Capitolo 2-2

2430 Parole
Il mio stomaco non è più in grado di trattenere l'eccessiva quantità di alcol che ho consumato stasera. Un bruciore acido dal sapore fruttato fuoriesce dalle mie labbra tremanti, portandosi via la mia dignità e riversandosi sul tappeto macchiato. Continuo a vomitare mentre Alec si spinge dentro di me con grugniti di piacere. La mia testa ricade indietro sul letto quando il vomito cessa. Sento il corpo muoversi avanti e indietro, ma tutte le altre sensazioni sono sparite. Il cervello è annebbiato e lo lascio ritirarsi e portarsi il mio stato cosciente con sé. Fisso il soffitto sopra di me. Non mi è rimasto niente. La mia voglia di combattere è finita, costretta ad abbandonarla insieme a tutta l'autostima per cui ho lavorato duro tutta la vita. Tutti i miei diciotto anni passati a cercare di essere qualcuno che vale sono andati… morti. Sono debole e sola dentro le mura del mio inferno personale. I gemiti di Alec diventano un rumore bianco nell'ambiente circostante disconnesso, mentre la mia coscienza si ritira ancora di più. Il mio corpo continua a sollevarsi e a ricadere in un convulso delirio di movimenti, ma è quasi calmante, come una nave che dondola in un mare tormentato. Con ogni assalto che mi solleva, conto nella mia testa. Uno. Su. Due. Su. Tre. Su. Quattro. Su. Cinque. Su. Sei. La mia mente è concentra sui numeri e il conteggio mi porta un gradito distacco. C'è una crepa sottile vicino al lampadario, e si sta facendo strada verso un angolo della stanza. La fisso, studiandola con attenzione: corre lungo il soffitto in maniera casuale, eppure è determinata a raggiungere la sua destinazione. Non sento più niente, adesso. Non provo dolore. Non provo piacere. Non c'è nient'altro che un torpore paralizzante, che si irradia in ogni muscolo, ogni osso. Cerco di escludere i gemiti e il suono della pelle che sbatte contro altra pelle, e mi concentro sul benvenuto ronzio calmante che risuona dentro alle mie orecchie, e sulla crepa sul soffitto. Sono consapevole delle lacrime tiepide che mi rigano il viso e che trasportano pezzi della mia anima con loro. Lacrime che scorrono sul mio viso. Ronzio nelle orecchie. Crepa sul soffitto. Buco nero di niente. Lacrime. Ronzio. Crepa. Buco nero. Niente. Niente. Niente. Niente. *** Mi sveglio e apro gli occhi. Sono stesa su un fianco in un letto, di fronte a una parete sconosciuta. Dove sono? Tengo gli occhi socchiusi, la testa mi pulsa e provo dolore tra le gambe. Quando ricordo tutto, il terrore invade la mia mente e il mio corpo. No. No. No. Oh mio Dio, no! Rimango completamente immobile, non volendo far capire a nessuno che sono sveglia. Mi accorgo di qualcosa contro la mia schiena, è morbido e tondo, si muove su e giù contro la mia spina dorsale. Sento dei gemiti sommessi e profondi e il materasso muoversi piano a ritmo. Vengo travolta dal panico, e mi costringo a chiudere gli occhi e a rimanere immobile. Non muoverti, Cam. Non muoverti. Respira lentamente. Non muoverti. Entro in modalità conservazione, mi mordo la lingua per impedirmi di piangere, sforzandomi di sembrare addormentata. Un grugnito intenso riempie l'aria, seguito da un improvviso calore che mi colpisce la schiena. Non muoverti! Le lacrime mi scendono sul viso, mentre la sostanza tiepida e appiccicosa scivola dalla mia schiena sul materasso. Combatto l'impulso di vomitare di nuovo, e uso tutta la mia forza interiore per rimanere immobile. Passano parecchi minuti prima che il respiro ritmato della persona dietro di me indichi che sta dormendo. Va bene, ho bisogno di un piano; alzarmi velocemente e in silenzio. Trovare la mia borsetta e uscire di corsa da qui. Dov'è la porta rispetto a dove mi trovo ora? Credo sia proprio dietro di me. Giusto? Dove ho lasciato la borsa? Non ricordo di averla messa da nessuna parte. L'ho fatta cadere durante il tutto? Alec deve avermela presa. Il mio petto vibra per il martellare del cuore. Oh mio Dio. Oh mio Dio. Concentrati. Strizzando gli occhi tento di fermare le lacrime. Devo solo resistere abbastanza da riuscire ad andarmene da qui. Ti prego! Dio, ti prego! Ti prego! Ti prego! Ti prego! Imploro. Fammi solo uscire da qui. Il mio cuore batte a un ritmo nervoso e convulso. Posso farcela. Uno. Due. Respira profondamente. Tre. Quattro. Cinque. Concentrati. Sei. Sette. Otto. Concentrati. Mi impongo di calmare il respiro. Non riesco a far entrare abbastanza aria, e i miei polmoni bruciano, ma continuo a prendere brevi respiri. Ascolto con attenzione, e gli unici suoni che sento sono di persone che dormono; un lieve russare risuona nella stanza. Apro gli occhi e con lentezza porto i piedi sul pavimento. Mi tiro giù il vestito che è ammucchiato sopra ai miei seni. Ti prego. Ti prego. Ti prego. Fa’ che non si svegli nessuno. Ti prego, fa’ che nessuno mi senta! Il mio cuore batte forte, e tutto quello che riesco a percepire è il martellamento che si irradia dal mio petto. Mi alzo in piedi nel modo più silenzioso possibile e mi volto. Mi blocco e osservo la scena davanti a me. Uno degli amici di Alec è steso sul letto da cui mi sono appena alzata, con l'uccello fuori dai pantaloni. L'evidenza del suo piacere si trova in un ammasso appiccicoso sulla trapunta, proprio dietro a dove ero poco fa. Oh mio Dio. La bile mi riempie la bocca e deglutisco, sentendo bruciare la gola. Alec e l'altro suo amico sono sdraiati sul letto opposto, e sono entrambi profondamente addormentati. Scruto la stanza in cerca della mia borsetta e la vedo sul comodino accanto a loro. Mi avvicino in punta di piedi girando intorno al letto, e ogni minimo rumore dei miei piedi che scivolano sopra il tappeto logoro rimbomba nelle mie orecchie come campane di una chiesa. Il mio cuore batte forte, e sono così nervosa che sto trattenendo il respiro. Mi allungo verso la borsetta e, quando la prendo, mi sento afferrare il polso con forza. Il mio corpo si irrigidisce all'istante e, anche se provo a respirare, non riesco a far entrare aria nei polmoni. Il terrore mi soffoca e invade ogni poro. Cazzo! No! No! No! No! Sollevo lo sguardo e incontro quello assonnato di Alec. Oh Dio, no. «Ehi, bellissima. Sei pronta per il secondo round?» chiede sbadigliando. Quel vezzeggiativo mi fa venir voglia di raggomitolarmi per terra a piangere disperata. Quella parola, ora contaminata da un tale orrore, mi fa star male fisicamente. Proveniente dalle sue labbra ora è una minaccia, una promessa che provoca un acido che ribolle e brucia nella mia pancia. Imponendomi di mantenere la voce calma, dico: «Ho solo bisogno della mia borsetta, Alec.» Il ritmo selvaggio del mio cuore aumenta. «Mmm… non lo so, piccola. Credo di meritarmi qualcosa in cambio. Cosa mi darai?» Lo odio. La mia mente lavora a mille. Pensa in fretta, Cam. Provo un forte desiderio di fargli del male, e i miei occhi scrutano rapidi la stanza in cerca di oggetti che potrei usare. Una lampada? Una sedia? No. Questi pensieri non mi aiuteranno. Persino ora, dopo quello che è successo ieri sera, non riesco a trovare il coraggio di fargli del male fisicamente. Voglio che provi tanto dolore, lo stesso che ha inflitto a me, e forse un giorno succederà. Ma non sarà per mano mia. Il mio bisogno di vendetta è superato dal bisogno di scappare, di salvarmi da un’altra tornata di sofferenza per mano di quest’uomo, questo mostro. Raccogliendo ogni briciola di coraggio che riesco a trovare, parlo con più calma possibile: «Ti farò un pompino.» «Che cosa?» chiede Alec sorpreso. «Ti succhierò l'uccello, se mi lasci prendere la mia borsetta. Sul serio.» Quelle parole bruciano mentre lasciano le mie labbra. Inspiro ed espiro forte. «Sbottonati i jeans e tirateli giù.» Mi sforzo di mantenere la voce ferma. Alec si ferma un attimo, forse per valutare la mia sincerità. Il mio sguardo non vacilla, e rimane fisso nel suo. Mi impongo di calmare il mio corpo e convoglio la mia determinazione sulla mia espressione. Dentro di me sto urlando di terrore, ma spero di comunicare ad Alec l'opposto. Annuisce piano e mi rivolge un sorriso allusivo. «Sapevo che avresti cambiato idea, piccola.» Molla la presa sul mio polso e le sue mani vanno al bottone dei jeans. Mi mordo il labbro così forte che la mia bocca si riempie del gusto metallico del sangue, e aspetto, pochi secondi, lenti come una dolorosa eternità, mentre solleva i fianchi dal letto e si abbassa i jeans. Però, aspetto ancora. Poi, proprio nel momento in cui i pantaloni raggiungono i polpacci, afferro la borsetta, mi giro e corro il più veloce possibile verso la porta. Non riesco a sentirmi le gambe. Nella mia testa pulsante c'è poco spazio perché la logica dica loro di muoversi, di correre più veloce. Ma, malgrado tutto, agiscono di loro iniziativa e mi portano in fretta verso l'uscita, verso la libertà. Giro il pomello della porta, il palmo sudato scivola sul metallo. Merda! Insisto, afferrandolo con disperazione, pregando che giri. Devo aprirla. Devo uscire. Mi sento sollevata quando inizia ad aprirsi, ma quella frazione di secondo di liberazione che provo mi abbandona quando la porta si ferma dopo pochi centimetri. Alzo gli occhi e vedo che è bloccata dalla catena del chiavistello. Merda! Chiudo di scatto la porta, il battito del mio cuore mi pulsa nelle orecchie. Le mie mani tremano mentre le dita cercano di sganciare la catena. Dopo un'agghiacciante eternità, che dura lo spazio di pochi attimi, la catena cade contro la porta e io la spalanco. Ti prego, fa’ che non senta le sue mani su di me. Ti prego, fa’ che riesca a scappare. Sono terrorizzata che stia per fermarmi da un momento all'altro. Fuggo dalla camera più veloce che posso, senza voltarmi indietro. Le lacrime scorrono, il mio cuore batte forte, e corro. Non mi fermo finché non arrivo alla reception. Un uomo anziano con i capelli grigi alza lo sguardo dal suo giornale. Quando mi vede, spalanca gli occhi. Urlo in modo isterico: «Ho bisogno di un taxi!» Il mio corpo trema con così tanta violenza che sento andrò in mille pezzi. Guardo dietro di me, terrorizzata di trovare Alec. Non posso restare in questo hotel un altro secondo di più. Prima che l'uomo della reception possa rispondere, la paura mi spinge verso l'uscita. Arrivo sul marciapiede che costeggia la strada principale delle catene di alberghi e scappo il più veloce possibile dall’hotel, allontanandomi dal mostro che risiede all'interno. Corro, finché non sento le gambe come gelatina e mi fanno male i fianchi. Mi fermo e mi appoggio contro un palo della luce, inspirando a fondo e ansimando mentre cerco, a fatica, di ritrovare il fiato. Terrorizzata, scruto dietro di me. Non vedo arrivare nessuno, così mi avvicino al bordo del marciapiede e sollevo un braccio per chiamare un taxi che sta passando. Mi accascio contro il sedile lucido dell’auto, le mie gambe tremanti si attaccano alla superfice rivestita di plastica, mentre dico al tassista il nome del mio hotel. Sollevo le gambe contro il petto, le circondo con le braccia e affondo il viso contro la mia pelle appiccicosa, estraniandomi dal mondo intorno a me. Il mio corpo è tutto un brivido e il mio cervello lavora per identificare le spiacevoli sensazioni che sto provando; paura e adrenalina, insieme a un dolore quasi assordante sottopelle. *** La mia camera d'albergo è vuota quando entro. A quanto pare Lexi ha passato la notte con Gage. Chiudo la porta e giro la chiave prima di andare in bagno. Mi strappo il vestito di dosso e lo getto nella spazzatura. Rimango nuda di fronte allo specchio, e osservo il riflesso di una ragazza che non conosco più. Non riconosco la persona che mi sta fissando. È brutta e sporca. Un groviglio di capelli le ricadono intorno al viso rosso, gonfio e rigato di lacrime. Il trucco le ha trasformato gli occhi facendoli sembrare quelli di un procione, con striature di mascara che scendono sulle guance. Ci sono segni rossi su tutto il suo corpo e dei lividi viola si stanno formando sulle braccia. Ha delle macchie di sangue secco lungo l'interno delle cosce, fino alle ginocchia, e un’espressione triste e vuota. La sua vista mi ripugna. Guardo con distacco la ragazza che si afferra la pancia con entrambe le mani mentre il suo stomaco si rimescola per il bisogno di espellere l'orrore. Non posso credere di aver permesso che accadesse. È tutta colpa mia. Se avessi usato un briciolo di cervello, non mi sarei mai trovata in questa situazione. Sono così stupida. Me lo sono meritata, per essere stata così incredibilmente priva di buon senso. Avrei dovuto saperlo. So come vanno le cose. A che cosa stavo pensando? Quei pensieri si ripetono nella mia mente in una costante litania, come una filastrocca per bambini finita in modo orribile. Mi infilo sotto il getto bollente della doccia. Chiudo gli occhi e sollevo il viso verso l'acqua, lasciandola scrosciare sulla mia pelle. Esitando, abbasso la testa e osservo il mio corpo mentre l'acqua porta via le prove. Ho bisogno di togliermi di dosso le macchie e l'odore. Prendo il sapone e lo strofino con violenza su ogni centimetro della mia pelle, premendo con così tanta decisione da sentirla bruciare. Quando arrivo a lavarmi tra le gambe, la fitta di dolore è acuta, pungente, mirata e bruciante. Lancio un grido di dolore. Mi piego in due, la bile acida si riversa dalla mia bocca. Prego di essere in grado di dimenticare le immagini, i suoni e gli odori delle ultime ore, ma so che non ci riuscirò mai. Questo incidente mi cambierà per sempre. So che, non importa quanto mi sforzerò, non sarò più la stessa ragazza di ieri. La persona che ero quando sono arrivata in Messico se n'è andata, e non tornerà mai più. Tutto ciò che avevo di bello in me mi è stato strappato con violenza. Non so come troverò la forza di superarlo. Forse non ci riuscirò mai. Cado in ginocchio, i singhiozzi che mi straziano il corpo, e i miei lamenti che risuonano nella doccia buia e solitaria. Il mio corpo sussulta mentre piango, ora rannicchiata per terra in posizione fetale. Rimango lì, sul pavimento di ceramica, a farmi colpire dall’acqua che ormai è diventata fredda per qualche minuto, forse ore. La mia pelle è raggrinzita e arrossata e non riesco ancora a liberarmi dalle inquietanti sensazioni che affliggono ogni superficie del mio corpo. Mi brucia la pancia e vengo scossa da conati di vomito, ma non è rimasto nulla nel mio stomaco da far uscire. Non mi è rimasto niente di niente. Sono vuota. Ho perso tutto. L'acqua scorre sulla mia pelle, mentre i ricordi e le sensazioni della scorsa notte persistono e mi perseguitano. Urlo di nuovo, un suono spaventosamente solitario, per la consapevolezza che sarà così per sempre.
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