2

502 Parole
2 Un’ora dopo, la modella lasciò lo studio. Era ripreso a piovere. Eva affrettò il passo. Diede uno sguardo all’orologio e si accorse che era tardi. Aveva un appuntamento con un agente pubblicitario e non voleva assolutamente farlo aspettare, non la prima volta. Quella poteva essere un’occasione molto importante per lei. Aveva posteggiato l’auto in via XXV Aprile, la via delle scuole superiori, all’incrocio con viale Monte Rosa. Se avesse attraversato i Giardini Pubblici, tagliando per il parcheggio che dava su via Verdi, avrebbe fatto prima. Perché no? Non era ancora buio, in fondo. Entrò dall’ingresso principale che dava su via Sacco. Attraversò il corridoio pavimentato in pietra e sbucò sullo spiazzo di ghiaia che dava di fronte alla fontana. A un tratto le parve di avvertire un rumore tra i cespugli. Il suo cuore sussultò. Si fermò e si volse, guardandosi attorno. Non c’era nessuno. Mosse alcuni passi in avanti e tese l’orecchio: un corvo sbucò fuori improvvisamente dall’intrico dei rami e volò via, passandole accanto e facendola sobbalzare. Si portò un mano alla bocca, come a voler trattenere un grido di sorpresa. Si era spaventata come una bambina. Rassicurata, riprese a camminare. Di nuovo quel rumore. Il cuore le balzò in gola. Questa volta era certa di averlo sentito e non si trattava del corvo. Affrettò il passo. La ghiaia scricchiolava sotto i suoi piedi. Non era sola, c’era qualcuno, forse più vicino di quanto potesse immaginare. La pioggia batteva insistente sulla tela dell’ombrello. Le parve di vedere muoversi qualcosa attraverso i cespugli. Doveva correre, correre veloce. Le sarebbe bastato raggiungere il cancello dall’altra parte del parco, per ritrovarsi sulla strada principale: là ci sarebbe stata gente e sarebbe stata al sicuro. Ancora trecento metri. Prese a correre. Il rumore la seguiva alla sua stessa velocità. Sembravano pedate. Perché si era inoltrata nel parco? Si diede della stupida, della sprovveduta. Non avrebbe mai dovuto. A un tratto, l’aggressione. Feroce. Avvertì un colpo violento alla schiena. L’ombrello le sfuggì di mano e rotolò per qualche metro sulla ghiaia. Un bruciore forte, un dolore intenso. Le gambe divennero improvvisamente molli. Barcollò. Si volse, ma non riuscì a vedere in volto il suo aggressore, coperto da un passamontagna. Sentì la lama del coltello affondare nuovamente nella carne. Eva tentò di difendersi, con le poche forze che le erano rimaste. Doveva averle perforato un polmone, non riusciva a respirare. Allungò le braccia in avanti, per parare i colpi. Un fendente le recise i tendini delle mani, con le quali aveva di istinto afferrato la lama. Provò a gridare aiuto, ma dalla sua bocca non uscì nessun suono, solo un debole colpo di tosse misto a sangue. Il suo assassino colpiva senza fermarsi, un fendente dietro l’altro, finché la ragazza cadde a terra. Ormai non sentiva più nessun dolore. Capì che la fine stava sopraggiungendo e smise di lottare. Vedeva le gocce di pioggia cadere dalle foglie del cespuglio e infrangersi sul ghiaino. Il suo carnefice le conficcò il coltello in mezzo al petto e attese che cessasse di respirare, poi abbandonò il corpo sulla ghiaia, sotto la pioggia battente.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI