1 L’eroe
Velkemberg sta seduto sulla sua scomoda seggetta e guarda fuori dall’altana i monti azzurrini, la vallata ancora verde e il profilo oscuro del villaggio sulla collina di fronte. La calma luce della sera non lo rasserena: è inquieto. Sembra che il mondo si sia dimenticato di lui. Nessuno ricorda le sue imprese gloriose, il suo contributo alle recenti vittorie. Così è il mondo!
L’eroe guarda sospirando il suo cimiero, abbandonato negletto in un angolo tra la polvere. L’elmo che protesse il cranio, più calvo che spelacchiato, da tanti colpi di daga e di sventura. Con una mano carezza le magre guance del volto allungato, raggiungendo la barbetta caprigna che gli ricopre il mento aguzzo, mentre strizza gli occhi grigiastri e aspira sonoramente dal naso prominente e grifagno per impedire che una goccia involontariamente ne discenda. Era la faccia in più versi solcata da cicatrici e rughe, siccome una pergamena antica da topografici sentieri, frutto degli anni e delle molte e logoranti imprese. Così è il mondo verso i generosi!
I suoi molteplici talenti, la sua capacità di immedesimarsi nell’animo di persone tanto diverse, di coglierne e ripeterne i piccoli tic, di cambiare a suo piacimento il timbro della voce, la plasticità del viso, avrebbero potuto fare di lui un grande attore, capace di portare sui palcoscenici di tutto il mondo i testi di Shakespeare, Pirandello, Moliere, Calderon de la Barca, Schiller, anche nelle lingue di origine. Infatti Ulrico di Velkemberg era perfettamente padrone di sei o sette lingue e in esse riusciva a esprimere in modo raffinato pensieri molto complessi e sottili battute di spirito. Forse più che attore avrebbe potuto fare il diplomatico e tessere complesse reti di relazioni internazionali, grazie anche al suo sangue freddo e al fascino magnetico che scaturiva dal suo sguardo. Ma era intervenuta la guerra...
E Velkemberg, da buon patriota, aveva silenziosamente messo a disposizione della sua Patria il suo ingegno, la sua arte, il suo braccio, le sue fatiche, le sue ricchezze, in cambio di una vacua fama e di continui improperi.
Era un artista che non aveva mai avuto i trionfi che meritava, che aveva dovuto fare a meno degli applausi, sempre in tensione per evitare che gli altri si accorgessero della sua recita, che mai aveva potuto abbassare la maschera, abbandonarsi ai sentimenti, concedersi un attimo di tregua. Molti dei suoi trionfi erano sconosciuti al gran pubblico. Alcune vittorie, celebrate da tutti nascondevano invece l’amarezza di imprese fallite per un granellino di sabbia finito tra gli ingranaggi...
E la Storia, inesorabile, aveva continuato a celebrare sempre gli stessi, a raccontare le sue favole, dimentica di chi tanto si era adoperato per raddrizzarla un pochettino.
Velkemberg stringe nervosamente i braccioli della seggetta con le lunghe dita delle mani ossute e posa gli occhi inquieti sulle lunghe gambe e sui piedi calzati negli stivali sporchi e sdruciti, pigramente appoggiati al muretto che limita l’altana. Ricorda quella volta che da solo, in occasione della famigerata rotta di Gebrochenekopf, fermò la carica di uno squadrone di ulani lanciati all’inseguimento delle stremate e tremanti fanterie badilane.
Lui solo, dritto con in mano un forcone bidente, in piedi sopra un grosso carro carico di profumato fieno quartirolo, sistemato in mezzo a uno di quei ponticelli stretti e diroccati posti sopra il torrente Schiavone. Gli ulani, non potendo guadare il torrente, a causa della ripidezza delle rive e delle mugghianti acque spumeggianti tra i massi, si lanciarono come un solo cavallo verso l’imboccatura del ponte, spronando a sangue i poveri destrieri, stanchi per il gran correre e ancor più affamati per il lungo digiuno. Erano ore e ore infatti che quei diavolacci cavalcavano ventre a terra, senza un attimo di respiro, sempre alle calcagna dei poveri fantaccini badilani, le cui calcagna avevano consumato il fondo dei loro pantaloni.
Velkemberg dalla cima del gran mucchio di fieno, sprezzante delle grida e degli improperi degli ufficiali codecani, stava appoggiato al suo forcone, immobile come una statua di gesso.
“Sparate, sparate!” gridavano gli ufficiali, inutilmente, poiché tutti gli ulani erano armati solo di stocchi, spiedi, schidioni, sciabole e scimitarre, ma non avevano con sé armi da fuoco. I pochi che le recavano seco non avevano avuto tempo di ricaricarle durante la precipitosa offensiva che più volte aveva rischiato di portare le punte avanzate dell’esercito codecano, come ad esempio gli squadroni di cavalleria, davanti alle retroguardie dell’esercito badilano in fuga. E questo sarebbe stato un gran male, in quanto le leggi di guerra non prevedevano una simile confusione tra gli eserciti, sia pure nel corso di una grande manovra strategica, quale quella che aveva avuto inizio con la rotta di Gebrochenekopf.
L’eroico Velkemberg, accortosi dell’impaccio degli sciabolatori nemici, che non potevano raggiungerlo con i loro stocchi, per irrisione aveva preso a minacciarli con il forcone, gettando per spregio mannelli di profumato fieno quartirolo contro i musi bramosi dei ronzini codecani. Questi, insensibili ai colpi di sprone dei loro cavalieri, cominciarono a pascersi, strappando voraci boccate di fieno al grande mucchio che stava sul carro che bloccava il ponte sullo Schiavone. Intanto l’orda di cani bastardi che accompagnava il carro di Velkemberg cominciarono ad abbaiare ferocemente, aumentando la confusione che si era creata intorno al grande ammasso di fieno.
Il Signore di Velkemberg, approfittando della confusione, si lasciò scivolare dalla parte posteriore del carro, ne bloccò le ruote e, staccata la pariglia, saltò in groppa a uno dei due giganteschi manfredonici muli e si allontanò al piccolo trotto verso le linee badilane. La lunga scia di barattoli e buatte attaccate ai finimenti dei cavalli e trascinate al suolo, rimbalzando riempiono l’aria di scoppi e rimbombi più che se fossero fucilate. La pianura si andava riempiendo di ombre e nebbie, mentre il sole tramontava a occidente in una stretta fessura tra le colline e la nuvolaglia nera. I cani si disperdevano lontano ululando, mentre i cavalli degli ulani masticavano felici il fieno.
L’evento, apparentemente senza testimoni, si riseppe presso gli alti comandi badilani e ovviamente aumentò di peso e importanza: Velkemberg aveva fermato, si disse, due squadroni di ulani, quattro squadroni, un’armata codecana intera. Ciò valse al nostro eroe, oltre alla solita medaglia, una menzione d’onore e, più tardi, una fattura del Regio Comando Alimentazione Quadrupedi che richiedeva il pagamento del carro di fieno lasciato nelle mani del nemico.
Velkemberg pagò la notula senza discutere, temendo forse che, scavando nel suo passato, lo si accusasse, niente po’ po’ di meno, anche di collusione con il nemico e della disfatta di Gebrochenekopf!
Ma non erano questi i ricordi che vellicavano l’animo del nostro eroe. Egli cercava di sceverare tra le sue molte imprese quelle che potevano meritargli la imperitura memoria presso gli spirti eletti dei vari continenti da quelle che avevano solo provocato un caduco rumore o peggio ancora avean sortito una labile e discutibile fama.
Costernato, l’eroe riconosceva che la sua visione del mondo e delle cose molto era cangiata nel tempo e con l’etade. Anch’egli da giovincello, con la mente ottenebrata d’auliche letture, avea prestato ascolto alle lusinghe della fama e seguito le roboanti fanfare di fumosi ideali in bellicose imprese. Col trascorrer del tempo e il sopraggiunger, con la saggezza, de’ senili acciacchi, che sommati alle plurime ferite gli ricordavan sovente sia il mutar di stagione, che, e ancor più, il volubil pensiero dell’umana marmaglia, erasi fatto più cogitante e lento nel prender decisioni foriere di rischi e di perigli col sol ricavo di fumanti corbelli di profumato guano.
Stava quindi pensoso il prence e rimembrava.