Chapter 8

728 Parole
Precarietà Mi avvio verso casa Grisolia con un bel cesto di frutta fresca appena raccolta dal giardino, so che sarà cosa gradita e magari ne uscirà fuori una bella crostata. Marzia e Giovanni Grisolia sono una coppia che abbiamo conosciuto quando ristrutturammo questa vecchia casa due anni fa. Giovanni ci aiutò nei lavori e da allora lui e sua moglie sono diventati i nostri più cari amici, anche se hanno vent’anni più di noi. Le loro attenzioni nei nostri riguardi hanno un sapore materno e paterno, forse perché non hanno avuto figli e hanno pochi amici in questo angolo di terra. L’aria si è alleggerita ed è piacevole camminare tra queste viuzze frondose e fresche che sanno ancora di vita reale, quella che scorre lenta e che asseconda i bisogni dell’uomo. Qui tutto ha più sapore. Arrivo a destinazione e trovo Marzia fuori in cortile, sta stendendo il bucato. “Che bella sorpresa, Giulia! Vieni, accomodati, cosa mi hai portato?” È davvero felice di vedermi e mi rimprovera il fatto di starmene sempre tutta sola in quella grande casa e di non venire a farle compagnia più spesso. “Quando torna Fabrizio? Lavora troppo, quell’uomo!” Intanto ci accomodiamo nella verandina sul dondolo e mi offre del tè. “Torna tra qualche giorno, hanno avuto dei problemi con l’impianto.” “Speriamo nulla di grave… mah, di ’sti tempi, bisogna ringraziare Dio se hai un lavoro che ti dà da mangiare.” Poi comincia a raccontarmi di sé e delle preoccupazioni che il nipote sta dando a tutta la famiglia. È il figlio della sorella che ha lasciato in Grecia, è andato a studiare a Londra, ma pare che abbia abbandonato la facoltà di legge e si sia messo a recitare con un gruppo di artistoidi parigini. Marzia è una donna semplice e concreta, affronta la vita con ottusa determinazione, senza fermarsi a pensare troppo. Pensare troppo, rimuginare e scavare non fa sempre bene, anzi. A volte vorrei poter avere un tasto di spegnimento e fermare questa testa che macina e macina. Guardo lei che nel frattempo taglia le verdure per la minestra di stasera. I suoi gesti sono meccanici, veloci e sicuri, sono gesti che si ripetono da una vita intera, scorrono lisci e naturali come respirare. Mi racconta di quando era giovane lei, dei sacrifici e delle difficoltà che la sua generazione ha dovuto affrontare. “La vostra generazione ha visto un bel mondo, cara mia, pensa che i miei genitori facevano la fame e anche quando hanno avuto qualcosa da parte non l’hanno data certo a noi figlie femmine! Quando mi sono innamorata di Giovanni e gli ho detto che me ne venivo in Italia per farmi un avvenire, mi hanno persino rinnegata perché ho lasciato il mio paese.” Io l’ascolto e mi vergogno, mi rendo conto di quanto sia fortunata e di quanti finti problemi la mente si costruisca in una condizione di vita dove le esigenze primarie sono colmate pienamente e senza sforzo, dove tutto o quasi è a portata di mano e non ti rimane nulla altro da desiderare se non essere qualcuno che ha qualcosa d’importante e significativo da dire che non sia stato già detto da qualcun altro. Mi lamento con lei di problemi che lei non comprende, problemi che affliggono la mia generazione, problemi diversi da quelli che lei e suo marito hanno dovuto affrontare, problemi legati alla nostra epoca a questo mondo finto e saturo di tutto. All’insicurezza che domina il nostro domani e di cui il nostro spirito si nutre. A questo mondo artificiale che disumanizza e isola, che ci allontana dal senso più profondo delle cose e ci abbaglia con colori frivoli e accecanti che ubriacano gli occhi e anestetizzano i cuori, dove tutto scorre veloce senza lasciare traccia alcuna. Lei mi ascolta, ma non mi capisce, continua a dire che siamo fortunati, che avrebbe voluto essere ancora giovane come me, con i mezzi che abbiamo noi oggi che ci facilitano la vita e ci fanno divertire. Io ripenso alle mie sere passate davanti allo schermo del computer, al senso di solitudine e di profonda prostrazione provata ogni volta che le calde e rassicuranti parole diventavano sguardi impacciati e gesti quasi dovuti. E la invidio, invidio le sue vicissitudini e le difficoltà che l’hanno addestrata a vivere, a lottare per qualcosa che alla fine ha ottenuto. Lei non sa che loro sono stati più liberi, più veri e meno soli di noi, noi che lottiamo in una guerra che abbiamo già perso in partenza.
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