo di conoscere tutto e tutti! Io non ho certo premura di fare conoscenze; tutt’altro!... Non ho che un desiderio, io; quello di essere ben voluta, di fare scrupolosamente il mio dovere, di vivere, per quanto è possibile, tranquilla nella solitudine. La prima volta che entrai nella scuola m’aspettava una delusione. Credeva di vedermi venire incontro i piccoli scolari e le scolarine col sorriso su la bocca e la buona accoglienza negli occhi. Invece... mi furono ostili. Spiacenti di più non aver la loro vecchia maestra, messa a riposo e tornata al suo paese, essi non volevano entrare in iscuola; e, d’in su l’uscio, mi facevano boccacce e sberleffi, dicendomi chiaro e tondo che di me non volevano saperne. Mi fu di bisogno di tutta la mia pazienza per persuaderli con le belle e le buone. Riuscii a chiamarmi vicina una graziosa piccina bionda e riccioluta, che accarezzai e baciai, invitandola a confidenza con ogni maniera di buone parole: le apersi dinanzi un libro con delle illustrazioni colorate, il quale attirò la curiosità d’un ragazzetto, quindi di un altro e di un altro ancora, finchè tutti, scolarini e scolarine mi furono attorno. Per interessarli, presi a spiegar loro le illustrazioni in modo da divertirli. Poi a poco a poco li indussi a mettersi ciascuno al proprio posto e cominciai a insegnar loro qualche cosa di piacevole per tener desta la loro attenzione e guadagnarmi un briciolo di simpatia. Finì l’ora della scuola che i miei piccoli allievi manco se ne accorsero; ed uscirono quietamente in bell’ordine, salutandomi con il solito «Riverisco, signora maestra!» Non parevano più i piccoli ribelli scontrosi e ineducati di qualche ora prima. «Il n’y a que le premier pas qui coûte» dissi fra di me, consolandomi nella speranza. Superato quel primo, impreveduto ostacolo, tirai via con zelo ed amore per vincere sempre più il sentimento e la ritrosia dei miei scolaretti e guadagnarmi la loro confidenza. Mi pare già di essere sulla via della riuscita; alcune mammine sono venute a vedermi e a darmi segni di soddisfazione e di simpatia. Il sindaco mi ha invitata a passare la sera in casa sua, ove si usa di lavorare e chiacchierare attorno a la tavola. La moglie del sindaco è una buona creatura, tutta casa e figliuoli, che passa la vita lavorando. Ma a passare la sera attorno a la tavola in casa del Sindaco, vengono altre signore, fra cui la sorella del farmacista, che mi guardano con una curiosità punto benevola e mi trattano con una cert’aria altezzosa, che mi fa ridere. Vedo il postino che si avanza preceduto dal suo cagnolo; mi fa un cenno; ha certo qualche cosa per me. Che Ester sia riuscita a sapere dove sono e mi manda una sua cara letterona?... Ho mancato al dovere d’amicizia non informandola della mia decisione e del mio nuovo soggiorno. Ma fu una cosa così precipitata!... E poi voleva aspettare a scriverle, di poterle dire come mi trovo quì, di poterle descrivere questi luoghi e parlarle delle persone che mi stanno intorno. Chi può averla informata e della mia decisione e del posto che occupo?... Forse Giulio!... Ecco il postino. Vengo! Proprio una letterona di Ester. Ah la cara pazzerella! la spensierata, felice creatura!... Le scrivo oggi stesso. Sì, un letterone come tu desideri, cara, buona, fedele amica mia, che non hai dimenticata la povera Nora e le hai serbato il tuo sincero affetto!
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