Chapter 2

2013 Parole
Agosto 2014Camminava all’interno di un lungo e buio tunnel, poi in fondo una luce. Dopo due lunghissimi giorni di coma, Alessandra aprì per la prima volta gli occhi, una luce rarefatta, come fosse immersa nella nebbia in pieno giorno, le ricordò la polvere, poi lo scoppio della bomba, il volo che aveva fatto oltre al parapetto della scala, poi il dolore fortissimo alla testa, per ultimo una cascata di pezzi di vetro che le cadeva addosso. Chiuse gli occhi, non sentiva dolore e per un momento pensò di trovarsi in un’altra dimensione. Dopo alcuni minuti, li riaprì, la nebbia era scomparsa, ma le ci volle comunque un po’ per capire che si trovava nella piccola sala operatoria dell’ospedale provvisorio di Aleppo. Sentì infine delle voci avvicinarsi, parlavano in francese. Quando Arthur Ruben e il suo giovane assistente siriano entrarono nella stanza, furono accolti da due aperti e spalancati occhi azzurri. – Mon dieu, elle s’est réveillée – disse Arthur. Alessandra stentò a mettere a fuoco le due ombre che si erano avvicinate al suo lettino. – Cara, come ti senti? – e questa volta Arthur le si era rivolto in inglese. – Non provo nessun dolore – balbettò Alessandra prima in italiano, ripetendolo poi lentamente in inglese. Arthur estrasse dalla tasca del grembiule l’oftalmoscopio e le osservò l’interno di entrambi gli occhi. – Ma chère, sei ancora sotto l’effetto della morfina, andrà lentamente scomparendo, purtroppo non ti nascondo che presto sentirai dolori alla testa e altre parti del corpo. Quello che ci spaventa di più, – aveva continuato, – è l’ematoma alla testa, avrà bisogno di molto tempo per essere assorbito e non escludo di non dover operare di nuovo. Poi accostò al lettino una sedia e continuò: – Per le ferite alle braccia e alle mani basterà aspettare qualche settimana, qui il vero pericolo potrebbe essere rappresentato dalle infezioni. – Il medico fece una pausa e Alessandra sbatté le palpebre, in segno di assenso. – Per il momento, mi raccomando, nessun movimento brusco con la testa. – Poi, indicando il giovane medico che aveva al fianco, glielo presentò: – Lui è Maram al-Masri, è siriano, mi segue in tutte le operazioni chirurgiche in questa piccola sala operatoria. Per il momento rimarrai qua, con noi, è l’unica stanza sterilizzata e dotata di aria condizionata. Avresti bisogno di fare una risonanza magnetica alla testa, per il colpo che hai preso alla nuca, ma non abbiamo i mezzi, per questo, al momento, ti devi muovere il meno possibile; senza la risonanza non siamo in grado di verificare i danni che puoi aver subito. Io e Maram, ti saremo sempre vicini in questi giorni, questa, in fondo, è la nostra principale stanza di lavoro, di qualsiasi cosa tu abbia bisogno ci basta uno sguardo oppure un gesto, ok? – Arthur le sorrise. – Ok, Thank you. Rispose Alessandra, gli occhi lucidi e la voce flebile. Poi percepì strani rumori e delle urla arrivare dal corridoio. Nella piccola sala operatoria entrarono due infermieri sostenendo un giovane uomo dalla barba scura. Arthur li aiutò a distendere l’uomo sul lettino accanto. Il giovane aveva un tondino di ferro infilato nel fianco sinistro, Arthur e Maram dovettero così mettersi subito all’opera. Due settimane passarono in fretta, non si era ancora arrivati alla metà del mese di agosto che ad Arthur era arrivato l’ordine, dalla sede dei Medici Volontari di Parigi, di evacuare il piccolo ospedale nel tempo più breve possibile. Il fronte dei ribelli era in ritirata, i soldati di Damasco avanzavano, quartiere per quartiere, edificio per edificio, casa per casa e di solito, a spianar loro la strada, prima erano le bombe degli aerei russi. Non a caso l’edificio dell’ospedale era stato parzialmente colpito, si era trattato solo di un primo avvertimento, presto quella zona si sarebbe trovata sulla linea del fuoco. La settimana successiva, con le due ambulanze messe a loro disposizione per alcune ore dalla Mezzaluna Rossa, i feriti più gravi iniziarono ad essere trasferiti in zone più sicure, in case di parenti o di amici ad est della città. Il problema più grande per Arthur rimaneva dove trasferire la giovane volontaria italiana. Portarla con loro sui camion fino a Damasco, sarebbe stato un azzardo: senza averle fatto prima una Tomografia assiale computerizzata, era impossibile capire la gravità dell’ematoma. Per ora, la cosa migliore da fare era che la ragazza rimanesse almeno altre due-tre settimane a riposo. Doveva quindi trovarle un rifugio sicuro e che non fosse troppo lontano. Avanisch, il giovane medico indiano, entrava nella piccola sala operatoria ogni volta che ne aveva la possibilità, si sedeva sul lettino vicino ad Alessandra e scambiava con lei alcune parole in inglese, senza stancarla troppo, sapeva che se avesse esagerato, Arthur o Maram lo avrebbero sbattuto fuori. Tanto più perché quella era e rimaneva l’unica sala operatoria. Che il giovane medico indiano si fosse innamorato della giovane italiana, era un dato di fatto. Ad Arthur e Maram bastava osservarlo in viso, quando entrava nella stanza dove riposava la paziente; il ragazzo era visibilmente emozionato, gli occhi gli erano diventati lucidi e, quando parlava con lei, incespicava nel suo inglese, che pur sapeva perfettamente. Arthur e Maram si scambiavano spesso uno sguardo divertito quando lui arrivava quasi furtivamente nella piccola sala attrezzata. Alessandra gli sorrideva e rispondeva a monosillabi alle sue domande, si capiva però che i suoi pensieri erano dispersi altrove. Il cinque di settembre, alle prime ore del mattino, tre camion centinati di una ditta privata parcheggiarono vicino all’entrata dell’ospedale, ne scesero una decina di uomini che avevano il compito di iniziare lo sgombero del presidio umanitario. Si partì dal piano superiore, letti pieghevoli, materassi, cuscini, lenzuola, armadietti di metallo e infine le valigie degli infermieri e dei medici, compresa la piccola valigia di Alessandra. Arthur e Maram erano trincerati nella piccola sala operatoria, presi ad imballare le attrezzature più delicate, fra qualche ora gli uomini sarebbero passati a caricare tutto anche al piano terra. Per prima cosa avrebbero smontato e caricato i letti vuoti dei pazienti, poi sarebbe toccato al magazzino dei medicinali e per ultimo sarebbero venuti a prendere tutta l’attrezzatura della piccola sala operatoria. Alessandra, nonostante i rumori, si era di nuovo assopita, Arthur le aveva somministrato un lieve tranquillante, oltre al solito antidolorifico. In questo momento, agitato e nervoso era lui, non aveva ancora trovato una soluzione per la giovane gemella. Fu in quel momento che gli capitò fra le mani la busta con le foto di Alessandra che qualche giorno prima gli aveva consegnato un uomo siriano di mezz’età, aveva detto di essere un fotografo locale, anzi l’unico fotografo locale. Sulla busta gialla compariva in evidenza il suo nome e l’indirizzo, ad Arthur, pur nella fretta, quell’uomo aveva fatto un’ottima impressione. Ora fissava la busta e continuava a rigirarsela fra le mani, alla fine chiese a Maram al-Masri in quale parte della città potesse collocarsi l’indirizzo indicato sulla busta. Esso corrispondeva alla parte est della città, fuori dal centro. Arthur disse allora al suo assistente di prendere un Taxi, di recarsi a quell’indirizzo e di contattare personalmente il fotografo, per poi riportarlo all’ospedale il prima possibile: aveva una richiesta urgente da fargli. Il giorno prima Arthur aveva dato ad Alessandra l’ultimo analgesico che aveva a disposizione, nel pomeriggio le avrebbe somministrato una flebo contenente vitamine e zuccheri, dopo di che aveva solo dei blandi antidolorifici da prendere per bocca che le avrebbe direttamente consegnato. La ragazza si stava riprendendo, lentamente. La costola lievemente incrinata per il momento le impediva ancora di camminare, ma era l’ematoma alla nuca ancora non del tutto assorbito, che rappresentava il più grave pericolo. Il giorno successivo era prevista la partenza di medici ed infermieri, con inclusi alcuni pazienti dei quali ad Arthur non era riuscito il ricollocamento nelle case private. Il viaggio verso Damasco si presentava lungo e non privo di rischi. Verso le quattordici del pomeriggio, la temperatura in città sfiorava i 30° e un’afa incredibile incollava la camicia alla pelle. A tarda mattinata Maram al-Masri entrò nell’ospedale ormai parzialmente evacuato, a pochi passi da lui seguiva il fotografo, con a tracolla la sua sacca unta e bisunta, contenente l’inseparabile macchina fotografica. Nizar Quabbani non si sarebbe mai staccato neppure per un momento dalla sua Nikon, negli anni era diventata un tutt’uno con il suo corpo e con la sua mente. Attraversarono a passi veloci il salone dov’erano stati disposti in file i letti piegati, pronti al carico. Maram introdusse Nizar nella piccola sala operatoria. Arthur era lì, in piedi, dietro la scrivania, intento a riempire uno scatolone con alcune delle cartelle cliniche dei pazienti, soprattutto di quelli che avrebbero viaggiato con lui fino all’ospedale di Damasco. Sentendoli entrare si fermò ed alzò lo sguardo fissando direttamente negli occhi il fotografo. Per il medico, il fotografo era un perfetto sconosciuto, ma ad Arthur, nel breve incontro precedente, aveva fatto l’impressione di una persona per bene, di cui ci si poteva fidare. Arthur lo salutò in inglese, mentre gli porgeva la mano in segno di benvenuto, Nizar gliela strinse e un leggero sorriso dai denti gialli comparve sul volto segnato dal sole, mentre i suoi occhi scuri sembravano incerti, smarriti, cercava sul viso del medico il motivo di quella improvvisa convocazione. Questi lo pregò di avvicinarsi e, fatti pochi passi, scostò la tenda che separava Alessandra dal resto della stanza. La ragazza dai capelli biondi era là, distesa sul lettino, aprì proprio in quel momento i suoi grandi occhi azzurri. Nizar ne fu così sorpreso che fece un passo indietro spaventato, lasciò la mano di Arthur e gridò: – Allahu Akbar. Aveva subito riconosciuto la ragazza che qualche giorno prima aveva fotografato distesa sul marciapiede, la giovane gli era sembrata morta ed ora era spaventato e incredulo. Arthur lo osservò per qualche minuto, ma non aveva tempo da perdere e si rivolse subito al fotografo in inglese, pregandolo di accomodarsi sulla sedia posta al di là della scrivania e gli si sedette di fronte. Gli spiegò che aveva avuto l’ordine di evacuare prima possibile l’ospedale, i soldati siriani e russi avanzavano da sud, i ribelli si stavano preparando alla difesa e in quel quartiere molto presto si sarebbe scatenata la battaglia. La linea del fronte si spostava, ogni giorno più vicina all’ospedale, i colpi di mortaio dei ribelli in risposta ai bombardamenti non si contavano più e si approssimavano sempre più. Impossibile per loro rimanere ancora in quella posizione senza mettere a repentaglio la vita dei pazienti o quella di infermieri e medici. – Il problema è lei – disse Arthur indicando il lettino dove giaceva Alessandra per poi fissare di nuovo negli occhi il suo smarrito interlocutore. – Le spiego, sarebbe troppo pericoloso portarla con noi, il viaggio a Damasco potrebbe esserle fatale, in ogni caso per lei troppo affaticante e doloroso. Da qui a Damasco sono più di trecentosessanta chilometri, non sappiamo neppure se le strade sono tutte transitabili, non abbiamo avuto la possibilità di farle una diagnosi esatta, perché non abbiamo gli strumenti adatti. Nizar Quabbani annuiva e zitto aspettava che il medico arrivasse al punto della questione. Arthur continuò: – Per il momento sembra migliorare di giorno in giorno, ma non abbiamo ancora nessuna certezza, potrebbe anche peggiorare. Arthur lo guardò di nuovo, Nizar continuava a rimanere in silenzio, non aveva ancora capito cosa cercasse da lui questo medico di origine francese che gli parlava in inglese. Arthur fece una breve pausa, poi aprì il cassetto della scrivania e ne trasse due rotoli di dollari, legati con l’elastico, posandoli bene in vista sopra il tavolo della scrivania: era tutta la sua riserva di denaro, per le emergenze. Il fotografo siriano osservò i rotoli ancora più sbalordito: – Sono per te, sono duemila dollari, devi occuparti della ragazza, per non più due o tre settimane, poi qualcuno della nostra associazione verrà a riprenderla. La trasporteremo a casa tua con un’autoambulanza, ma soprattutto dobbiamo farlo molto in fretta. Nizar Quabbani l’aveva ascoltato immobile, per poi spalcare gli occhi. – You are crazy – Tu sei pazzo, disse dopo qualche secondo rivolto al medico.
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