Capitolo primo

2724 Parole
CAPITOLO PRIMO La magia del mestiere mi apre un mondo in cui, tra meno di due ore, affronterò i draghi neri e i crinali incoronati da una chioma di fulmini azzurri; un mondo in cui, a notte, liberato, io leggo negli astri il mio cammino. Antoine de Saint-Exupéry L’uomo è l’unico figlio di questa Terra che riesca a ferirla e sfregiarla con irrimediabile crudeltà e il paradosso più spaventoso consiste nel fatto che non possa farne a meno, pensava Giorgio Martinengo. La civiltà marchia la natura, ogni segno d’ingegno umano danneggia l’equilibrio naturale del pianeta, diversamente, gli esseri umani si sarebbero fermati a una mera esistenza animale. Le foto dell’incidente se le era portate dietro. Stampate dai file in alta risoluzione che la società assicurativa gli aveva spedito con la PEC; le aveva plastificate e infilate in una sottile cartella con la targhetta adesiva che riportava il nome del nuovo caso: ETERE. Una cura che era anche rispetto, rispetto per il proprio lavoro, per la sua professionalità e, non ultimo, per il pudore che sentiva verso la morte. Le stava di nuovo guardando. La stagione al rifugio Quintino Sella si stava avvicinando alla fine, una ventina di giorni e avrebbe chiuso e, quella precoce mattina d’inizio settembre, il refettorio era semideserto. Quattro francesi chiacchieravano discreti, dal capannello si sollevava a tratti una risata sincera, un’impennata di schietto divertimento che accompagnava la sonnolenza del nuovo giorno. Giorgio si era seduto in un angolo, la schiena appoggiata alle assi di legno che ricoprivano le pareti, solo, al tavolo con le sue foto squadernate di fronte, come un piano di battaglia allo studio di un pensoso ufficiale. La prima foto mostrava da una prospettiva aerea il punto d’impatto, verso l’imbocco della seconda parte del canale Coolidge, dove il ghiacciaio s’inerpicava sulla vetta del Re di Pietra. Ai lati del canale, i bastioni risaltavano rugginosi, accesi dal sole; sul costone sinistro spiccava la ferita: uno scarabocchio di metallo luccicante tracciato da una mano arrabbiata. Il prototipo, stando ai rapporti dell’ENAC, era decollato da Levaldigi alle 8.25 a.m. del 29 agosto, aveva mantenuto una velocità di crociera di 251 km/h, coprendo in breve tempo la distanza lineare di 44 km dall’aeroporto al Monviso. L’allarme era partito verso le 9.00 a.m., poco tempo dopo che da Levaldigi perdessero il segnale del transponder e, quasi in contemporanea, da un gruppo di escursionisti del CAI di Pavia che, dal Bivacco Villata, stavano approcciando la via del canalone e avevano udito il tuono dell’impatto prima e avvistati i resti dopo. La seconda foto era stata scattata dall’elicottero del soccorso alpino in fase di avvicinamento all’obiettivo. Il prototipo, realizzato in alluminio aeronautico, il 7075 o Ergal, giaceva disfatto contro il costone sinistro; nel cielo sclinto1 come una volta di cristallo, la luce del mattino faceva esplodere il metallo di riflessi violenti e che risaltavano contro la montagna. La terza foto immortalava il recupero della salma del pilota, i soccorritori l’avevano imbozzolato in un bodybag nero che l’elicottero aveva accolto nel solido cestello della barella esterna. Anche in quell’immagine, i colori vivaci e catarifrangenti delle divise dei soccorritori spiccavano psichedelici contro il candore del ghiaccio in ritirata. Alieni, estranei. Ce n’erano altre, nel dossier che l’Assicurazione gli aveva consegnato lo stesso giorno del suo ingaggio, ovvero l’altro ieri, ma quelle tre, le prime tre, le considerava paradigmatiche del rapporto di amore e odio tra uomo e ambiente; forse quella stessa disgrazia ne era l’ennesima, drammatica conseguenza. Giorgio allungò la mano e prese la tazza ancora colma di cappuccino, ne bevve un sorso e mangiò il secondo croissant, spazzò via le briciole col dorso delle dita e bevve una seconda volta. I francesi si erano alzati. Da abbigliamento e calzature li aveva classificati come escursionisti di buona esperienza, dagli zaini aveva supposto che avessero pianificato un classico tour del Viso, quello di tre giorni. Dagli scampoli della loro conversazione aveva inteso che si sarebbero incamminati verso il passo San Chiaffredo e il bosco dell’Alevè per poi pernottare al Rifugio Vallanta. Conosceva bene il tragitto, percorso in più occasioni. Le guide indicavano cinque ore di cammino, ma gambe ben allenate avrebbero potuto concedere un risparmio anche di un’ora, tempo permettendo, e l’arida estate di quell’anno l’avrebbe senz’altro consentito. I francesi gli passarono davanti, lo salutarono con la familiarità tipica dei montanari e lui rispose calcando nel migliore dei modi il suo bonjour; dalle barbe brizzolate degli uomini e le sottili, affascinanti rughe, sotto gli occhi delle donne, stimò che il gruppetto fosse composto per lo più di suoi coetanei. L’amore per la montagna era un filo trasversale alle generazioni, ragazzi, adulti e vecchi, tutti tesi a quel contatto solitario e intenso. Li osservò lasciare la sala, le risate e i commenti goliardici coperti dal tamburellare dei loro passi sul parquet, poi, ritornò alle foto. Sembrava che il velivolo si fosse schiantato senza che il pilota avesse tentato la minima manovra elusiva. Aveva tirato dritto come un fuso da Levaldigi fino al Coolidge. Giorgio sapeva che volare in montagna presupponeva tutta una serie di rischi aggiuntivi. Rotori e discendenze potevano creare seri problemi al volo di un piccolo aereo com’era il prototipo e, malgrado l’effettivo, conclamato rischio e un’inchiesta ufficiale aperta dall’ANSV, la Società assicurativa Helios voleva vederci chiaro tanto da averlo ingaggiato. Poteva capirlo. L’incidente non aveva senso, stando alle analisi finora raccolte. Udì altri passi, sollevò lo sguardo spostandolo in direzione delle scale e vide una sagoma con sandali Lizard e dei calzoni di un rosso vivido scendere i gradini e avvicinarsi. «Buongiorno.» «Ciao, Beppe.» Beppe andò al banco per prendersi la colazione, salutò con familiarità i ragazzi affacciandosi sulla soglia della cucina e ritornò al tavolo di Giorgio reggendo due tazze fumanti di caffè liofilizzato. L’uomo aveva festeggiato pochi giorni prima settant’anni d’età e cinquanta di escursioni sul Viso; appariva vigoroso e asciutto, giovanile come la luce chiara che gli illuminava gli occhi e la frangetta immacolata come neve che gli ricadeva sulla fronte. «Mattiniero,» gli disse Beppe Giorgio sollevò le spalle. «Quando posso, sempre.» «Brau fiö.» Beppe gli si accomodò a fianco e gettò uno sguardo alle immagini piazzate in ordine sequenziale , sorbì il caffè e scosse il capo: «Brüta fìn,» commentò. «Strän-a fìn,» rimarcò Martinengo, grattandosi la barba che si era fatto crescere più per pigrizia che per vezzo, frugò nel piccolo borsello che aveva appresso e ne estrasse la vecchia pipa Sportsman. Ne mordicchiò il cannello. Beppe ridacchiò: «Solo uno come te tiene una pipa spenta in bocca.» «Quando fumavo erano altri tempi e io un’altra persona.» «Io non ho mai fumato,» dichiarò con orgoglio Beppe. «Tu hai Lui, che altri vizi ti servono?» Giorgio indicò con la tazza i costoni incombenti del Re, a quell’ora invisibili dalla finestra. Beppe sorrise a occhi stretti, annuì e indirizzò un cenno nella stessa direzione: «Quando ci vieni su con me? Devi solo mettere mani e piedi dove dico io. Solo quello. Saliamo su che nemmeno te ne accorgi,» fece una pausa, gli si distese sul volto un’aura riverente: «Saliamo a rendergli omaggio.» Giorgio serrò le labbra. Era tentato, ma scosse il capo: «Non questa volta. L’assicurazione mi paga per indagare sulla disgrazia dell’aereo, mica per scalare.» Beppe scrollò le spalle: «L’invito è sempre valido.» Bevve un sorso dalla tazza guardando fuori. «E poi oggi sali.» «Certo. Ma io l’imbrago me lo metto, sappilo.» «Ai miei tempi non potevo permettermi l’attrezzatura, così ho imparato a salire senza.» Giuseppe Pasero era una leggenda tra i frequentatori del Monviso, un uomo legato a vita al monte; salito e disceso con fedeltà religiosa fin dalla gioventù, un rapporto fisico tra lui e la pietra, senza artifizi, senza apparenti prudenze, se non il sapere acquisito con l’esperienza; il risultato dell’esame a ogni sessione era la sopravvivenza o la morte. Beppe sollevò il polso per guardare l’ora. «Ma boia fàuss, sono già le cinque!» Giorgio si alzò riordinando le foto, dalla scala udì altri passi. «Anna, bogia!» esortò Beppe, picchiettando il quadrante dell’orologio con due dita. La giovane donna che lo raggiunse gli rivolse un gesto stizzito: «Ci sono, braja nèn.» «Sono già…» «Le cinque, le cinque. Sono sveglia, sono qui, direi che puoi anche smetterla.» Anna sbuffò, andò a sedersi davanti a Giorgio e senza salutarlo gli chiese di avvicinarle il cestino con le fette biscottate. Lui eseguì con un gesto automatico e le diede il buongiorno. Anna lo guardò; aveva occhi chiari e i capelli raccolti in una coda rigorosa ed era bella di una bellezza spartana, con i medesimi tratti spigolosi di suo padre. «È riuscito a tirarti giù dal letto con lui?» «No, l’ho anche battuto sul tempo, se è per quello,» ribatté Giorgio. «Almeno quello…» bofonchiò Anna. Giorgio la osservò imburrare alcune fette di malavoglia e d’istinto le propose un cappuccino. «No, mi fa schifo il latte. Caffè.» A dispetto della sua femminilità affilata e sportiva, la giovane donna mostrava di prima mattina lo stesso carattere di un rude muratore; Giorgio percepiva in lei tutta la durezza montanara di chi era cresciuto senza dover mai dimenticare l’asprezza del vivere quotidiano. Beppe sapeva essere un padre scabro e ogni spigolo di quel rapporto, Giorgio, che di conflitti familiari s’arrogava il diritto di saperne, poteva sentirlo fino a graffiarsi. A occhio Anna dimostrava poco più di trent’anni, la pelle appariva soda e fresca nonostante le violente abbronzature d’alta quota, attorno agli occhi aveva il segno degli occhiali e, quando li chiudeva, il bianco delle palpebre risaltava come uno sguardo cieco. Giorgio tornò reggendo una tazza che le posò sotto il naso. Anna fissava con occhi distanti le pareti buie del Re, sul volto manteneva una fermezza granitica, un sipario dietro il quale riparava se stessa, ma la luce di deferenza, quella luccicava immutata nelle sue iridi limpide. Giorgio s’accorse che Beppe se n’era andato; era scivolato via dopo le poche battute con la figlia e ora si era ridotto a una voce che, dal dormitorio soprastante, esortava gli altri a scendere per la colazione. Intanto Anna si era messa a sorbire il caffè e con la mano scartabellava le foto. «Secondo me si è ammazzato,» dichiarò neutra. Giorgio si sedette, inclinò la testa di lato, verso di lei, riguardando la foto che l’aveva fatta parlare. «È un’ipotesi sul tavolo, una tra le diverse che devo considerare.» Anna gli puntò addosso gli occhi, ora grigi come il riflesso delle Alpi sul lago Fiorenza, e mantenne lo sguardo dritto su di lui per un tempo imbarazzante. Toccava a lei parlare, Giorgio non aveva voglia di inseguirla; in quel rapporto di collaborazione, pretendeva reciprocità da parte di tutti i coinvolti, anche da lei. «Ma tu sei davvero un investigatore privato? Hai anche la pistola e le manette?» Il tono era sinceramente incredulo e qualcosa di ancora infantile caratterizzava la sua figura, qualcosa che sembrava voler cedere, ma ancora non ci riusciva. Giorgio ridacchiò. «Le manette no, mica arresto la gente, io. Posso contribuire a farla arrestare, ma niente più.» «Però la pistola sì?» «Quella sì, ma devo fare molta attenzione.» «E vieni in escursione con la pistola dietro?» «Non la porto addosso,» glissò Giorgio; i discorsi sulle armi lo annoiavano in fretta e considerava la sua un dispositivo per la protezione individuale, nulla di più. Anna sorbì il caffè reggendo la tazza con entrambe le mani, magre e nervose. «Perché vuoi salire fino al Coolidge?» Giorgio si avvicinò scivolando sulla panca, tirò fuori la foto che mostrava il punto d’impatto e gliela porse: «Perché devo partire da qualche parte e da dove Icardi è morto mi sembra l’unica via.» «Non hai molta esperienza di arrampicata,» considerò lei. «Imparo in fretta.» «Non esiste, specie se vuoi affrontare il Coolidge.» «Per questo ti ho voluto.» Anna fece una smorfia, i complimenti la infastidivano, anche se quello non voleva esserlo. Anna era considerata una delle migliori guide alpine in zona. Un tramestio animò la scala che portava ai dormitori, Giorgio girò la testa mentre Anna tuffò il naso nella tazza. Beppe parlava piano con Gianluca Osella, l’azionista di maggioranza e Amministratore delegato della Granda Avio S.P.A. la società produttrice del prototipo schiantato: un uomo dal fisico imponente e dai capelli brizzolati, mentre la sua segretaria particolare, Raffella Ferrero e la bionda, l’avvocato Angela Beccaris, seguivano quel parlottare. Giorgio si alzò di nuovo e salutò tutti. «Il detective,» tuonò Osella, attraversò la sala con passi lunghi e rumorosi e gli strinse la mano con vigore.. Giorgio reagì rispondendo al saluto con forza equivalente. Dentro di sé continuava a chiedersi dove Osella trovasse tutto quel pelo sullo stomaco: era sotto inchiesta per l’incidente e, oltre ad aver perso il prototipo di un velivolo che poteva rappresentare la sopravvivenza dell’azienda, su di lui gravava la morte del pilota collaudatore, Walter Icardi, che era stato anche il progettista di punta della Granda Avio. «Non è il Principe di Piemonte, ma mi accontento,» aggiunse Osella sbirciando le colazioni disponibili. La sua voce e i suoi passi avevano riempito la sala al pari di una folla; dietro di lui, le due donne tacevano, Giorgio non sapeva ancora se per imbarazzo o per soggezione. La bionda in particolare osservava con gelo Osella e non smise finché l’uomo non ebbe preso posto al tavolo che Giorgio aveva lasciato, solo allora parve accorgersi di lui, gli sorrise affabile e lo salutò. «Dottoressa Beccaris,» fece lui. «Dormito bene, Martinengo?» Aveva una spiccata erre moscia che, assieme a una voce sonora, dava un’enfasi brillante e ingannevole a ogni parola. «Dormo ovunque senza problemi.» «Io no.» Angela Beccaris era la responsabile dell’ufficio legale delle Assicurazioni Helios che l’avevano ingaggiato, una donna dal profilo delicatamente grifagno che tendeva ad allontanare, ma che a lui invece ispirava fiducia. «Mi dispiace,» rispose. La donna scrollò le spalle, ci teneva a mostrare la sua durezza. Andò a prendersi un cappuccino e sedette diagonalmente rispetto a Osella che teneva banco con Beppe e Raffaella Ferrero, la sua assistente. «Non si siede con noi, Martinengo?» gli chiese la Beccaris. «Io ho finito, tra poco dobbiamo andare e devo verificare l’attrezzatura,» rispose. In realtà non aveva solo quello a cui pensare. Gli interessava osservare con il giusto distacco le dinamiche al tavolo. Osella ostentava sicurezza, perfino baldanza, questo malgrado la sua posizione tutt’altro che serena; la Beccaris sorrideva scoprendo al minimo le labbra sottili, voleva apparire amabile mantenendo un sottotesto importante: era lì fondamentalmente per incastrare Osella e non far tirare fuori alla sua compagnia milioni di euro per un sinistro sospetto. Beppe doveva fare quello che faceva da una vita: portare gente sul Re di pietra e farla tornare integra. Raffaella Ferrero era la più chiusa, una giovane donna slanciata, le gote rosee, i lunghi capelli che sembravano sempre freschi di shampoo. Non avrebbe sfigurato sulla copertina di una rivista di moda per l’eleganza del portamento; anche con il leggero pile color panna nel quale si stringeva, sembrava pronta per un ricevimento di gala. Parlava poco e a bassa voce. Non l’aveva salutato, ma forse non l’aveva udita. «Si pensava di chiudere l’azienda per un giorno, ma i ragazzi hanno detto di no,» diceva Osella; Giorgio sentiva soddisfazione, più che orgoglio, nelle sue parole. Osella finì di masticare un boccone e mosse la testa per abbracciare tutti i presenti in un’unica, egemone occhiata, poi abbassò la voce, un calo drammatico: «I ragazzi della Granda hanno voluto onorare la memoria di Walter con il lavoro.» Giorgio, le mani in tasca, avvertì, incontrollata, una smorfia segnargli il volto. Angela Beccaris lo colse in quel preciso momento e accennò un sorriso, scosse impercettibile la testa riccia. «Solo dopo i risultati dell’autopsia si potrà parlare di funerale,» non si trattenne dal dire. Osella posò i pugni sul tavolo, a fianco della tazza; annuì grave. «La Granda Avio supererà anche questo colpo del destino,» dichiarò. Rivolse un sorriso fiducioso alla Beccaris e le toccò la mano. Raffaella Ferrero si forbì le labbra, appariva sommersa da un imbarazzo che neanche la sua compostezza riusciva a contenere. Giorgio indietreggiò verso la scala. «Con permesso,» disse. Al piano di sopra c’era Anna con uno zaino in mano e la corda in spalla. «Vai a prendere la tua roba,» gli ordinò. Giorgio seguì Anna nella stanza dell’essiccatore, dove le scarpiere erano tutte occupate da pedule e scarponi, agli angoli mazzi di bacchette e bastoni. La giovane aveva disposto l’attrezzatura sul pavimento con ordine e metodo e parlava calma: «Useremo imbraghi bassi, la corda, utilizzo di norma una mezza dinamica di tipo uno da sessanta metri, ma di questo non devi preoccuparti, perché tanto salgo prima io e te la calo…» Giorgio si sedette a terra incrociando le gambe e aggiunse: «Niente spit, perché la roccia è troppo friabile, vero? Le scariche di pietra tipiche del canalone ne sono la prova.» «Sei un secchione.» «Sempre stato.» Anna accennò un sorriso faticoso, poi estrasse una cartina dalla tasca laterale dei calzoni. «Ok, ma adesso ascoltami bene: comando io e io decido ogni cosa, lassù. Il Coolidge non è una passeggiata; quest’estate è stata secca e continua a fare un caldo fuori della norma, verso il canalone ci sono delle brutte placche di ghiaccio nero che impongono comunque i ramponi.» Giorgio indicò i suoi in un sacchetto di nylon. «Piccozza?» «Questa.» La sfilò dallo zaino e gliela porse. Se l’era presa nuova in un negozio di catena mentre partiva dal Cornajàss per recarsi a Crissolo, immaginò che Anna fosse abituata a materiale professionale di altra fascia, ma lei, dopo averla rigirata fra le mani gliela porse soddisfatta: «Va bene.» La donna si rialzò in piedi con un movimento fluido, si spazzolò le natiche e caricò lo zaino in spalla: «Dobbiamo partire, viene tardi sul serio.»
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