Epilogo - Nuovo Inizio

875 Parole
Sei mesi dopo Il nuovo laboratorio di Michele era più piccolo del precedente, ma più luminoso. Le vetrine non contenevano più orologi antichi e misteriosi, ma pezzi moderni, sicuri, privi di qualsiasi connessione con dimensioni temporali alternative. Clienti normali portavano orologi normali con problemi normali, e Michele li riparava con mani esperte ma completamente umane. Era una vita tranquilla, prevedibile. Esattamente quello che aveva pensato di desiderare. Eppure, in certi momenti di silenzio, sentiva ancora la mancanza di quella sinfonia temporale che un tempo riempiva i suoi giorni. E soprattutto, sentiva la mancanza di Roberto. Non del Roberto predatore che aveva cercato di usarlo, ma di quegli attimi di genuina intimità che avevano condiviso. Del modo in cui sorrideva quando pensava che Michele non lo stesse guardando. Del calore delle sue mani. Del sapore dei suoi baci nei momenti in cui l'amore era stato reale. Elena aveva ragione: alcuni amori lasciano cicatrici che non guariscono mai completamente. Il campanello della porta suonò, interrompendo i suoi pensieri. Michele alzò lo sguardo dal delicato movimento di un orologio da polso e vide entrare un uomo che lo fece trasalire. Alto, elegante, con capelli scuri e occhi blu. Ma non era Roberto. Questo uomo aveva lineamenti più dolci, un sorriso timido invece che predatorio, e negli occhi una gentilezza che Roberto aveva mostrato solo negli ultimi momenti della loro esistenza. "Scusi," disse l'uomo con voce incerta, "mi hanno detto che lei ripara orologi antichi?" Michele lo studiò attentamente. Non c'era nulla di soprannaturale in lui, nessuna aura temporale, nessun potere nascosto. Era completamente, genuinamente umano. "Dipende dal tipo di orologio," rispose Michele cautamente. L'uomo sorrise, un'espressione così familiare che Michele sentì il cuore saltare un battito. "È un orologio da tasca che apparteneva a mio nonno. Mi chiamo Marco, tra l'altro. Marco Alberti." Quando l'uomo aprì la scatola che aveva portato, Michele trattenne il fiato. L'orologio era bellissimo ma normale, un pezzo d'epoca ma privo di qualsiasi elemento soprannaturale. Eppure, il modo in cui la luce giocava sulla sua superficie gli ricordò dolorosamente il primo orologio che Roberto gli aveva portato. "Ha un valore sentimentale," spiegò Marco, notando l'espressione di Michele. "Mio nonno me lo ha lasciato prima di morire, dicendomi che quando avessi trovato la persona giusta da amare, avrei dovuto regalarglielo come simbolo di impegno eterno." Michele prese delicatamente l'orologio, sollevato quando non sentì alcuna scossa elettrica, solo il peso familiare del metallo antico. "È rotto?" "Si ferma sempre alla stessa ora. Mezzanotte e trentatré." Michele alzò bruscamente gli occhi, fissando Marco con una miscela di paura e speranza impossibile. "Cosa ha detto?" Marco sembrò confuso dalla sua reazione. "Mezzanotte e trentatré. È strano, vero? Il riparatore precedente ha detto che era impossibile, che gli orologi non si comportano così." Michele sentì le mani tremare. Guardò di nuovo l'orologio, poi Marco, cercando di capire se fosse possibile quello che stava pensando. "Marco," disse lentamente, "lei ha mai avuto sogni strani? Sogni di... di un altro tempo, di un altro luogo?" Marco arrossì leggermente. "È una domanda strana da fare a un cliente." "La prego." Marco esitò, poi annuì. "In realtà, sì. Da quando ho ereditato l'orologio, ho sogni vividi di essere qualcun altro. Qualcuno che ha fatto cose terribili e che cerca una seconda possibilità per fare le cose nel modo giusto." Si fermò, guardando Michele con occhi improvvisamente più intensi. "E nei miei sogni, c'è sempre un orologiaio con i capelli castani e gli occhi gentili che mi perdona per cose che non ricordo di aver fatto." Michele sentì le lacrime scottargli gli occhi. Era possibile? Poteva essere che le anime, una volta purificate dal pentimento, trovassero davvero una strada per tornare? "Michele," disse Marco dolcemente, e sentire il suo nome pronunciato con quella voce familiare ma diversa fece tremare qualcosa nel petto di Michele. "Non so perché, ma ho la sensazione di conoscerti da molto tempo." Michele posò l'orologio sul bancone e guardò dritto negli occhi blu di Marco. Non c'era nulla della ambiguità di Roberto in quegli occhi, nulla dell'antica oscurità che lo aveva sedotto e terrorizzato. C'era solo una dolcezza genuina e una vulnerabilità che faceva male al cuore. "Forse ci conosciamo davvero," disse Michele. "In un altro tempo, in un altro modo." Marco sorrise, e il sorriso illuminò tutto il suo viso. "Mi piacerebbe conoscerla meglio. Nel tempo presente, intendo." Michele guardò l'orologio fermo a mezzanotte e trentatré. Poi guardò Marco, quest'uomo che portava l'eco di un amore perduto ma offriva la promessa di qualcosa di nuovo e pulito. "Mi piacerebbe molto," disse. E quando Marco gli porse la mano per presentarsi formalmente, Michele la prese senza esitazione. Non ci fu alcuna scossa elettrica, nessuna alterazione temporale. Solo il calore umano di un tocco che prometteva onestà, gentilezza, e forse - solo forse - una seconda possibilità di amare nel modo giusto. L'orologio sul bancone emise un dolce ticchettio e le sue lancette iniziarono a muoversi, segnando finalmente il tempo presente. Un nuovo inizio era appena iniziato. E da qualche parte, oltre le dimensioni del tempo e dello spazio, Michele sentì un sussurro di gratitudine portato dal vento: "Grazie per avermi dato una seconda possibilità di amarti." Michele sorrise, stringendo la mano di Marco, e sussurrò indietro: "Benvenuto a casa." Fine
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