Chapter 6

614 Parole
Robert Vengo svegliata da un dolce profumo di ciambella appena sfornata, mi crogiolo nel mio bel lettone e sposto la tenda spessa per vedere se c’è la macchina di Giovanni. La sua vecchia Citroën è lì, parcheggiata al solito posto, la torta me l’avrà portata lui. Cara vecchia Marzia, dovrò andare a ringraziarla, prima o poi! Mi alzo barcollando con gli occhi ancora chiusi e vado in cucina: eccola lì la ciambellona di Marzia, grande, soffice e semplice come le cose veramente buone. Torno in bagno e finisco di svegliarmi sotto la doccia. Mentre mangio mi tornano in mente alcune immagini del sogno di stanotte, riaffiorano così vivide che non riesco a distinguerle dai ricordi reali. Sono insieme a un ragazzo dallo sguardo dolce e rassicurante, mi sembra di conoscerlo da sempre. Suona il piano. Io gli sono seduta accanto e improvviso un duetto. È un gioco curioso che inebria la mente. Lo guardo, ma vedo solo la sua bocca, carnosa, i denti candidi. Vorrei baciarlo, voglio baciare quella bocca ma mi sveglio. L’incontro di ieri ha lasciato il segno e la mia mente, con l’aiuto della notte, ha partorito questo strano connubio di pelle e sentimento. Più tardi approfitterò di questo stato d’animo per continuare a scrivere e raccontare di lui e del nostro primo incontro, quel pomeriggio di ottobre, in quel piccolo bar sul lago. Lo ricordo perfettamente, come se non fosse passato un giorno da allora. Cap. 5 Ricordo la pioggia, fitta e insistente, che da giorni costringeva la gente a rintanarsi nel primo bar che incontrava, con gli ombrelli gocciolanti e l’odore di un inverno che si stava preannunciando, freddo e piovoso. Ricordo quel caffè fumante posato sul mio solito tavolino, quello accanto la vetrata. Ricordo il mio libro, aperto a pagina 44, che faceva compagnia a quel caffè bollente e i miei occhi tristi e distanti, rapiti dalla pioggia e dalle increspature che creava sulla superficie del lago. Ricordo il dolore, lacerante, per la perdita di mia madre e lo sconforto, lo smarrimento per il suo abbandono, proprio nel momento in cui avrei avuto più bisogno di lui, del mio Andrea. Lui che per anni mi ha amata e si è preso cura di me. Ricordo quel rossetto, passato sulle labbra con gesto metodico e indifferente e poi quella strana sensazione, la sensazione di essere osservata. Ricordo quel viso strano, di fronte a me, quegli occhi neri e indagatori, quegli occhi profondi e diretti alle viscere più profonde e intime del mio essere. Ricordo l’imbarazzo e il senso di nudità provati di fronte a quell’essere dalla pelle di porcellana. Se ne stava seduto in quel tavolino di fronte al mio e fumava. Fumava e mi fissava. Aveva un’aria così seria! Ricordo di averlo visto chiedere il conto al cameriere e usare lo scontrino come carta su cui scrivere qualcosa. Ricordo di essere rimasta sospesa e col cuore in gola per tutto il tempo, inspiegabilmente. Poi ricordo il suo profumo (quando mi è scivolato accanto) e quel biglietto: La vita è più forte e tu devi danzarci dentro. Respira e sorridi. R.B. Non lo vidi più, né il giorno dopo né gli altri che seguirono, ma quegli occhi che avevano visto più di ogni altra persona mi erano rimasti dentro come un marchio indelebile. Fu venti giorni dopo che il cameriere del solito bar, insieme al caffè, mi diede un biglietto dicendomi che l’aveva lasciato un signore per me, “Per la donna con gli occhi che respirano.” Lo aprii col cuore che batteva all’impazzata e con uno strano senso di gioia vera che mi scuoteva dentro. Non c’era scritto molto, solo l’indirizzo di un posto lì vicino, il giorno e l’ora. Era un appuntamento. L’appuntamento con la vita, pensai, con un mondo nuovo, un universo sconosciuto ma intimo.
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