Termino di bere il mio whisky, intasco il resto e vengo alla conclusione che vivere a New York è sempre una gran bella cosa, anche senza il condimento piccante degli imprevisti che possono capitare fra capo e collo.
Inoltre, a quanto mi hanno detto, qui ci sono delle belle figliole e penso che, tutto sommato, valga la pena di dedicar loro un po’ d’attenzione, sempreché la cosa non interferisca con il buon andamento del servizio.
A questo punto delle mie meditazioni me la batto.
Ritorno al mio albergo, mi stendo sul letto e comincio a riflettere seriamente su questa faccenda dei lingotti d’oro destinati a Southampton. A me sembra, gira e rigira, che ci deve essere qualche falla nei servizi del nostro Ufficio. Altrimenti come si spiega il singolare fenomeno che tutti e tre i malcapitati agenti di Duncan hanno ricevuto il fatto loro prima di aver scoperto qualcosa?
Tuttavia sono contento che i capi abbiano pensato a me per un incarico del genere, quanto mai intricato e complesso. Inoltre, se hanno intenzione di ritirare Myras Duncan appena mi ha spiegato di che si tratta, vuol dire che mi considerano all’altezza della situazione. Si vede che sono rimasti contenti di come ho condotto a termine il caso Miranda van Zelden in Inghilterra, d’accordo con la polizia di laggiú.
A questo punto comincio a pensare a Miranda. Dio, che bel pezzo di figliola era quella! Credetemi, Miranda aveva un corpo e un musino che avrebbero fatto colpo anche a un cieco! A questo punto comincio a chiedermi che razza di donne conoscerò nell’inchiesta in corso. Accidenti, sarebbe una gran bella cosa se potessi mettermi in contatto con qualche bella biondina mentre cerco di assicurare alla giustizia la birba che progetta di far man bassa sull’oro!
Perché, forse lo saprete, io sono un tipo che si interessa del sesso debole. Per svariati motivi... Intanto vi prego di notare una cosa: in nove casi su dieci, se sapete prendere una donna per il verso giusto, quella canterà e vi metterà sulla pista buona prima ancora di accorgersi di aver aperto bocca. Anzi, vi confesserò che l’amichetta di un gangster una volta, nel Missouri, mi diede l’imbeccata solo perché le piaceva il mio modo di mostrare i denti mentre sbadigliavo ogni volta che lei mi raccontava come le sarebbe piaciuto tanto tirare il collo al suo amico del cuore.
Ma s’è già fatta la mezza e penso che sia arrivato il momento di movermi per andare nel covo di Joe Madrigaul, dove devo trovarmi con Harvest V. Mellander. Perciò mi rinfresco, mi faccio bello e, prima d’uscire, mi domando se mi convenga portare la Luger perché Lemmy Caution, senza la sua fida Luger sotto l’ascella, può riuscire utile quanto uno zampone di Modena a un rabbino, specialmente se penso che quei figli di cani hanno già sistemato i tre uomini di cui si serviva il mio collega. Però, dopo aver riflettuto un momento, giungo alla conclusione che il signor Perry Charles Rice non andrebbe mai in giro armato e cosí lascio la berta nella valigia.
Dovete sapere che la notte è serena, che io sto bene e il whisky mi rende ottimista. In complesso provo la sensazione del giocatore di poker che è riuscito a intascare un lauto piatto bluffando, perché i suoi compagni si sono dimenticati di "andare a vedere" la coppia d’apertura.
Ben presto arrivo nel locale di Joe Madrigaul, che si chiama "Club Select". Vi confesso che il nome mi sembra piuttosto pretenzioso ed esagerato, se tenete presente che il nostro uomo, Joe Madrigaul, un greco, era uno dei quaranta ladroni della Bibbia, ammesso che certe storie che ho sentito sul suo conto rispondano a verità.
Il locale è ben messo. È uno di quei ritrovi notturni che si vedono spesso nei film americani, solo che qui si bevono liquori genuini al posto dello sciroppo d’amarena. C’è una specie di vestibolo bene illuminato che dà in un ampio corridoio dal quale partono alcuni gradini che conducono al guardaroba. Poi, dopo altre scale e scaloni assortiti, si arriva nella sala da ballo che è ricca e ampia e ha tanti tavolini addossati alle pareti. Da un lato c’è uno spazio adibito a palcoscenico diviso dalla sala mediante un sipario di velluto. Sulla sinistra, c’è un corridoietto cieco che conduce alle cabine del telefono. A destra, vicino all’ingresso, c’è il bar con un paio di baristi vestiti in modi strani. La piattaforma per l’orchestra è alla destra del palcoscenico vicino a una porticina. Sulla piattaforma i suonatori stanno ritmando uno swing con grande trasporto.
Deposito il cappello e vado subito al bar. Sto per ordinare il mio solito whisky d’avena, quando vedo un tipo, all’altro lato della sala. Mi pare che abbia qualcosa di familiare, perché, sebbene sia alticcio, si regge eccezionalmente bene sulle gambe e difatti, quando gli do una seconda sbirciata, vedo che si tratta di Jerry Tiernan, un cronista del Chicago Evening Sun & Gazette. Mi sento rabbrividire perché l’amico mi conosce come Lemmy Caution e penso subito che devo avvertirlo di tenere la bocca chiusa, perché altrimenti potrebbero sorgere delle complicazioni sgradevoli.
Ora, dovete sapere che questo Jerry Tiernan è un brav’uomo e che due o tre volte mi è stato utile perché ha il fiuto delle notizie e sa controllare con prontezza e decisione certe cose di cui ci si vuole assicurare in via privata. Inoltre, è un tipo che sa tacere all’evenienza e perciò lo raggiungo e gli dico:
— Senti, "Sbronzo", cerca di rischiararti il cervello un momento che ti presento al tuo vecchio amico Perry Charles Rice venuto dallo Jowa per vendere certe azioni. E spero che tu non sia tanto sborniato da non capire quel che ti sto dicendo, vecchio mio!
Ebbene, l’amico è mezzo cotto, come gli capita spesso e volentieri da alcuni anni; eppure ha il cervello lucido poiché vedo che mi sorride con aria d’intesa e mi fa:
— Ma guarda chi si vede... il vecchio Perry... Ma che cosa sei venuto a fare qui, figlio d’un marinaio in crociera? E come va il corso delle azioni industriali? Perbacco, dobbiamo festeggiare il nostro incontro, Perry...
E mi prende per il braccio riconducendomi al bar, dove gli confido che ho ricevuto un piccolo incarico e che lui non deve dimenticare che sono il signor Rice perché, se mi dovesse chiamare col mio vero nome, la passerebbe brutta.
Dopo di che mi guardo in giro per osservare un po’ l’ambiente. È ben messo, come credo di avervi già detto. Vedo diversa gente che mangia e beve e, nell’insieme, tutti quanti mi dànno l’impressione di avere il portafogli imbottito.
Mi sto chiedendo come mai l’amico Harvest non si veda ancora e contemporaneamente mi domando perché mai mi abbia fissato l’appuntamento in un locale notturno cosí di lusso. Ma mi dico subito che non sarebbe la prima volta che una losca trama viene intessuta in un posticino del genere.
Poi, a un tratto, vedo qualcosa che mi fa trattenere il fiato per venti secondi. Vedo una dama!
È apparsa improvvisamente dalla porticina vicino alla piattaforma dell’orchestra e, sebbene io di tipi atomici ne abbia visti parecchi, vi assicuro che ben di rado ho incontrato qualcosa cosí "di classe".
Suppongo che voi, gente colta, abbiate sentito parlare di quella signora greca, Elena, che faceva sbavare d’ammirazione i vecchioni di Troia. Ebbene, io vi dico che la faccia di questa bellezza quei vegliardi li avrebbe fatti rimbambire completamente. È una bambola alta che si muove con la grazia di una regina e ha un corpo che terrebbe svegli anche i sette dormienti. Ha un volto ovale, morbido, bianco come il latte, in cui spiccano due occhioni adorabili che, quando vi fissano, vi danno la sensazione di passarvi da parte a parte.
Dio, quanto è bella... vi garantisco che questa pupattolina ha una bocca talmente perfetta che, dopo averla vista la prima volta, si sente il bisogno di rivederla per controllare che non si tratta di uno scherzo dell’immaginazione.
E con lei c’è un signore. È talmente brutto che potrebbe essere ammesso gratuitamente in un collegio di mascheroni. Vi assicuro che viene il mal di pancia a guardarlo. È tozzo, rotondetto e bianco in faccia. E ha una paura mortale. Ne ho visto di gente impaurita da che sono al mondo, ma nessuno regge il confronto con costui. Quanto a fifa l’amico "mascherone" batte tutti.
I due si fermano un minuto davanti alla porticina, come se fossero indecisi su qualcosa. Poi, mentre sembrano sul punto di prendere posto ad uno dei tavoli vicino alla piattaforma dell’orchestra, ecco che dalla porticina emerge un altro signore e li raggiunge.
Il nuovo venuto è un tipo snello, nervoso e piuttosto bello. Ha un viso energico dai lineamenti marcati e dà un’impressione di non disprezzare la crudeltà. Sapete, è uno di quei tipi che da piccoli si divertono a tormentare i gatti. È vestito elegantemente da sera e ha un paio di diamanti che gli luccicano sullo sparato della camicia.
Questo tipo sorride alla bella dama, le dice qualcosa e lei si rivolge al mascherone impaurito e gli mormora un paio di paroline. Dopo di che, quello fa dietrofront e scompare dalla porticina insieme al bel giovane.
La scenetta mi ha interessato e mi guardo in giro in cerca di Tiernan perché vorrei fargli qualche domanda circa quelle persone; Tiernan, se non lo sapete, è un frequentatore assiduo dei locali notturni oltre ad essere un ottimo giornalista specializzato nella cronaca nera.
Continuo a guardarmi in giro. Davvero, il locale è dei piú eleganti; ora si è riempito considerevolmente e c’è una grande animazione; di tanto in tanto si sente il "pop" dei tappi dello sciampagna e ci sono talune signore che io contemplo volentieri.
Tiernan, detto "Sbronzo" se ne sta all’estremità del bar a bere whisky e a parlare con un tale che gli paga i beveraggi. Io mi faccio sotto, lo chiamo in disparte e gli chiedo se conosce la dama fuori serie.
Tiernan mi guarda e sogghigna. Mi fa:
— Quella è Carlotta, Perry. Ma come, non conosci Carlotta? Be’... bisogna che te la presenti. Però sta in guardia. Non te l’hanno raccontata a scuola la storiella della falena e della candela?
Tracanna un altro sorso di liquore.
— È un amore – mi fa – però com’è perversa! E, Perry, come canta bene!
Quindi procede raccontandomi che questa Carlotta è un’artista che canta nei locali notturni. Tiernan mi dice anche, in via strettamente confidenziale, che la dama attualmente se l’intende col "mascherone", il quale, a quanto pare, si chiama Charles Frene. L’amico, evidentemente, si è presa una cotta formidabile per la bella Carlotta e le sta sempre attorno.
Dal racconto dello "Sbronzo" mi pare di capire una cosa: la bella Carlotta è una dama che non soffre di scrupoli e cerca di sfruttare quella mezza miniera che è il "mascherone"; tutti sanno, infatti che l’amico possiede un mucchio di baiocchi.
Lo volete sapere? La storia di quei due mi interessa talmente che finisco quasi per dimenticare l’appuntamento che ho con Myras Duncan, o piuttosto con Harvest V. Mellander e, quando consulto l’orologio, vedo che è già l’una e venti e che l’amico è in ritardo; la qual cosa mi sorprende, se si tien presente lo scopo del nostro appuntamento.
Mi fermo là ancora pochi minuti e poi mi viene un’idea: telefonerò al covo di Moksie, al porto dove mi son messo in contatto con Duncan. Voglio sapere se, per caso, non ha lasciato un messaggio per me. Cosí mi cerco nelle tasche un nichelino, giro dietro i tavoli e infilo il corridoio dove ci sono le cabine telefoniche.
Quando arrivo sul posto vedo che si tratta di un corridoietto di circa quattro metri, con tre cabine, tutte dipinte di crema ed oro per intonarsi allo stile del locale. Il corridoio è illuminato da tre piccole lampade ciascuna sopra la rispettiva cabina.
Io vado dritto alla cabina di fondo. Ho scelto quella perché le altre due sono visibili dalla sala e io non tengo particolarmente ad attirare l’attenzione sulla mia modesta persona.
Do un’occhiata ala guida telefonica, trovo il numero del locale di Moksie, tiro fuori il mio nichelino e apro la porta. E rimango male, molto male.
Perché, appoggiato contro la parete della cabina, con il microfono nella destra, il cappello abbassato sulla fronte e un filo di sangue che gli riga una guancia, c’è nientemeno che Myras Duncan alias Harvest Mellander. Qualcuno l’ha sistemato sparandogli tre volte a bruciapelo, come capisco facilmente dalle tracce bruciacchiate rimaste sul suo abito grigio attorno ai buchi dei proiettili.
Ora, questa faccenda comincia a diventarmi antipatica. Se hanno saldato il conto a Duncan, evidentemente hanno capito che il mio collega è un "agente federale" e, in tal caso, corro anch’io il rischio di fare la sua fine!
Chiudo la porta, ritorno al bar e bevo due dita di whisky, tanto per schiarirmi le idee. Dopo di che passo dal guardaroba e domando alla ragazza che sta dietro il banco un pezzo di cartone con un po’ di spago. Le rifilo un dollaro e passo nel lavabo dove faccio due buchi nel cartoncino e ci scrivo su in grossi caratteri: IN RIPARAZIONE. Passo lo spago nei buchi e vado ad appendere il cartello davanti alla cabina occupata dal povero Myras Duncan. Faccio le cose per benino, senza che nessuno mi veda.
Sono sempre piú convinto che questo caso diventerà molto interessante.