Prologo
Prima lettura4 giugno 1943
Accidenti a’ nomi e a chi l’ha inventati! Per me è sempre stata una bella fregatura avecci il nome come quell’altro, quello famoso!
“Benito, non fai per niente onore al tuo nome. Non ti impegni, non mostri forza di volontà!”
Era sempre così, per ogni nonnulla andavano a cercare che mi chiamavo come il Duce e che lui alla mia età era più bravo, più disciplinato e così via! Andate tutti a prendervelo in quel posto! Maestro, Preside, direttore e tutto il resto!
Poi, come se non bastasse, tiravano fuori la storia che mio padre era una camicia nera della prima ora, un volontario di Spagna e tutti si aspettavano da me grandi cose.
Ero così stufo che una volta mi sono portato a scuola il rivolvere di mi’ padre. Volevo farlo vedere al maestro e dirgli: “Con quest’affare sono bono a fare le grandezzate anch’io!”, ma gli altri bimbetti lo videro e cominciarono a starnazzare come polli. Il maestro volle sapere di che si trattava, corsero i bidelli, mi sequestrarono il rivolvere e mi portarono dritto dritto dal Preside.
Quel citrullo mandò a chiamare mi’ madre… Mi fecero un liscia e bussa che non finiva mai e mi sospesero per un mese.
Questo è nulla, rispetto a quello che mi fece mi’ padre. Prima mi cardò ben bene con la cinghia dei pantaloni, poi mi prese per un orecchio e mi accompagnò a scuola e voleva di legge che mi riammettessero, perché, diceva lui, un mese in istrada e io assaltavo come minimo qualche banca.
Ma il Preside non volle senti’ ragioni e disse che proprio perché ero figlio di cotanto padre dovevo dare l’esempio agli altri e non mi potevano fare sconti.
Fu così che mi ritrovai a giro e, come aveva predetto quel citrullo di mi’ pa’, m’andai a infilà ne’ rafani. M’aggregai a una ghenga di ragazzi più grandi di me e che si divertivano a pescà con le bombe a mano. E bischero, bischero me ne feci esplode una in mano. Deve essere questo il motivo per cui le chiamano bombe a mano, perché trovano sempre uno che, per fà vedé’ che è più ganzo degli altri, ci rimette almeno qualche dito. Io, giusto perché ero svelto, ci rimisi solo un paio di falangette e, per un pelo, non perdetti anche un occhio. Però mi lasciò una bella cicatrice sulla fronte, che mi accompagnerà per tutta la vita.
Così mentre prima ero segnato dal nome, dopo son diventato anche segnato nel corpo: qualche compagno, per farmi dispetto, mi chiama il monchino.
A ogni modo persi l’anno, anche perché mi’ padre, incazzato com’era, volle andà dal Preside a cantanni la messa. Prese il Preside per il gravattino e ni disse: “Vede cosa succede a lascià i bimbetti per le strade!” Poi mi levò dalla scuola pubblica e disse che mi avrebbe mandato a una privata, dove i bimbetti vivaci erano tenuti più a freno. Però tra ninnole e nannole quell’anno lì lo perdetti.
La gente diceva che avevano voluto dimostrà che le scenate di mi’ padre non valevano una cea, anche se era fascia littorio e che mi avevano espulso da tutte le scuole del Regno, ma non era vero un bel nulla.
Eppure c’era stato un tempo in cui tutti mi facevano le moine e dicevano: “Ma che bel lupacchiotto ci ha Ricciotto! Benitino qua, Benitino là.” Forse dipendeva dal fatto che ero più piccolo e ancora non andavo a scuola e mi’ padre, tornato dalla guerra di Spagna, tutto bardato col cinturone e il pugnale, mi portava alle sfilate e alle riunioni dei sabati fascisti. Io stavo in braccio a lui o a mia madre e intorno tutti battevano i tacchi e facevano il saluto romano.
Il ricordo più antico che ci ho è quello del trasporto di Costanzo Ciano. La mi’ mamma mi aveva preso in braccio e mi indicava tutti quelli del corteo che via via ci passavano di faccia e io stavo sempre a chiede: “Quando viene babbo? Quando viene babbo?”
Passò il Duce, il Re con tutti l’occhi rossi, Balbo, quello dei quadrimotori, le corone di Hitler, Galeazzo… Mi’ padre passò insieme a tanti altri vestiti come lui e non mi fu possibile riconoscerlo.
Oppure ascoltavamo il discorso di quell’altro che si chiamava come me, Benito, ma era più famoso e acclamato da tutti. Ricordo la grande piazza piena di gente, con camice e uniformi nere o grigio verdi, bandiere, gagliardetti, stendardi ricamati e tutte le facce rivolte verso il balcone da cui si affacciavano i pezzi grossi, tutti in montura e stivaloni. Poi si udiva un ordine: “Saluto al Duce!”, e un urlo si levava dalla piazza, come un’ondata inferocita e subito dopo, mentre il silenzio ricadeva improvviso, un vocione prendeva a gridare: “Soldati di terra, di mare, di cielo…”
Io cercavo di vedere tra i pochi spiragli che mi lasciavano le persone, ma sul balcone tutti stavano sull’attenti e con le bocche chiuse. Allora tiravo la manica della giacca a mi’ padre: “Dov’è lui? Dov’è il Duce!”
“E dove vuoi che sia? è a Roma, a palazzo Venezia! Qui c’è l’altoparlante!”
Quella volta lì me la ricordo proprio bene, perché oltre che a un gran gridare, ci fu poi anche una bella festa, con un corteo con le bandiere e tutti che cantavano e bevevano e gridavano come matti. “La guerra! La guerra! Vogliamo riprende Nizza, Savoia e la Corsica!”
Erano tutti contenti, specialmente i giovani e i ragazzi, ma specialmente quelli con le divise del Partito. I marinai erano invece più seri, stavano in disparte e guardavano la gente che si agitava, come se la cosa non li riguardasse. Rifiutarono anche l’offerta di un fiasco di vino.
“Quando si è in divisa, bisogna avere un certo contegno!” mi spiegò il babbo che però si era attaccato a un fiasco insieme ad alcuni suoi camerati.
Poi fecero un corteo con tutte le bandiere e fecero un bordello o andarono a finire nella via del bordello, questo non lo so di preciso, perché ero piccolo e mi’ padre mi dette per mano alla mi’ sorella Romana e ci rispedì a casa dritti come fusi. Io volevo andare dietro alla confusione, ma mi’ padre, aggrottò le ciglia e alzò la bazza, così come faceva Lui, il Duce, e partimmo di corsa nella direzione che lui ci indicava.
Mi’ pa’ si chiama Ricciotto, ma a casa nostra comandava come il Duce. Ma tornando al fatto di Benito, la gente cominciò a sbucicchià un po’, quando, invece d’andà tutti a prende la Corsica, che in fondo ’un è neppure tanto lontana e certe giornate si vede spuntà dietro alla Capraia, i corsicani ci mandarono i bombardieri a fa’ casamicciola nel porto di Livorno e sulle case più vicine.
La gente un po’ se la prendeva con i corsicani o li inghilesi, un po’ con Mussolini, che aveva dichiarato la guerra, ma ‘un s’era preoccupato di difende Livorno. Essì che il campo d’aviazione era poco lontano, a Pisa! Bastava chiamalli e quelli venivano e spazzavano via tutti gli aerei nemichi.
Anch’io quando lessi per la prima volta queste righe, scritte in corsivo con una calligrafia chiara e precisa, ma ancora un po’ infantile, rimasi piuttosto scosso e non mi arrestai fino alla fine. Nonostante i numerosi errori grammaticali e le parole gergali l’autore aveva rappresentato in modo vivace i suoi sentimenti nel mezzo di un mondo scosso violentemente dalla guerra. Tornai a guardare la data scritta in cima alla pagina, collocando l’autore di quello sfogo nel suo tempo storico, vale a dire quasi settant’anni fa. Avevo aperto a caso uno dei quaderni scolastici che avevo trovato in una specie di doppio fondo di una vecchia scrivania acquistata a un mercatino dell’antiquariato, tenutosi la settimana precedente in un piazza di Lucca.
Il cassetto segreto conteneva cinque o sei grossi quaderni di scuola, le cui pagine erano quasi tutte riempite di scrittura.
Chi era quel Benito, che trovava ingombrante il nome assegnatoli dai genitori? Facendo attenzione poteva anche essere attribuito un ordine cronologico ai quaderni. Scorrendo qua e là mi accorsi che il periodo che interessava la scrittura andava grosso modo dall’estate del 1943 al settembre del 1944. Un quadernino più smilzo, che aveva per titolo: “Brutte copie dei temi di quarta” e cominciava con l’ottobre 1942, mi fornì maggiori informazioni sull’autore di quelle righe.
Quei temi svelavano il piccolo mistero: i quaderni erano stati scritti da un bambino livornese di una decina di anni, sfollato poi in quel periodo bellico nelle campagne pisane, come tanti altri suoi concittadini.