CAPITOLO 4
GENOVA, 2 MAGGIO 2018
La cena era stata ottima come al solito. Samuel Pagano e la sua famiglia adoravano la cucina giapponese. Lui e sua moglie Giulia l’avevano sperimentata la prima volta quando erano ancora fidanzati. All’inizio non era entusiasta di mangiare del pesce crudo. Non che il pesce gli dispiacesse, tutt’altro. Da buon genovese, la sua alimentazione era stata basata soprattutto sui prodotti del mare. Avevano festeggiato il venticinquesimo compleanno di Giulia in un ristorante aperto da qualche mese. Erano usciti dal locale molto soddisfatti. Uramaki, nighiri, sashimi, tempura, Pagano apprezzava ogni cosa. Quando erano nate le sue gemelle, Alice e Giada, era riuscito a trasmettere la passione anche a loro.
“Noi cominciamo a uscire mentre paghi il conto” informò Giulia.
“Va bene.”
Pagano raggiunse la cassa dove si trovava la proprietaria del ristorante, una donna di mezz’età dai tratti asiatici. Le comunicò il numero del tavolo dove avevano mangiato e attese l’elaborazione del conto. Osservò distratto i commensali seduti in sala. Incrociò lo sguardo con un uomo di colore che abbassò subito gli occhi sul piatto. Era seduto da solo a un piccolo tavolo poco distante dal registratore di cassa.
“Sono novanta eulo” lo informò la donna.
Pagano prese il portafoglio e lasciò sul bancone una banconota da cento euro.
“Tenga il resto. Buona serata.”
“Glazie signole, buona selata” rispose la proprietaria intascando il denaro.
Pagano si diresse verso l’uscita. Passando davanti a uno specchio, si sistemò dietro l’orecchio una ciocca dei capelli brizzolati. Da qualche anno aveva optato per un taglio alla Richard Gere, anche se era consapevole che il risultato non era proprio lo stesso.
“Ok ragazze, andiamo alla macchina” annunciò una volta fuori dal locale.
Giulia stava fumando la sua terza sigaretta della giornata mentre le figlie erano impegnate a smanettare con i loro smartphone. La famiglia si incamminò per raggiungere l’automobile parcheggiata in un vicolo poco distante. Le gemelle fecero qualche passo avanti per parlare senza avere gli occhi dei genitori puntati addosso.
“Allora, che ha detto?” chiese Giada.
“Che ci vediamo domani pomeriggio” rispose Alice.
“Ma dai!”
“Sì! Sono troppo contenta.”
“Ma non ha qualche amico figo, così vengo anche io?”
“Ci sarebbe Carlo.”
“No, Carlo no, per favore.”
“Perché? È carino.”
“Sarà anche carino ma ha l’alito che sa di fogna.”
Le due sorelle scoppiarono a ridere.
“Si può sapere che hanno quelle due? È tutta la sera che mandano messaggini” chiese Pagano alla moglie.
“Questioni di cuore” replicò Giulia sbuffando una nuvola di fumo.
“Di già?”
“Hanno sedici anni, non vanno più all’asilo.”
“Per un padre è sempre difficile accettare che qualche altro uomo entri nella vita delle sue bambine.”
“Dovrai farci l’abitudine, amore mio, e anche in fretta.”
“Almeno sei riuscita a scoprire qualcosa?”
“Ho messo un localizzatore satellitare nei loro telefoni, così potremo seguire tutti i loro spostamenti. Una squadra tattica è sempre in allerta per intervenire in caso di problemi.”
“Ah, ah. Molto spiritosa. Tu guardi troppe serie tv di spionaggio.”
Giulia rise di gusto. Gettò la sigaretta a terra e si strinse al braccio di suo marito.
“Tu ti preoccupi troppo.”
“Perché, non dovrei? Lo sai anche tu che il mondo è pieno di pericoli, specialmente per due ragazze giovani e carine. E se trovassero la persona sbagliata?”
“Samuel, tu sei un buon padre e abbiamo cresciuto bene le nostre figlie. Sono due brave ragazze, vedrai che sapranno prendere le decisioni giuste.”
“Lo so che sono due brave ragazze.”
“E allora fidati di loro. Non te ne pentirai.”
Arrivarono all’automobile, un’Audi RS6 Avant color nero opaco. Pagano sbloccò le portiere e la famiglia salì a bordo.
“Pà, metti un po’ di musica, per favore?” chiese Giada.
“Va bene.”
Accese il motore e inserì uno dei cd preferiti delle figlie. Dopo aver svoltato in alcune vie si trovò in corso Italia, la promenade della città di Genova. Un buon numero di persone passeggiava lungo l’ampio marciapiede. Ai margini si trovavano diverse bancarelle illuminate dalla luce soffusa dei lampioni. Una piacevole brezza propagava il profumo del mare, scuro ma sereno.
“Però potevamo fare due passi sul lungomare” protestò Alice.
“Te l’ho già detto che tuo padre domani deve alzarsi presto.”
“Hai ragione, ma una mezz’oretta si poteva anche fare.”
“Ci veniamo quando torno, promesso” tentò di rabbonirla Pagano.
L’indomani sarebbe dovuto partire per Roma in uno dei suoi frequenti viaggi. Doveva incontrare l’Assessore dei Trasporti per conto della VeiFer S.p.a., la società per la quale lavorava da diciotto anni. L’azienda, che faceva parte del gruppo Finmeccanica, si occupava della costruzione di rotabili per il trasporto su ferro. Il comune di Roma era interessato a uno dei nuovi treni prodotti, allo scopo di utilizzarlo su alcune linee della Metropolitana. Pagano doveva recarsi nella Capitale per definire la bozza di contratto per l’acquisto.
Era contento della posizione che aveva raggiunto all’interno della società. Dopo aver terminato il servizio militare, aveva deciso di riprendere a studiare. Si era iscritto all’università, scegliendo l’indirizzo di Economia e Commercio. In quegli anni aveva conosciuto Giulia, che studiava nella stessa facoltà. Dopo la laurea, il suo ingresso nel lavoro era stato piuttosto facile, diversamente da ciò che accadeva a tanti giovani come lui. Il padre di Giulia era uno dei pezzi grossi della VeiFer. Completato un periodo come stagista nel reparto commerciale, aveva presto fatto carriera fino ad arrivare a gestire le maggiori commesse della società. Nel corso degli anni aveva dimostrato a tutti di saperci fare, lasciando senza parole i suoi delatori che davano il merito della carriera al suocero.
Un semaforo divenne rosso. Pagano arrestò il veicolo in attesa di proseguire.
“Guarda pa’, in quel manifesto c’è quel tipo che non sopporti” informò Giada.
“Dove?”
“Sulla sinistra.”
Pagano si voltò e vide l’immagine dell’unico uomo sulla terra che poteva affermare di odiare. La faccia sorridente di Cosimo Loiacono compariva su un manifesto elettorale del suo partito. Non aveva mai dimenticato l’orribile stupro a cui aveva assistito. A volte lo sognava di notte e provava la stessa sensazione di impotenza. Era stato un codardo e non se lo sarebbe mai perdonato. Com’era quella citazione di Edmund Burke? Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione. Lui si era sempre ritenuto una brava persona, ma in quell’occasione aveva avuto paura e aveva permesso un orribile crimine.
“È lui, vero?” incalzò Giada.
“Sì, tesoro, è lui.”
“E pensare che l’anno prossimo potrebbe diventare presidente del Consiglio” osservò Alice.
“Dio ce ne scampi.”
“Se fossi maggiorenne io non voterei per lui.”
“Nemmeno io” confermò la gemella.
“Brave ragazze.”
“È verde!” avvisò Giulia.
Pagano distolse lo sguardo dal cartellone e ripartì. Proseguirono il viaggio verso casa lasciando Genova. Giulia notò che l’espressione di suo marito si era incupita.
“Che hai?” gli chiese.
“Niente.”
“Da quando hai visto quel cartellone non hai più detto una parola.”
“Non me ne sono accorto.”
“Cos’hai contro quel politico? Non mi pare che sia solo perché è il capo di un partito con idee politiche opposte alle tue. Sembra qualcosa di personale.”
Pagano sospirò. Non aveva mai parlato alla moglie né di Loiacono, né dell’episodio dello stupro. Si vergognava troppo. Portava il peso sulla coscienza da troppi anni.
“Ho conosciuto quell’uomo tanti anni fa e posso assicurarti che non è una bella persona.”
“Dove l’hai conosciuto?”
“Quando ho fatto il militare.”
“Ah, è stato con te in Somalia?”
“Sì.”
“Ma che ha fatto di tanto male?”
“È un essere spregevole, punto e basta.”
Giulia rimase a fissare in silenzio suo marito. Lui se ne accorse.
“Che c’è?”
“Sono sicura che c’è qualcosa di cui non vuoi parlare.”
“Perché pensi questo?”
“Da quanto stiamo insieme, ventidue anni? Pensi davvero che non abbia imparato a conoscerti?”
Pagano distolse per un attimo lo sguardo dalla strada, incrociando gli occhi di sua moglie. Forse era arrivato il momento di raccontarlo a Giulia. Fece per aprire bocca ma si bloccò subito. Non si sentiva ancora pronto.
“È vero, c’è qualcosa che devo dirti” sussurrò per cercare di non farsi sentire dalle figlie. “Un giorno te lo racconterò, ma non stasera.”
Giulia non seppe cosa pensare. Che segreto poteva mai portare dentro Samuel? Moriva dalla curiosità di chiederglielo ma decise di aspettare. Sarebbe stato lui a parlare quando l’avrebbe ritenuto opportuno. Era inutile forzarlo.
“Prenditi il tuo tempo. Sai bene che io ci sarò in qualsiasi momento per ascoltarti.”
“Grazie amore” rispose Pagano prendendo la mano della moglie.
Una coppia di fari abbaglianti illuminò da dietro l’Audi. Un altro veicolo si stava avvicinando con rapidità. Stavano percorrendo una strada costiera scarsamente illuminata e poco trafficata.
“Ma che fanno quelli là” chiese Pagano cercando di vedere attraverso lo specchietto.
“Rallenta. Lasciali passare.”
Il veicolo accelerò ancora e si affiancò all’Audi invadendo la corsia del senso opposto di marcia. Pagano guardò dal finestrino. Si trattava di un gruppo di ragazzi ubriachi. Due di loro si stavano sporgendo dai finestrini con delle bottiglie di birra in mano. L’automobile sorpassò l’Audi a tutta velocità e si dileguò nella notte.
“Che razza di stronzi!” si sfogò Pagano.
“Mi hanno fatto quasi prendere un coccolone” aggiunse la moglie.
“Anche a me, Giulia.”
“Dovrebbero levargli la patente a vita.”
“Però uno dei due era proprio figo” constatò Giada.
“Chi, quello dietro?” chiese Alice.
“Proprio lui.”
“Anche io l’ho notato.”
“Ehi ragazze, fighi o non fighi, quelli erano dei pazzi. Promettetemi che non frequenterete mai gente di quel tipo.”
“Papà ma per chi ci hai prese? Stavamo solo constatando che era un bel ragazzo. Figurati se ci usciremmo mai con persone così.”
“Sarà meglio.”
Erano quasi arrivati a casa. Non vedeva l’ora di mettersi sotto le coperte. Si augurò di non ripetere quel sogno dell’altra notte, in cui le gemelle sposavano due poco di buono.