CAPITOLO PRIMO.
Manfredi, prencipe di Otranto, aveva un figlio, ed una figlia. Questa nominavasi Matilda, era nella età di anni diciotto, e di maravigliosa bellezza dotata. Il giovine, chiamato Corrado, già pervenuto al quintodecimo anno, dimostrava grossolano ingegno e complessione malsana, ma contuttociò venia parzialmente amato dal padre, il quale non dette mai alcun segno d’affetto a Matilda. Manfredi avea destinata al suo figlio in isposa Isabella, figliuola del marchese di Vicenza, la quale, già rimessa nelle mani del prencipe dai tutori della medesima, ritrovavasi in Otranto, a fine di celebrare le nozze, tostochè la salute cagionevole di Corrado lo concedesse. L’impazienza di Manfredi per far la ceremonia nuziale fu osservata dalla famiglia sua e dai vicini. Quei di casa, a dir vero, temendo la rigida natura di esso, non ardivano manifestar le loro differenti opinioni intorno al voler egli precipitar cotanto gl’indugj. Ippolita, di lui consorte, sopramabile gentildonna, si fece diverse volte animo a rappresentargli il pericolo di ammogliare l’unico figlio in così fresca età, atteso tantopiù il di lui infermiccio stato di salute; ma egli, invece di darle su di ciò analoga risposta, rivolgea destramente il discorso sulla di lei sterilità, per avergli partorito un solo erede. I vassalli ed i sudditi eran meno cauti in ragionare, ed attribuivano la premura di sollecitar questo maritaggio al timore che aveva il prencipe di veder adempita un’antica profezia la qual dicevasi stata fatta, cioè: “che la presente famiglia sarebbe decaduta dalla signoria e castello di Otranto, quando il vero proprietario fosse divenuto talmente grosso da non poter esservi contenuto.” Egli era assai malagevole il distrigare il senso di questa profezia, ed ancor più difficile il capire ciò che avesse da fare col matrimonio di cui trattavasi; contuttociò, malgrado l’oscurità di tale arcano, il popolo vi prestava un’intiera credenza.
Fu stabilito per gli sponsali il giorno natalizio di Corrado, e già adunata era la comitiva nella cappella del castello, ed ogni cosa in pronto per dare incominciamento alla sacra funzione, quando si accorsero che mancava Corrado. Ciò osservato da Manfredi, impaziente d’ogni benchè menomo ritardo, mandò un servo ad avvertire il giovin prencipe che venisse. Questi non erasi trattenuto neppur tanto tempo, quanto era necessario a traversare il cortile del castello per arrivare alle stanze di Corrado, allorchè tornò indietro, correndo ansante, quasi frenetico; cogli occhj stralunati, colle labbra tremanti, nè potendo articolar parola, accennò con mano il cortile, onde gli astanti soprappresi furono da subitaneo terrore e da maraviglia. La prencipessa Ippolita, sebbene ignara dell’accaduto, tocca soltanto da materna sollecitudine, si tramortì, e Manfredi men timoroso che incollerito pel differirsi delle nozze e per la stravaganza del servitore, chiesegli imperiosamerite cosa fosse avvenuto, al che egli non rispose, ma seguitò ad additare il cortile; infine, dopo essere stato ripetute volte interrogato, esclamò: “oh! un elmo!... che elmo!... l’elmo!”... In questo frattempo alcuni eran discesi nel cortile, da dove sentivasi un lamentoso mormorio, cagionato da sorpresa e da spavento; onde incominciando Manfredi a stare in pena di non vedere il figliuolo, andò ad informarsi in persona di ciò che poteva dar motivo a sì strana confusione. Matilda rimase a prestar soccorso alla madre, come pure Isabella non partissi per la stessa causa, ed affine di non mostrarsi troppo impaziente in riguardo allo sposo per cui, a dir vero, avea essa concepito ben poco amore.
Il primo oggetto presentatosi alla vista di Manfredi, sorprendendolo fortemente, fu buon numero de’ suoi di casa i quali sforzavansi di sollevar da terra qualche cosa che sembravagli una montagna di nere piume, ed in quella affissatosi, dubbioso di ciò che vedea, gridò bruscamente: “che fate là? Dov’è il mio figlio?” Molte voci in un tratto risposero: “a signore!... il principe!... Il principe!... l’elmo!... l’elmo!...” Commosso dal suon doglioso con cui proferiansi tali accenti, e temendo, senza saper di che, si fece frettolosamente innanzi, ed oh! tragica vista per un padre! rimirò il figlio schiacciato, e quasi sepolto sotto un elmo smisurato cento volte più ampio di alcun altro usato mai da uom vivente, e cui faceva ombra una quantità immensa di piume nere proporzionata alla mole.
L’orrore del funesto spettacolo, il non sapersi da alcuno de’ circostanti in qual guisa fosse tale infortunio accaduto; e più ancora d’ogni altra cosa lo spaventevol fenomeno, tolsero al prencipe la parola; contuttociò stette in silenzio più lungo tempo di quello che fatto avrebbe pel solo dolore. Guardava egli fisamente ciò, desiderando di poterlo credere un sogno, e parea meno afflitto della perdita del proprio figlio, che attento a meditare la mirabil cosa la qual n’era stata cagione. Toccava l’elmo fatale, esaminandolo attento, e la sua vista non potè essere da quel prodigio rimossa, neppur dal vicino oggetto de’ sanguinosi infranti avanzi del giovin prencipe. Tutti coloro cui era ben nota la parzialità sua per Corrado, furono sorpresi per la di lui insensibilità, e rimasero quasi colpiti di fulmine per il portento dell’elmo; quindi, senza riceverne il comando, trasportarono lo sfigurato cadavere nel salone. Di più, non dimostrò Manfredi attenzion veruna alle dame rimaste nella cappella, anzi dimentico intieramente delle due infelici prencipesse, consorte e figlia, le prime parole uscite dopo lo stordimento dalla sua bocca, furon queste: “si prenda cura della prencipessa Isabella.”
I servitori allo strano comando guidati dall’affetto per la loro padrona, lo interpretarono come diretto particolarmente alla medesima, e volando ad assisterla la portaron nella camera semiviva, e nulla curantesi delle prodigiose circostanze le quali udiva narrarsi, eccettuata la morte del diletto figliuolo. Matilda, che amavala teneramente, soffogò in petto il cordoglio, ad altro non pensando, se non ad assistere e consolare l’afflitta genitrice. Isabella la quale era stata sempre trattata come figlia da Ippolita, e la riamava con grata egual tenerezza, era anch’ella assidua in prestarle soccorso, procurando nel tempo stesso di confortar Matilda cui legavala sviscerato affetto, per alleviar l’affanno qual vedea bene voler essa celare. D’altronde, sebbene non risentisse in cuore per la morte di Corrado altro moto in fuor della compassione, tuttavia non poteva a men di riflettere al proprio stato; ma non era, a dir vero, scontenta d’essere sciolta da un nodo maritale, da cui niuna felicità erasi ripromessa, sia per parte dello sposo, sia a cagione della severità di Manfredi il quale, benchè avesse lei sempre affettuosamente trattata, pure aveala non poco atterrita col suo ingiusto dimostrato rigore verso prencipesse cotanto amabili, quanto lo erano Ippolita e Matilda.
Mentre le dame accompagnavano la sventurata madre, Manfredi rimase nel cortile, sempre rimirando il malaguroso elmo, e senza far attenzione alla moltitudine che lo strano caso aveagli intorno adunata, dimandava solo laconicamente e quasi stupido, se alcuno per avventura sapea di dove là fosse caduto, ma niuno potè dargliene il menomo indizio. Tuttavia, siccome ciò sembrava esser l’unico oggetto della sua curiosità, lo divenne in breve anche degli altri tutti; ma le congetture quali ognuno facea, si consideravano, appena proposte, assurde ed improbabili, come inaudito era l’evento. Mentre perdevansi in vani ragionamenti, un contadinello abitante di un vicino casale, tratto colà dalla sparsa novella, disse, esser l’elmo prodigioso in tutto simile a quello che vedeasi nella chiesa di S. Niccola sul capo della statua di marmo nero rappresentante Alfonso il Buono, uno dei loro antichi sovrani. “Furfante! che di’ tu?” gridò Manfredi, riscuotendosi con furiosa rabbia dal suo sbalordimento, e preso il giovine per la gola: “come ardisci,” gli disse, “pronunziar queste sediziose parole; ben tu me ne pagherai il fio.” Gli spettatori capivano tanto poco la causa dell’ira del prencipe, quanto il fatto dell’elmo, e non sapean cosa pensarne; ma più d’ogni altro rimase stordito il villanello, non intendendo di che mai il prencipe si offendesse; e riflettendo fra se nulla aver fatto di male, si sviluppò dalle mani di Manfredi, benchè ciò facesse in umil atto e gentile; indi con riverenti modi i quali dimostravano timore d’aver mancato, e non ispavento, chiesegli rispettosamente in qual cosa avesse fallato. Manfredi però, in vece di rimettersi in calma al veder la di lui sommissione, divenne anzi furibondo per la fermezza colla quale, sebben decentemente, da lui erasi il giovine liberato, ordinò a’ suoi d’arrestarlo; e se gli amici invitati alle nozze non lo avessero in tal punto trattenuto, avrebbe certamente ferito di pugnale il contadino nelle lor braccia.
Durante tale altercazione, alcuni del volgo, colà presenti, eransene corsi alla chiesa contigua al castello, e tornarono indietro storditi per meraviglia, riferendo, esser l’elmo disparito dalla statua d’Alfonso. Manfredi, in udir tal novella, divenne come forsennato, e quasi cercasse su chi sfogare la rabbia in lui cagionata dal tumulto di tante affollate idee, lanciossi nuovamente sopra il contadino, strillando: “scellerato! mostro! stregone! tu lo hai fatto... sì, tu hai ucciso il mio figlio.” Allora il popolaccio, sempre di grossolana capacità, cui giovava trovare un soggetto proporzionato a’ suoi pregiudizj, sul quale rigettar potesse la cagione delle concepite spaventose idee, unissi al suo signore, ripetendo ad una voce: “sì, sì, è stato lui; costui appunto ha involato l’elmo di sopra al deposito d’Alfonso buono, ed ha con quello stritolato il nostro principino;” ed in ciò dire, non riflettevano nè alla grande sproporzione trall’elmo di marmo solito vedersi nella chiesa, e quello che aveano dinanzi agli occhj, il quale era pur d’acciaio, nè pensavano che sarebbe stato impossibile ad un giovinetto, non ancor giunto al vigesimo anno, il trattare un’armatura di sì enorme peso.
Queste popolari voci dettero da pensare a Manfredi; e foss’egli irritato per l’osservazione fatta dal contadino della somiglianza de’ due elmi, e pel timore ch’ei si ponesse perciò in istato di penetrar più addentro alla cagione del mancar quello in chiesa, o lo facesse per toglier materia a qualunque popolar cicaleccio appoggiato a così pericolosa supposizione, dichiarò con gravità, esser colui senza dubbio un negromante, e voler egli, sintantochè il tribunale ecclesiastico conoscesse della causa, ritenere il mago scoperto prigione sotto quell’elmo stesso, ordinando incontanente ai servitori di ciò eseguire, con espresso comando che nessuno ardisse portargli cibo di cui, soggiungeva egli, avrebbelo potuto l’infernale arte sua provvedere.
Invano rappresentò il giovine l’ingiustizia di tal sentenza, e gli amici di Manfredi tentarono inutilmente distoglierlo da questa barbara e precipitosa risoluzione. I più rimasero sodisfatti della decisione del signor loro la quale, avuto riguardo al timore di essi, sembrava in apparenza giustissima, poichè il mago doveva esser punito collo strumento medesimo di cui servito erasi per malfare; nè punto gli commosse la probabilità che il giovine potesse là sotto morir di fame, mentre per sicuro teneano, poter egli col mezzo della sua diabolica destrezza procacciarsi il necessario alimento.
Manfredi vide eseguir con gioia il dato comando, e postavi una sentinella con assoluta proibizione di recare al prigioniero alcuna sorta di vitto, licenziò gli amici e gli astanti, e dopo aver serrate a chiave le porte del castello, dove non volle che restasse alcuno, eccettuata la propria gente, ritirossi alle sue stanze.
Intanto, per le attente cure delle giovani prencipesse rinvenne Ippolita, e quantunque oppressa da tanto affanno, chiedeva frequenti nuove del suo consorte, ed avrebbe voluto privarsi di chi le stava intorno per mandare in di lui assistenza: ingiunse finalmente a Matilda d’andar ella a consolare il genitore. Questa, non abbisognando di sprone per fare il proprio dovere, sebben temesse la paterna austerità, obbedì ad Ippolita, e lei teneramente ad Isabella raccomandò. Quindi, interrogati i servi ove fosse il padre, seppe, essersi ritirato nelle sue camere, vietando che a niuno fossene accordato l’ingresso, dal che Matilda inferì, ritrovarsi egli immerso nel dolore per la morte del di lei fratello, e temendo di rinnovargli il pianto colla vista dell’unica figlia, stette in forse di presentarsegli innanzi in un momento di sì grave afflizione; ma infine il filiale affetto, avvalorato dal comando materno, la incoraggì tanto da azzardarsi a contravvenire agli ordini dati dal padre, errore da essa non commesso giammai. Essendo peraltro naturalmente timida, si fermò qualche momento alla porta, e lo sentì passeggiare avanti e indietro nella sua camera con isregolati passi, lo che accrebbe il di lei timore. Era non pertanto sul punto di chieder licenza d’entrare, quando Manfredi, aperta ad un tratto la porta, nè riconoscendola da prima, atteso il barlume della vicina sera, ed il perturbamento dello spirito, domandò incollerito: “chi è là?” Matilda, tutta tremante, rispose: “son’io, mio caro padre, sono la vostra figlia.” Manfredi bruscamente arretrassi alquanto, dicendole: “andate, non vo’ figliuole, non ho bisogno di figliuole;” ed in così dire, rientrò dentro, chiudendo con rabbiosa veemenza la porta in faccia alla spaventata Matilda.