Capitolo V

2214 Parole
Capitolo V Con uno stratagemma straordinario l’autore previene l’invasione. Gli viene conferita un’alta onorificenza. Gli ambasciatori di Blefuscu sollecitano la pace. Per una svista scoppia un incendio negli appartamenti dell’imperatrice. Mezzi usati dall’autore per salvare il palazzo. L'impero di Blefuscu è un'isola situata a nord-nord-est di Lilliput, da cui è separata da un canale largo ottocento metri. Non l'avevo mai visto per cui, quando seppi di questo tentativo d'invasione, evitai di andare sulla costa, per timore che qualche vascello nemico mi vedesse, tanto più che non sapevano nulla della mia esistenza. Ogni contatto fra i due imperi era stato severamente proibito, pena la morte, durante la guerra, inoltre il nostro imperatore aveva posto l'embargo su tutte le navi. Feci sapere a Sua Maestà di un mio piano, tramite il quale mi sarei impadronito dell'intera flotta nemica che si trovava alla fonda del porto, pronta a salpare col primo vento favorevole. M'informai presso i più esperti marinai per conoscere la profondità del canale che avevano spesso scandagliato e seppi che nel mezzo, dove l'acqua è più alta, ha una profondità di settanta glumgluff , corrispondente a circa un paio di metri e che il resto non supera mai la cinquantina di glumgluff . Mi diressi quindi verso la costa nordorientale, proprio di rimpetto all'isola di Blefuscu e qui, accovacciatomi dietro una collina, presi il cannocchiale tascabile e potei inquadrare la flotta nemica in rada, composta di circa cinquanta navi da guerra e un gran numero di mercantili. Tornai a casa e mi feci preparare, forte di una precisa autorizzazione reale, quante più corde e barre di ferro fosse possibile trovare, fra le più lunghe e le più robuste. Le corde erano grosse come spaghi e le barre lunghe come ferri da calza: così intrecciai tre corde per farne una più resistente e lo stesso feci con i ferri che attorcigliai tre alla volta, piegando la cima ad uncino. Legati cinquanta uncini ad altrettante corde, tornai alla costa dove, toltami la giubba, le calze e le scarpe, camminai in acqua per mezz'ora, col solo giubbetto di pelle, prima di trovarmi in alto mare. Guadai più in fretta che potevo e quando fui nel mezzo nuotai per una trentina di metri, finché toccai di nuovo. In meno di mezz'ora ero arrivato alla flotta. I nemici furono così spaventati al vedermi, che si gettarono tutti quanti fuori delle navi nuotando verso la riva, dove s'era radunata una flotta di non meno di trentamila anime. Allora cavai fuori i miei arnesi e, infilato un uncino al foro di prua d'ogni vascello, legai le corde tutte insieme all'estremità. Mentre ero impegnato in questa faccenda, il nemico mi scagliò addosso qualche migliaia di frecce, molte delle quali mi colpirono il volto e le mani, dandomi un fastidio dannato con il loro bruciore intollerabile e rallentando l'operazione. Ma ero preoccupato soprattutto per i miei occhi di cui rischiavo la perdita, se non mi fosse venuta improvvisamente un'idea. Tra le altre cosucce di necessità quotidiana, portavo in una tasca segreta, sfuggita agli ispettori imperiali, come ho già detto sopra, un paio di occhiali. Li tirai fuori, poi, inforcatili il più saldamente possibile, potei continuare arditamente il mio lavoro a dispetto delle frecce nemiche, molte delle quali colpivano le lenti senza altro danno che farle balzellare sul naso. Avevo ormai finito di agganciare gli uncini, per cui, afferrato in mano il groppo di corde, cominciai a tirare. Non una nave si muoveva, perché erano tutte saldamente ancorate, e così la parte più temeraria dell'impresa era tutta da fare. Fui costretto a lasciare la corda con gli ami innescati alle prue delle navi e mi misi a tagliare con risolutezza le corde delle ancore per mezzo di un temperino, buscandomi più di duecento frecce sul volto e sulle mani. Riagguantai la parte annodata con tutte le corde e mi trassi dietro agevolmente una cinquantina delle più grandi navi da guerra nemiche. Quelli di Blefuscu, che non avevano la più pallida idea di quel che avrei fatto, per un po' rimasero sbalorditi. Mi avevano visto tagliare gli ormeggi pensando che volessi soltanto mandare le navi alla deriva, o farle sbattere una contro l'altra, ma quando videro l'intera loro flotta sfilare in perfetto ordine dietro di me, emisero un ululo di disperazione impossibile da descrivere o da concepire. Quando fui fuori tiro, mi fermai un po' per estrarre le frecce che mi pendevano ancora dal volto e dalle mani e per strofinarmi con quell'unguento che mi avevano dato il giorno del mio arrivo, come già sapete. Poi mi tolsi gli occhiali e, atteso per un'ora circa il calare della marea, guadai il canale col mio traino, arrivando sano e salvo al porto reale di Lilliput. L'imperatore, in compagnia della corte, attendeva in piedi sulla spiaggia la soluzione di questa grande impresa. Vide venire avanti le navi in ampio schieramento come una mezzaluna, ma non me, che ero immerso nell'acqua fino al petto. Quando fui in mezzo al canale l'angoscia della corte si fece ancora più cupa, perché l'acqua mi arrivava al collo e all'imperatore non rimaneva che credermi in fondo al mare e vedere nella sovrastante flotta intenzioni ostili. Ma presto si ripresero tutti quanti dalla paura, perché il fondale gradualmente saliva e in breve tempo fui a portata di voce. Allora, alzando in alto il groppo di corde a cui erano legate le navi che mi portavo a rimorchio, gridai a gran voce: "Evviva il potente imperatore di Lilliput!" Questo grande monarca mi accolse sulla riva con tutti gli elogi possibili e immaginabili e mi nominò nardac all'istante, che è la maggior onorificenza che si conferisce in quel paese. Sua Maestà avrebbe voluto che trovassi il modo di trasportare nel suo porto tutto quanto restava della flotta nemica. È così smisurata l'ambizione dei regnanti, che lui pensava addirittura di ridurre l'intero impero di Blefuscu a provincia e di affidarne il governo ad un viceré, di sterminare gli esuli Puntalarga e di costringere quel popolo a rompere le uova dalla punta stretta: allora sarebbe diventato l'unico monarca del mondo intero. Feci ogni sforzo per dissuaderlo da questo disegno, adducendo ragioni squisitamente politiche e di giustizia. dichiarando infine energicamente che non mi sarei mai prestato a ridurre in schiavitù un popolo libero e coraggioso; tanto è vero che, quando la faccenda venne discussa in consiglio, i ministri più saggi si schierarono dalla mia parte. Questa mia esplicita, coraggiosa dichiarazione era talmente contrastante con i disegni politici di Sua Maestà, che non me l'avrebbe mai perdonata; ne parlò infatti, in maniera assai subdola, in consiglio, durante il quale mi hanno riferito che alcuni dei più saggi si dimostrarono, con il loro silenzio, solidali con la mia affermazione; mentre altri, che mi erano rimasti sempre ostili non si astennero certo dal pronunciare giudizi che, in maniera indiretta, alludevano a me. Da quel momento ebbe origine un'intesa segreta fra Sua Maestà e un gruppo di ministri volta contro la mia persona, intesa che si rivelò di lì a due mesi e fu sul punto di causare la mia rovina. Tanto insignificanti son reputati i servigi resi ai regnanti, quando vengono contrapposti al rifiuto di compiacere alle loro passioni! Tre settimane dopo la mia, impresa clamorosa, arrivò da Blefuscu una solenne missione diplomatica col compito di presentare umili offerte di pace; questa infatti venne ratificata in breve tempo a condizioni vantaggiosissime per il nostro imperatore. Non starò certo a importunare il lettore con il rendiconto di questa ambasceria; basterà dire che era composta di sei ambasciatori con un seguito di circa cinquecento persone e che fecero un ingresso maestoso, degno della grandezza del loro monarca e dell'importanza della missione. Quando si furono concluse le trattative di pace, per le quali mi ero adoperato favorevolmente con tutto il peso che avevo, o che pensavo ancora di avere a corte, i plenipotenziari di Blefuscu, ai quali era stato riferito in segreto quanto li avevo aiutati, chiesero formalmente di farmi visita. Cominciarono con il complimentarsi per il mio lavoro e per la mia generosità, poi mi invitarono nel loro paese in nome del loro imperatore e infine mi chiesero di dare loro qualche saggio della mia forza sovrumana, di cui avevano sentito dire cose incredibili. Li contentai subito, ma non voglio annoiare il lettore entrando nei particolari. Dopo avere intrattenuto per qualche tempo i plenipotenziari, con loro infinito piacere e con non minore meraviglia, li pregai di voler presentare i miei più umili rispetti all'imperatore, la fama delle cui virtù aveva destata tanta ammirazione in tutto il mondo e alla cui augusta persona avrei reso omaggio prima di ritornare in patria. Fu così che, la prima volta che mi capitò di recarmi dal nostro sovrano, gli chiesi il permesso di fare visita al monarca di Blefuscu. Lui me lo concesse, anche se, come potei constatare senza ombra di dubbio, con gelida cortesia. Non riuscii a capire la ragione di tale atteggiamento, finché una certa persona mi sussurrò all'orecchio che Flimnap e Bolgolam avevano presentato quell'incontro fra gli ambasciatori e me come un segno di infedeltà. Eppure mai nel mio cuore aveva albergato un simile sentimento e fu questa la prima volta che cominciai a farmi un'opinione dubbia di corti e di ministri. Va sottolineato il fatto che questi ambasciatori mi parlarono per mezzo di un interprete, poiché le lingue di questi due stati differiscono l'una dall'altra non meno di due lingue europee, senza contare poi che ognuno dei due paesi va fiero delle sue origini vetuste, della bellezza e della espressività della propria lingua, con ostentato disprezzo per quella del vicino. Il nostro imperatore, comunque, avvalendosi della supremazia acquisita con la cattura delle navi, li costrinse a presentare le credenziali adottando il lillipuziano come lingua diplomatica ufficiale. Devo inoltre osservare che, sia il continuo traffico commerciale fra i due regni, sia il flusso ininterrotto e reciproco di esiliati dall'uno o dall'altro paese, sia l'abitudine di entrambe le nazioni di mandare i rampolli di buona famiglia nel paese accanto per vedere il mondo e imparare usi e costumi degli uomini, facevano sì che quasi tutte le persone di un certo grado, oltre alla totalità dei mercanti e dei marinai, sapessero sostenere una conversazione in entrambe le lingue. Ebbi modo di accorgermene quando, alcune settimane dopo, mi recai a fare visita all'imperatore di Blefuscu, un atto che, al colmo delle sciagure, provocate dalla malvagità dei miei nemici, fu per me una gran fortuna, come riferirò a suo tempo. Il lettore si ricorda forse che, quando firmai quei famosi articoli grazie ai quali potei ottenere la libertà, ce n'erano alcuni che mi spiacquero non poco perché li ritenevo troppo umilianti, ma innanzi ai quali m'ero dovuto sottomettere a causa della situazione intollerabile. Diventato ormai un nardac, che è la più alta carica in quell'impero, tali limitazioni apparivano degradanti per la mia dignità; tanto è vero che lo stesso imperatore, per amore di verità, non ne aveva fatto più menzione. Eppure fu di lì a poco che mi capitò l'occasione di rendere a Sua Maestà quello che, almeno allora, ritenni un servigio straordinario. A mezzanotte fui svegliato di soprassalto dalle urla di centinaia di persone che si accalcavano alla porta; frastornato e preso da un vago senso di terrore, li udivo ripetere di continuo la parola burglum, finché alcuni funzionari di corte, apertosi un varco fra la folla, mi scongiurarono di recarmi a palazzo, ove gli appartamenti della regina erano in preda alle fiamme, causate dalla sbadataggine di una damigella addormentatasi mentre leggeva un romanzo. M'alzai in un baleno poi, essendo già stato impartito l'ordine di sgomberare la strada, per altro illuminata dal chiarore di una notte di luna, riuscii a correre a palazzo senza calpestare nessuno. Avevano già appoggiato le scale ai muri ed erano tutti muniti di secchi, grossi come ditali, coi quali quei poveretti s'ingegnavano come potevano a rifornirmi d'acqua che, oltretutto, si trovava ad una certa distanza: ma le fiamme erano talmente impetuose che i loro sforzi servivano a ben poco. Avrei potuto soffocarle con la mia giacca, ma nella fretta l'avevo lasciata a casa ed ero uscito con il semplice panciotto di cuoio. Sembrava un caso disperato e senza dubbio il palazzo sarebbe stato divorato dalle fiamme fino alle fondamenta, se la presenza di spirito, che è raramente il mio forte, non mi avesse suggerito un'idea luminosa. La sera prima avevo bevuto una certa quantità di quel vino deliziosissimo chiamato Glimigrim, dotato di proprietà diuretiche (e che i blefuscudiani chiamano Flunec, sebbene il nostro sia migliore). Fortunatamente non mi ero liberato nemmeno d'una goccia e poi sia il calore delle fiamme, sia il gran daffare nel domarle, mi avevano messo addosso un tale stimolo di urinare, che lo feci in così gran copia e con getti così precisi, da estinguere il fuoco in tre minuti. Il rimanente di quel nobile palazzo, la cui erezione era costata tanti anni di lavoro, rimase così indenne. Era ormai l'alba e me ne tornai a casa, senza attendere per congratularmi con l'imperatore, perché, sebbene avessi compiuto un servigio importantissimo, non ero sicuro di come Sua Maestà se la sarebbe presa per il modo in cui l'avevo eseguito. Fra le leggi statutarie del regno si fa infatti assoluto divieto ad ogni persona, di qualsiasi ceto, di far acqua entro i recinti del palazzo. Mi dette un certo sollievo un messaggio di Sua Maestà nel quale mi assicurava che avrebbe ordinato all'alta corte di giustizia di concedermi un condono formale; ma in realtà non riuscii mai ad ottenerlo; anzi mi fu detto in segreto che l'imperatrice, inorridita per il mio gesto, si era ritirata dall'altro lato della corte, decisa a lasciar andare in rovina quei quartieri, e che al cospetto dei suoi intimi non nascondeva propositi di vendetta.
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