I-3

1231 Parole
Quel tipo doveva essere piuttosto in ritardo perché non accennò a rallentare la propria andatura e continuò a zigzagare per evitare tutti gli ostacoli che gli si frapponevano frontalmente. Game over per le illusioni e le speranze che avevo tenuto, sino ad allora, in vita malgrado il buon senso mi stesse suggerendo di mantenere tutt’altro atteggiamento in quella vicenda da cui stavo uscendo con il morale a pezzi. L’ala moderata del mio animo, da sempre avversa al mio eccessivo coinvolgimento in quella storia, mi dedicò un monologo che non potevo in alcun modo contraddire. “Bella figura da deficiente hai fatto. Tra l’altro te lo sei proprio meritato visto che non hai ascoltato i miei consigli. Ridicolo quel vestito grigio, ridicole quelle rose da romanticone, ridicolo tu e quel permesso che hai chiesto in ufficio per ritrovarti qui come uno sfigato qualunque, un povero sfigato qualunque”. Quando la circolazione cominciò a riattivarsi nelle mie arterie trovai finalmente la forza per girare i tacchi e dirigermi, a testa bassa, verso la mia macchina. Conservo un ricordo un po’ sbiadito di quella che definirei una vera e propria fuga. Tra quei pochi fotogrammi messi in salvo nella mia memoria c’è ne sono alcuni relativi all’incontro con una donna, probabilmente una mendicante, che mi chiamò con insistenza prima di iniziare a pedinarmi. Asfissiato da una stringente sensazione di rabbia non mi voltai nemmeno e lanciai alle spalle quel mazzo di rose che lei evidentemente raccolse perché mi parve di udire una serie di ringraziamenti pronunciati in un italiano stentato. Probabilmente avrebbe rivenduto quella composizione floreale alla stessa fioraia dalla quale l’avevo acquistata, un “usato” ancora vendibile e di cui avrebbero tratto beneficio entrambe. Schiumante di rabbia riflettei sul fatto che purtroppo avevamo deciso di non scambiarci i rispettivi numeri di cellulare per rendere ancora più elettrizzante quell’appuntamento. Una scelta della quale mi stavo pentendo perché avrei voluto contattarla immediatamente per sommergerla di improperi se lei non mi avesse fornito una spiegazione più che valida per quella sua assenza. Il piano di teoriche sanzioni che stavo elaborando prevedeva l’invio di un’infuocata e-mail una volta rientrato a casa. Ero disposto anche a subire le estreme conseguenze di una mia cacciata da f*******: se lei avesse segnalato quella mia forma di abuso ma non me ne fotteva nulla, d’altronde sarebbe stata una scusa buona per liberarmi da quella forma di dipendenza, da quella socialità artificiosa, alla quale dedicavo fin troppe ore della mia giornata. Quando, dopo essermi prodotto in una camminata a passo fin troppo spedito, raggiunsi la mia vettura controllai immediatamente se mi fossi beccato una multa poiché avevo pagato il parcheggio per un tempo molto inferiore rispetto a quello che avevo effettivamente trascorso all’interno della stazione. Per fortuna, ed era la prima buona notizia di quella giornataccia, il parabrezza della mia macchina era libero dalla presenza di quel molesto foglietto di carta. Prima di mettermi alla guida mi liberai dell’impiccio di quella giacca da cerimonia che lanciai sul sedile posteriore. Non mi preoccupai nemmeno troppo delle due automobili parcheggiate vicino alla mia Punto perché le toccai entrambe, attuando una strategia da “botta avanti e botta indietro” che mi permise di uscire da quello striminzito spazio senza nemmeno sprecare troppo tempo in accorte e civili manovre. Di certo non mi stavo comportando da cittadino modello ma, in fondo in fondo, l’unica persona con cui avrei dovuto prendermela per quanto accaduto ero io. Lei, d’altronde, mi aveva avvisato: “...sono molto imprevedibile, da me bisogna aspettarsi un po’ di tutto: prendetemi così come sono, con i mie sbalzi d’umore, le mie decisioni avventate, i miei tentennamenti e miei slanci improvvisi!!!”. Evidentemente avevo fatto affidamento sui suoi slanci improvvisi rispetto ai tentennamenti, puntando tutte le mie fiches sul colore sbagliato. Guidai per qualche minuto con il pilota automatico inserito senza analizzare i colori, i rumori e i suoni provenienti dal mondo circostante. Il mio radar nervoso non si attivò nemmeno quando un dissennato automobilista, proveniente dal senso opposto di marcia, invase per qualche istante la mia corsia prima di ritornare all’interno della propria carreggiata. Solo dopo un attimo di disorientamento mi resi conto, grazie allo specchietto retrovisore, di aver sfiorato l’impatto con una pantera della polizia che si stava probabilmente producendo in un disperato inseguimento. Quando arrivai sotto casa un agonizzante sole terminava il suo quotidiano turno di lavoro e lasciava il palcoscenico a un cielo scuro che avrebbe portato con sé un po’ di apprezzata frescura. Prima di allontanarmi dal posto di guida indirizzai uno sguardo verso lo specchietto retrovisore per verificare lo stato di tensione disegnato sul mio viso. Dovevo tranquillizzarmi e indossare una maschera, la solita maschera: quella dell’anonimo impiegato che rientra a casa dopo una piattissima giornata in ufficio. Non volevo infatti che un eventuale vicino, incrociato salendo le scale, potesse prendere atto della crisi esistenziale che stavo vivendo. Se mi avessero beccato quella notizia sarebbe passata di bocca in bocca entro il giorno successivo. Dopo un paio di rampe di scale, incontrai un posto di blocco presidiato dalla signora Lifatti. “Buonasera, Daniele”. “Buonasera, signora”. Quella donna aveva i cinerei capelli raccolti in una cuffia, un paio di ciabatte spelacchiate, il viso struccato e tanta voglia di farsi “Lifatti” miei. “Le è accaduto qualcosa?”. “Perché?”. La mia maschera era già caduta. “Lei non sa nascondere molto bene i suoi stati d’animo, caro ragazzo”. Quella casalinga disperata si scostò appena in tempo perché l’avrei travolta se avesse continuato a rovistare tra i miei stati d’animo. Decisi di ignorare un velenoso commento che mi giunse alle orecchie una volta che l’ebbi superata. “Questi uomini non sanno proprio perdere con le donne!”. “Stronza”. Quell’epiteto mi uscì fuori flebile e senza peso perché non volevo inimicarmi ancor di più una serpe del genere. Mi sottrassi al preludio di un’ipotetica rissa verbale perché quella donna, malgrado tutto l’acidume veicolato dalle sue parole, mi garantiva, settimanalmente, una porzione della sua pasta al forno multipiano, imbottita di ogni squisitezza; delirio per la gola ma, quando esageravo, tortura per lo stomaco. D’altronde, mettendo da parte ogni forma di orgoglio personale, dovevo ammettere che per un single cronico quel ricco pasto a costo zero rappresentava un lusso del quale non avrei mai voluto privarmi. Quando infilai la porta del mio appartamento mi sentii finalmente sollevato perché ebbi come l’impressione di aver chiuso quella brutta parentesi della mia vita. Accesi le luci, mi liberai delle scarpe senza nemmeno piegarmi e mi diressi quasi immediatamente in cucinino. Recuperai dal frigorifero una bottiglia di acqua gelata e cercai di placcare la mia arsura con una lunghissima, quasi interminabile, sorsata. Dilaniai poi una succosa pera ignorandone il sapore perché il mio unico obiettivo era quello di riempire parte di uno stomaco che non aveva visto traccia di cibo dalla colazione del mattino. Da perfetto idiota, quale mi ero palesemente rivelato, avevo saltato il pranzo perché la tensione mi aveva serrato la bocca dello stomaco in vista dell’impegno pomeridiano con la donna del mistero. Mi sentivo immotivatamente stanco, svuotato, risucchiato dentro un vortice di delusione. Mi spogliai, lanciando gli indumenti in ogni angolo del tinello, e mi tuffai, ormai seminudo, sul divano. Riuscii, da sdraiato, ad allungare la mano sino all’interruttore che premetti nella speranza che il buio potesse fagocitare la mia presenza fisica in quel luogo. Volevo dormire, sì desideravo dormire per un numero da zero a infinito di ore e dimenticare per sempre quella stazione e i suoi detestabili abitanti, Bambi e quell’odioso cappellino da baseball blu, f*******: e ogni forma di relazione a distanza, Marco e i suoi deleteri consigli. Mi addormentai dopo un discreto ma sopportabile numero di tentativi andati a vuoto. Erano le 20 e 30 di quello che avrebbe dovuto essere, almeno nelle intenzioni, un giorno assolutamente perfetto!
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI