Capitolo 3

1712 Parole
Capitolo 3“Pronto. Ciao. Volevo dirti che sto bene. Ho paura di fare tardi. È capitata una cosa brutta... Poi ti riferirò”. Marisa non fu sorpresa. L’eventualità che il marito non rientrasse per cena l’aveva messa in preventivo. Stavolta però lui non si trovava in uniforme nelle campagne circostanti o in perlustrazione sulle strade. Cominciò a preoccuparsi. L’idea che potesse viaggiare di notte sull’autostrada cominciò a inquietarla. “Mi raccomando. Stai attento...”. Posato il telefono, la donna fece un gesto ricorrente in casa Vitale: tolse il tegame dal tavolo e lo mise nel forno. Accese la televisione e cominciò a sferruzzare seduta sul divano. Nel frattempo il marito era in piena agitazione. ***** La relazione in lingua inglese ebbe termine. Tutti si avviarono verso il bar. Sebastiano rimase incerto. Mettersi a parlare con qualcuno poteva rivelare la sua difficilmente spiegabile presenza di non addetto ai lavori, praticamente di imbucato. Guardò l’orologio. La dottoressa non gli era sembrata tipo da ritardare agli appuntamenti. Su una poltrona della hall guardò chi gli stava intorno, soprattutto chi saliva e scendeva dagli ascensori. A un tratto sentì movimenti improvvisi seguiti da un brusio che si fece sempre più intenso. Un inserviente corse affannato verso una porta; riapparve poi con un signore con le cifre dorate dell’albergo all’occhiello. Vitale cominciò ad agitarsi. Intuì subito qualcosa di grave. Pensò istintivamente alla dottoressa. Raggiunse la reception e domandò senza indugi: “Il numero di stanza della dottoressa Dossi. Presto, è un’emergenza...”. Era al piano di sopra, si faceva prima andando a piedi. Nel corridoio non scorse anima viva. Trovò aperta la porta della camera. Entrò e non vide nessuno. All’ultimo momento gli venne l’idea di guardare nel bagno. La luce era accesa. Prima di varcarne la soglia, ebbe un attimo di esitazione. Sul pavimento scorse una macchia densa e rossastra che dall’impiantito piastrellato stava debordando verso la moquette della stanza. Subito dopo vide il corpo di una donna stesa al suolo in posa innaturale, la medesima spesso assunta dai cadaveri. Aveva la gola insanguinata. Il sangue era colato su un trasparente pagliaccetto che le arrivava all’ombelico. Le calze nere che fasciavano le gambe erano sostenute da giarrettiere attaccate a mutandine di pizzo. Nonostante l’emozione del momento, il maresciallo notò l’impronta di una scarpa. La prima idea che gli venne fu originale e allo stesso tempo realistica. Chi aveva inferto il colpo mortale doveva essere stato investito dal sangue uscito dalla ferita. Non aveva infatti mai dimenticato quanto da lui visto in un macello per cavalli: dopo la recisione della carotide, i poveri animali zampillavano sangue come fontane. La stessa cosa su un essere umano non doveva provocare effetti tanto diversi. Di orme sulla scena del delitto ce n’era soltanto una. E l’altra? La circostanza non era comunque tale da soffermarvisi più di tanto. Fu questione di attimi; Vitale pensò bene di allontanarsi al più presto, a scanso di equivoci. Scese le scale con la fotografia di quanto aveva visto impressa nella mente. Al piano terreno la tragica notizia si era intanto sparsa. Dall’altoparlante si udì una voce, prima in italiano poi in inglese, che annunciava la sospensione del congresso sino a successive comunicazioni; per improvvisi e gravi motivi di ordine pubblico, fu specificato. Fecero apparizione alcuni carabinieri del nucleo radiomobile di pattuglia nei pressi. Si udì la sirena di un’autoambulanza. Nel frattempo, Vitale aveva già raggiunto la propria automobile. Se la sarebbe poi vista con il pagamento del posteggio. Ma questa è un’altra storia e per di più poco avvincente. ***** Quando udì il rumore della macchina, Marisa si sentì sollevata. Ma si trattenne dal precipitarsi. Prima di salire, il marito avrebbe sicuramente fatto una capatina nei locali delle Stazione; giusto per sentire le ultime novità. Doveva comunque essere successo niente di importante, a giudicare almeno dal poco tempo trascorso dabbasso. Quando suonò alla porta, lei lo abbracciò. A Sebastiano venne l’esagerato timore che i suoi abiti odorassero di sangue. Fu una preoccupazione infondata. Marisa lo aiutò a togliersi il cappotto e attese pazientemente che uscisse dal bagno. Stavolta Vitale si lavò le mani più energicamente del solito: una reazione più che altro psicologica, dal momento che nella stanza del delitto non aveva toccato nulla. Marisa friggeva dalla voglia di sapere il motivo del ritardo. L’ultima telefonata ricevuta era fra quelle che mettevano più ansia che tranquillità. Ma non voleva essere lei a entrare in argomento. Alla seconda forchettata di pasta riscaldata, il marito si lasciò andare: “Bei tipi, quei sapientoni del congresso...”. Marisa rimase delusa, Si sarebbe aspettata ben altri commenti sulla giornata trascorsa in quel di Genova. Rimase comunque indifferente, con la sensazione che prima o poi il marito avrebbe detto di più. “Ti vanno broccoli al burro e fettina impanata?”, aggiunse con nonchalance. A Sebastiano non gliela diceva giusta. La verità era che la mogliettina non stava nella pelle per la curiosità... Oltre alla consueta riservatezza che si dava ogni volta che parlava del suo lavoro, stavolta Sebastiano sapeva di avere qualcosa da nascondere. Fu preso dall’impulso di mettere il naso in qualcosa che, d’acchito, gli era sembrato un delitto. Qualcuno avrebbe potuto rimproverarlo di essere stato precipitoso, perlomeno non rispettoso delle competenze in materia di indagini poliziesche. In ogni caso la frittata ormai l’aveva fatta. “Sai, quella dottoressa che mi ha visitato...”, se ne uscì all’improvviso. Marisa sgranò tanto d’occhi. “Bè, è morta. Assassinata...”. La moglie stava portando i piatti sporchi nell’acquaio. Fece finta di niente, ma in realtà ebbe un tuffo al cuore. “Com’è successo?”. “Me la sono vista lì, dissanguata, con la gola...”. Esitò nel riportare i macabri particolari. La cautela non ebbe tuttavia effetto. Marisa portò inorridita le mani alla bocca, come presa da conati di vomito. Sebastiano si precipitò ad abbracciarla dandosi idealmente i pugni in testa. Dopo di che in casa cadde il silenzio. Nessuno dei due si sentì di parlare. “Io vado a letto. Tu cosa fai?”. “Guardo ancora un po’ di televisione. Ti raggiungo dopo”. Sebastiano s’abbandonò sulla poltrona e dopo qualche minuto le sue palpebre si fecero pesanti. Ogni tanto si dava uno scossone, tanto per tenersi sveglio. Alla televisione c’era un telefilm che a lui piaceva, con medici legali fuori del normale che facevano autopsie per conto di astutissimi poliziotti della Scientifica. Stava per cadere nell’abbiocco, quando una scena in particolare attirò la sua attenzione. Una minuscola sega circolare si abbassò sul corpo di un cadavere adagiato su tavolo settorio. L’anatomo patologo aveva gli occhi coperti da una protezione del tutto simile a quella degli addetti alla pubblica sicurezza con dotazione antisommossa. Successivamente, lo stesso schermo trasparente si coprì di detriti organici. “Porc... Sta a vedere... Ma sì, può essere!”. Si alzò dalla poltrona e spense l’apparecchio. Tornò nuovamente in bagno e si guardò allo specchio. Immaginò la propria faccia improvvisamente coperta di sangue. Scosse la testa. Erano quelli i momenti in cui la sua fervida fantasia investigatrice dava il meglio di sé. Indossò il pigiama e si mise sotto le coperte. Marisa, come suo solito, stava già dormendo della beata. ***** La prima cosa che Vitale fece l’indomani fu di ordinare al giovane militare di leva: “Vai in edicola. Oltre ai soliti giornali, fattene dare altri. Sono proprio curioso...”. Curioso di che? Facile indovinare: era impaziente di leggere le cronache sul delitto di Genova. I titoli erano sensazionali, ma il fatto veniva riportato in un modo che poteva apparire sotto tono. Si parlava ovviamente con tinte fosche del delitto, ma senza evidenziare certi particolari. Per esempio l’abbigliamento intimo trovato sulla vittima, decisamente insolito dato il personaggio, non veniva nemmeno accennato. Gli articoli non parlavano neppure di sfuggita su chi avesse potuto mettere in subbuglio l’albergo annunciando che una donna era stata trovata uccisa. Inoltre, perché i carabinieri erano arrivati quasi negli stessi momenti in cui fu scoperto l’omicidio? L’intuito di Vitale poteva talvolta addirittura definirsi paranormale; aveva colto d’istinto che il crescente brusio sparsosi nella hall dipendeva da qualcosa di molto grave. “Ci vediamo alle quindici...”, aveva detto al telefono con tono di efficiente donna manager milanese, dopo che Sebastiano l’aveva chiamata per ringraziarla del favore. La tavola rotonda era finita da un po’. Alle sedici meno un quarto, il maresciallo cominciò a sospettare d’essersi preso un “cane”, come si dice a Torino quando gli appuntamenti non sono rispettati. Nell’elenco delle perplessità che emergevano dalla lettura dei giornali c’era inoltre l’omissione della porta aperta della stanza, la medesima che aveva consentito a Vitale di entrare e fare l’orribile scoperta. E l’impronta della scarpa sul pavimento insanguinato? Possibile che nessuno l’avesse notata? Poco credibile... Ci doveva essere un piano preordinato da parte degli inquirenti. A una prima valutazione, si poteva pensare che l’Autorità giudiziaria non avesse volutamente divulgato alla stampa certi dettagli per così dire morbosi. Secondo l’esperienza e il naso di Vitale, ciò poteva significare che gli inquirenti non partivano da zero. Diversamente – e lo si può constatare in tanti casi di cronaca in cui si brancola nel buio – i cronisti sarebbero stati “saziati” con particolari più fantasiosi che reali, da ricamarci su. Tanto per placare la sete di notizie; almeno temporaneamente. Il maresciallo ammucchiò i giornali sulla scrivania. Il delitto non lo riguardava, non era affare suo, vi si era trovato di mezzo per puro caso. Mai avrebbe immaginato una stimata dottoressa con piglio professionale da incutere soggezione capace di trasformarsi in una specie di cocotte. La contraddizione lo disturbava intimamente, lo metteva in un disagio psicologico forse dovuto al fatto che nel volto della Dossi aveva scorto per un attimo le fattezze di sua madre: meridionale “normanna” con occhi azzurri e capelli biondi, troppo presa nell’allevare figli e fare andare avanti la casa per potersi permettere frivolezze come rossetti e profumi. Sentiva inoltre investito il suo amor proprio professionale. A rigor di logica (la sua naturalmente), era stato lui il primo a intervenire sul luogo del delitto; aveva colto particolari capaci di sensazioni immediate. Aveva messo piede nella stanza subito dopo l’omicidio. Chissà, forse l’assassino scendeva su un ascensore mentre lui saliva le scale. Nelle cronache si diceva di una donna morta accoltellata: descrizione piuttosto generica. Vitale aveva visto di persona la ferita alla gola. Non era vasta, un taglio – a occhio – d’un paio di centimetri. La dottoressa sembrava non avere opposto resistenza. Secondo le testimonianze, nessuno aveva sentito urla o invocazioni di soccorso. Il maresciallo fu improvvisamente destato dalle sue fantasticherie. Alzò il telefono. Una voce si annunciava da Genova. Ebbe un tuffo al cuore. Una gentile signora lo informò che, a causa di gravi eventi imprevisti e del tutto indipendenti dalle responsabilità dell’organizzazione, il congresso di Nefrologia era da considerarsi annullato. Il relativo attestato di frequenza non poteva pertanto essere recapitato, come previsto, ai partecipanti iscritti. Tirò un sospiro di sollievo, Mancava solo che qualcuno lo avesse visto aggirarsi nei corridoi dell’albergo. Avrebbe potuto perfino (roba da matti!) essere sospettato del delitto.
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