Fuori dal guscio
Cap.5
Ci saremmo dovuti incontrare giovedì alle tre di pomeriggio nel Giardino delle Fronde, una macchia verde sul lago.
Quella mattina mi svegliai prestissimo, ero troppo eccitata per dormire; feci un bagno caldo e rilassante e poi aspettai, aspettai che si facesse l’ora d’uscire.
Fuori pioveva ancora e l’aria era diventata pungente; presi un ombrello e uscii di casa col fiato già corto e il cuore in tumulto. Arrivai al luogo prestabilito con quindici minuti d’anticipo. Avevo fame, fame di vita, e dentro di me sapevo che quell’uomo, in qualche modo, sarebbe riuscito a saziarla.
Mi guardai intorno e lo vidi, era già lì anche lui, seduto sotto un chiosco di marmo che impreziosiva quel giardino. Mi accolse con un sorriso enigmatico e un inchino, modi d’altri tempi.
Mi colpì molto la pelle del suo viso, era bianchissima e lentigginosa e metteva in risalto gli occhi e i capelli nerissimi, come la sua lunga giacca di pelle.
I suoi modi accesero la mia fantasia e mi avvicinai curiosa ed eccitata come una bambina che scopre per la prima volta il suo riflesso nello specchio.
La facilità con cui riuscimmo a leggerci mi elettrizzò, fin dalle prime parole, pronunciate con estrema confidenza e naturalezza. Usava un linguaggio ricercato ed estremamente cortese, elegante, che accarezzava la mia vanità di donna. Quello sguardo poi mi inebriava a tal punto da farmi sentire leggera, euforica.
Parlammo esclusivamente di me della mia vita e sembrava che riuscisse davvero a vedere oltre la maschera che indossavo e che capisse di cosa avessi bisogno in quel momento. Le sue parole, i suoi modi e l’energia positiva che scaturiva da ogni suo gesto erano riusciti perfino a placare il mio dolore, avevano riempito i vuoti della mia anima e illuminato, anche se per un attimo, l’oscurità dell’abisso dove ero sprofondata.
Mi sentivo di nuovo bene, dopo tanto tempo.
Ma chi era quest’uomo che mi leggeva dentro così facilmente, che si muoveva come me, che parlava come me, che sentiva e vedeva con i miei stessi occhi?
Su quel chiosco di marmo bianco la pioggia scrosciava copiosa da un bel pezzo ma dentro di noi c’era il sole e tutto scorreva con una semplicità e una naturalezza disarmanti.
Ero totalmente rapita da lui, i miei gesti seguivano i suoi, o forse era il contrario, i nostri corpi si erano avvicinati, entrambi desiderosi di un contatto fisico. Poi lui mi aveva preso la mano e mi aveva chiesto di danzare.
Seguivamo lenti le note di un tango di Piazzolla che arrivava da chissà quale abitazione lì vicino. Eravamo una cosa sola. Una perfetta comunione di spirito e di carne e io mi sentivo viva e felice, dopo tanto tempo o forse per la prima volta.
Avrei tanto voluto sciogliermi tra quelle braccia e perdermi nella sua meravigliosa bocca, avrei voluto baciare quelle labbra cremisi che mi sorridevano dolcissimamente e mi desideravano, ma all’improvviso successe qualcosa.
Mi ritrovai inspiegabilmente da sola sotto quel chiosco, frastornata e ubriaca; l’aria era immobile, ovattata e aveva smesso anche di piovere.
Mi guardai attorno incredula e spaventata, lo cercai, lo chiamai, ma non c’era nessuno, non c’era più nessuno lì con me, solo il lago.
Non so quanto tempo rimasi là sotto a cercare una spiegazione logica a quello che mi era appena accaduto. Era già buio quando decisi di tornare a casa.
Vengo interrotta dal suono del campanello, mi affaccio dal terrazzo e vedo Alessio.
“Ciao, ti disturbo?”
“No no, entra, ti apro.”
Mi ha portato le foto e nel preciso istante in cui capisce che abito da sola (almeno momentaneamente) mi chiede di accompagnarlo a Capraia.
“Dai, ci divertiamo, andiamo a fare un giro e torniamo in giornata!”
Noto che non accenna a lei, la donna che ho visto con lui quella sera, ma non gli chiedo nulla. Decido di assecondarlo. Decido di uscire dal guscio.
Alessio è un uragano che mi investe in pieno, non riesco a evitare il suo entusiasmo, la sua gioia di vivere mi contagia. Dio solo sa se ho bisogno di un po’ di sana energia, e lui sembra ben disposto a cedermene una fetta della sua senza chiedere nulla in cambio, se non il piacere della mia compagnia.
Arriviamo al porto in moto e aspettiamo il traghetto mangiando un gelato alla frutta, mi sento leggera e serena. Lui mi parla della sua vita e io mangio e lo ascolto ridendo, mi sembra buffa questa situazione, sono passati un po’ di anni dall’ultimo mio colpo di testa, sono diventata diffidente e solitaria e mi sembra quasi innaturale trovarmi fuori con un tipo che non conosco a scorrazzare in giro come una quindicenne in vacanza. Ma lui mi fa sentire così.
Ho l’impressione di conoscerlo da sempre, un amico d’infanzia venuto a rinfrancarmi lo spirito.
Sul traghetto, arrivato in perfetto orario, mentre l’aria fresca gioca con i nostri capelli impazziti, gli chiedo di lei.
“Susanna? Stiamo insieme da una vita, l’ho conosciuta al conservatorio, suona il piano anche lei. L’altra sera abbiamo litigato di nuovo e se n’è andata! È che non la sopporto quando fa in quel modo, è sempre in competizione con me, non stiamo facendo una cazzo di gara, lei è la mia compagna! Era la mia compagna, non lo so.”
“Ti capisco, ognuno di noi nutre nel profondo il desiderio di essere idolatrato e guardato come un essere speciale e unico da chi ci sta accanto e dice di amarci, la competizione è prerogativa dell’amicizia, non dell’amore. Sai, mi viene in mente mio cugino, andavamo a scuola insieme, ti parlo di almeno venti anni fa, ci piacevamo ma facevamo sempre a gara a chi era più sveglio, brillante, preparato, ricordo ancora i pianti e lo stress di quelle sere che tiravo fino a tardi per finire i compiti con l’ansia di non farcela.”
I miei vecchi ricordi allentano un po’ la tensione che si era creata e Ale riacquista subito il suo buonumore.
Allora comincia a raccontarmi di tutte le sue avventurette adolescenziali, lasciandomi dubbiosa sulla conclusione del rapporto con Susanna, ma in fin dei conti non me ne importa molto.
Arriviamo sull’isoletta nel primo pomeriggio e giriamo in lungo e in largo per tutta la sera; all’ora di cena troviamo un piccolo lido sulla spiaggia e ci fermiamo a mettere qualcosa nello stomaco.
Il locale è veramente bellino, è stato arredato con gusto e la gentilezza del personale è spontanea e mette di buonumore.
Mangiamo del pesce fresco e un gelato al cioccolato con panna che dividiamo a metà mentre guardiamo una luna enorme che si specchia vanitosa in un mare calmo e trasparente, è una bella notte e io mi sento bene.
Scendiamo in spiaggia e ci sediamo sul bagnasciuga; lì Ale ricomincia a parlare di Susanna.
“Non credo che tornerà, stavolta!”
“Di chi parli?”
“Di Susanna, ma forse è meglio così, è un pezzo ormai che non ci amiamo più!”
Ne parla con distacco e rassegnazione.
“E tu? Sei felice con lui?”
“Sì, credo di sì.”
“Non ti scoccia doverlo vedere cosi di rado?”
“A volte.”
Penso che stia preparando il terreno per poter fare delle avance ma è serio e pensieroso, ha chiesto della mia relazione per cortesia, ma si capisce benissimo che non mi sta ascoltando, ha gli occhi tristi e uno sguardo così malinconico!
C’è una ferita dentro al suo cuore che sanguina ancora e che molto probabilmente non ha mai smesso di sanguinare. Capisco che ha a che fare con l’abbandono della madre, ma non oso parlarne, provo un’infinita tenerezza per quel ragazzo dai modi gentili.
Lui sembra sentirlo e si volta a guardarmi, mi sorride e mi prende
una mano, se la porta al viso e la bacia.
“Grazie di avermi accompagnato.”
Io gli accarezzo quella guancia imberbe e lo ringrazio a mia volta d’avermi fatto uscire dal guscio.
Ce ne torniamo a casa ubriachi di malinconica leggerezza, entrambi grati della compagnia che siamo riusciti a donarci.
Capitolo 5
Ero ormai convinta di essermi sognata tutto, di aver avuto delle allucinazioni, non lo sentivo da giorni e ricordavo a stento i suoi lineamenti. Ma una notte ricevetti una telefonata, risposi senza guardare il display, sapevo che era lui. Ricordo l’effetto della sua voce sui i miei nervi, mi sciolsi in un attimo.
Si scusava di avermi lasciata in quel modo, era stato un gesto impulsivo, aveva avuto paura, paura di me, di quello che aveva provato per me. Era scappato per non ferirmi, mi disse.
Io non capivo, volevo solo accertarmi di non stare ancora sognando, volevo che la sua voce continuasse ad accarezzarmi. Mi disse che ci saremmo visti presto e riattaccò.
Quella notte non chiusi occhio, temevo di addormentarmi, temevo di dovermi svegliare l’indomani e scoprire che avevo sognato di nuovo. Volevo solo rivederlo, volevo riprovare quella sensazione di pienezza ed eccitazione. Avrei potuto non dormire più fino al giorno del nostro prossimo incontro. Ma non dovetti aspettare a lungo.
Ci rivedemmo due giorni dopo, mi diede appuntamento nel solito posto, dopo cena.
Quella sera l’aria era stranamente tiepida, non c’era un alito di vento. Le foglie degli alberi erano immobili, sembrava che stessero trattenendo il respiro insieme a me.
Anche stavolta ero arrivata in anticipo, troppa adrenalina nel corpo. Lui non c’era ancora, così mi avvicinai all’acqua e mi lasciai incantare dai riflessi della luna sulla superficie di quel lago, buio e stranamente inquieto.
A un tratto mi senti cingere i fianchi, era lui che mi avvicinava al suo corpo, la sua bocca vicino al mio viso sussurrava qualcosa ma io sentivo solo il suo respiro caldo che mi accarezzava la guancia. Ero di nuovo rapita, frastornata.
Mi voltai per annegare in quello sguardo liquido e buio come l’acqua del lago che ci stava di fronte e lui mi sorrise e mi strinse ancora a sé. “Vorrei poter fermare quest’attimo in eterno” mi disse.
Era inebriante stare di nuovo tra le sue braccia e poter riascoltare quella voce calda e rassicurante; temevo di poterlo perdere di nuovo e lo strinsi anch’io forte.
Ero felice. Non mi importava più chi fosse e perché l’ultima volta fosse scomparso senza spiegazioni, niente aveva più importanza, solo lui, la luna e noi stretti in un infinito abbraccio.