“Come state padre Mariano?” chiese il nuovo venuto. Il frate cappuccino strizzò gli occhi e i lineamenti del viso si indurirono in una smorfia di severità. Indossava un paio di sandali senza calze e la proverbiale tunica del suo ordine. “Io sto bene… lui no,” rispose il frate accennando con il capo in direzione del corridoio alla sua sinistra. Padre Carmine si voltò e intravide in lontananza una figura seduta su una panca. Era immobile, la testa nascosta in un cappuccio logorato dopo anni di lotte intense, come un’ostrica nel suo guscio. Le mani si reggevano su un bastone nero dalla foggia contorta e, nell’insieme, appariva come una figura fantastica di altri tempi, una sorta di sciamano o custode di arti segrete. Era il gesuita Saverio da Trebisonda, un uomo di quasi novantadue anni l

