Oberon-3

2141 Parole
L'omino, vedendo Huon ed i suoi compagni, incomincia a suonare il corno, ed essi si mettono tutti a cantare. Huon, meravigliato, dice di non avere più né fame, né sete. – Ecco il perfido nano! –, esclama Girolamo. – In nome di Dio, vi prego di non parlargli, se non volete restare sempre con lui! Il duca dice al vecchio che non parlerà. Intanto il «nains boceré» grida: – O voi che passate nel mio bosco, vi abbia in sua custodia il Re del mondo. In nome dell'olio santo e del sale del battesimo, vi scongiuro di salutarmi! Huon ed i suoi tredici compagni fuggono. Il nano s'adira e tocca il corno con un dito. Scoppia una violentissima tempesta, che spaventa Huon e gli animali, che non sanno dove fuggire. I cavalieri e Girolamo percorrono a caso circa mezza lega, e si trovano davanti ad arrestarli il fiume, sul quale può navigare un «gran navie». – Ecco, – esclama Huon, – siamo presi! Che pazzia ho fatto entrando in questo bosco –. Girolamo l'ammonisce perché non si sgomenti. Huon fa discendere da cavallo i suoi compagni, che sono spaventati anch'essi e non sanno cosa fare. Sul greto si alzano quattro torri, e Girolamo dice ai cavalieri che tutto questo è opera del nano arrabbiato; ma niente può arrestarli, e debbono cavalcare senza timore. Essi rimontano a cavallo e percorrono cinque leghe. Huon si rallegra perché si sono allontanati dal nano, e afferma di non avere mai, fin da quando fu battezzato, avuto una paura simile. Al pari dei suoi compagni crede di essere sfuggito ad Oberon. Girolamo lo disinganna, ed afferma che lo rivedrà presto. Infatti, appena giungono presso un ponticello, il piccolo uomo salta loro «devant les nés». Huon esclama: – Ecco il diavolo! – Oberon gli dice con ira: – Vassallo, non sono mai stato un demonio, e così possa Iddio salvarmi. Sono un uomo in carne ed ossa. Vengo di nuovo a pregarvi, in nome di Dio e del potere ch'Egli mi ha concesso, perché vogliate parlarmi. – Fuggiamo, – dice Girolamo spronando il cavallo. I compagni lo seguono, e si voltano spesso per vedere se sono inseguiti. Il piccolo uomo, fortemente adirato, è rimasto solo, ed accosta alle labbra il suo bel corno d'avorio. Appena i cavalieri l'odono, non possono né cavalcare, né camminare, e conviene che cantino accompagnandone il suono con la voce. – In fede mia, – dice Oberon, – chi vuole sfuggirmi è pazzo, e me la pagherà cara –. Di nuovo prende il corno di bianco avorio e con l'arco batte su di esso tre volte gridando: – Venite, uomini miei! Subito si vedono apparire nel bosco quattrocento uomini armati a cavallo, che domandano al nano: – «Gentis sire, c'avés?» – Oberon comanda che inseguano i fuggitivi passati nel bosco senza salutarlo e li uccidano. Un cavaliere del nano implora per essi misericordia. Oberon non vuole perdonare. Lo stesso cavaliere lo prega di fare un ultimo tentativo: parli ancora ai colpevoli, e se non risponderanno, li uccida pure. Oberon cede. Intanto Huon, che si è alquanto rinfrancato, dice a Girolamo: – Signore, abbiamo percorso dodici leghe e siamo salvi; ma vi dico lealmente che non ho mai veduto un uomo pari al nano. Come è bello, e come sa parlare bene di Dio! Anche se fosse Belzebù il maledetto, bisogna rispondergli. E poi che male potrebbe farci quell'omino, il quale mostra di non avere più di cinque anni? – Girolamo gli dice che il nano da lui creduto un fanciullo è nato prima di nostro Signore Gesù! 7 – Non importa, – dice Huon, – sono disposto a parlargli, se tornerà. Oberon chiama i cavalieri, e prega e minaccia perché l'ascoltino. Vuole avere il loro saluto, perché sono entrati nel suo bosco ed è impossibile che gli sfuggano, come è impossibile che un bue salga in cielo. Poi dice a Huon che sa quello che ha fatto e la cagione del suo viaggio, ed afferma che senza l'aiuto del corno incantato non potrà compiere la sua missione ed uccidere l'ammiraglio. Purché Huon gli parli, lo farà tornare salvo e vittorioso in Francia, e gli darà anche da mangiare e da bere. Pare che Huon non sia molto contento delle radici trovate nel bosco, perché si direbbe che questa ultima promessa l'induca più delle altre a parlare. Dice subito al nano: – Signore, siate il ben trovato. – Huon, mio bel fratello, – gli dice Oberon, – voglia Iddio onorarti poiché mi hai salutato. Nessun saluto sarà mai ricompensato meglio di questo. Huon esprime ad Oberon la meraviglia provata nell'essere inseguito da lui. Il nano gli dice che l'ama per la sua grande lealtà, e soggiunge: – Sono figlio di Giulio Cesare e della fata Morgana. La mia nascita fu accolta con molta gioia; mio padre fece venire a corte tutti i suoi baroni, e le fate visitarono mia madre. Una di esse volle che fossi «petis nains bocerés», e con mio grande dolore non sono più cresciuto dopo l'età di tre anni. Ma questa fata volle pure che fossi l'uomo più bello della terra. Un'altra fata mi fece il dono di poter conoscere il cuore degli uomini ed i loro pensieri più segreti. Una terza volle che fosse subito realizzato ogni mio desiderio; per questa ragione, non vi è nessun paese nel quale io non possa andare appena lo voglia. Se bramo un palazzo, l'ho subito. Sono noto anche molto lungi da qua, a Monmur, che si trova a più di quattrocento leghe, e posso andare e venire di là in un attimo. Ed ora, mio bel fratello, sii il benvenuto. Tu digiuni da circa tre giorni; vuoi pranzare in questo bosco, o in una sala di pietre e di legno ? – Come volete, signore, – dice Huon. – Hai risposto bene, – dice il nano, – ma non sai ancora tutto quello che debbo alle fate. Non vi è uccello, cinghiale o altra bestia selvaggia, anche tra le più feroci, che non venga volentieri verso di me ubbidendo ad un cenno della mia mano. Conosco tutti i segreti del Paradiso, e capisco il canto degli uccelli. Non invecchierò mai, e quando vorrò che abbia fine la mia vita, troverò già pronto il mio seggio vicino a Dio. Oberon comanda a Huon ed ai suoi compagni di prostrarsi abbassando il volto fino a terra. Essi ubbidiscono, ed un arciere non avrebbe avuto il tempo di lanciare una freccia che già il nano dice loro: – Alzatevi! – I cavalieri si trovano dinanzi a un gran palazzo, vi entrano, e seggono presso le tavole già apparecchiate. 8 Dopo pranzo, Huon si licenzia dal nano, che non vuole lasciarlo andar via senza fargli un ricco dono, e gli dà la sua coppa preziosa, dicendo: – Vedi questa coppa dorata? È vuota; ebbene ora la riempirò! – Il nano fa girare tre volte la mano intorno alla coppa, e poi fa su di essa il segno della croce. La coppa si riempie subito, e Oberon soggiunge: – La virtù di questa coppa è tale che può dar vino sufficiente a tutti i vivi, e ne darebbe anche a tutti i morti, se tornassero sulla terra; ma per avere questa virtù portentosa è necessario che si trovi fra le mani di un uomo onesto; e vi possono bere solo coloro che hanno il cuore puro e non sono macchiati da un peccato mortale. Appena un malvagio la tocca, essa perde la sua virtù. Se puoi bere il vino da questa coppa, te la darò. Huon non crede di essere in tal condizioni da poter bere nella coppa, benché sia stato assolto dal Papa, non odi nessuno e si penta dei peccati mortali commessi. In ogni modo prende la coppa, che resta piena, e beve. Oberon si rallegra, l'abbraccia e gli dona la coppa, raccomandandogli di essere sempre leale. Appena dirà una menzogna, la coppa perderà la sua virtù, ed egli non si curerà più di proteggerlo. Il nano aggiunge alla coppa il dono del corno d'avorio, e promette a Huon di accorrere in suo soccorso tutte le volte che ne udirà il suono. Huon sarà colpito da grave sventura, se lo suonerà senza esservi costretto da un pericolo. Quando Huon si dispone alla partenza, Oberon piange, e gli dice che porta con sé il suo cuore. Dopo che il giovane ed i suoi compagni hanno percorso a cavallo quindici leghe, arrivano sulla sponda di un fiume e non sanno come attraversarlo. Un messaggero di Oberon che li segue porta in mano una verga d'oro, con la quale batte l'acqua; questa si ritira, lasciando un passaggio che potrebbe servire a centomila uomini, ed è di nuovo invaso dall'acqua dopo che Huon ed i suoi compagni sono giunti all'altra sponda. I cavalieri si fermano in un frutteto, dove Huon vuol mettere alla prova la virtù della coppa, e riconosce che vale più di due ricche città. Egli delibera di darla a Carlomagno, e sarà lieto se resterà vuota per lui. Ma Huon non crede nella virtù meravigliosa del corno, e vuole mettere alla prova anch'esso. Il vecchio Girolamo l'ammonisce, ricordandogli ciò che gli ha detto il nano. Huon non l'ascolta e suona. Allora: Li vieus Geriaumes au son del cor canta, Et tout li autre, cascuns joie mena. Il nano ode subito il corno ed esclama: – Ah! Il mio amico mi chiama! Mi auguro di andare con centomila uomini nel luogo dove Huon ha suonato. Questo desiderio è subito esaudito, con grande spavento di Huon. Il nano, fortemente adirato, gli domanda dove sono i suoi nemici. Il giovane lo supplica di perdonarlo, e soggiunge che non ha voluto esporsi ai rischi di pericolose avventure senza avere messo alla prova la virtù del corno. Oberon perdona Huon egli dice che passerà fra breve nella città di Tourmon, dove risiede un certo Macario, traditore e rinnegato, zio di Huon e nemico di tutti i cristiani. Il nano gli proibisce di andare presso di lui. Huon dice che vuole punirlo. Se sarà necessario per lui l'aiuto del nano, lo chiamerà suonando il corno. Oberon gli raccomanda di usarlo soltanto se fosse ferito o si trovasse in pericolo di morte, e nel dire queste parole piange. Huon gli domanda la cagione di quel pianto. Oberon dice che lo accora una grande compassione per lui, che va incontro a terribili sventure. Huon va a Tourmon dove incontra lo zio, che non può bere nella coppa di Oberon, perché da essa il vino scompare appena se l'accosta alle labbra. Il rinnegato vuole far uccidere il giovane a tradimento. Questi si rinchiude nella reggia dove è assediato, e trovandosi in gran pericolo suona il corno con tanta forza che gli esce sangue dalla bocca. Appena si ode quel suono, i Saraceni che stringono d'assedio il palazzo si mettono a cantare, e gli assediati ballano, mentre appare Oberon con centomila uomini armati. I Saraceni che non vogliono convertirsi vengono uccisi. Oberon ammonisce Huon che cercando nuove avventure si espone a grandi pericoli, e gli proibisce di andare nel castello di Dunostre, costruito da Giulio Cesare, all'entrata del quale si trovano due uomini di rame. Vi dimora un gigante chiamato l'Orgoglioso, che ha rubato ad Oberon un usbergo più bianco delle margherite e che nessuna spada può rompere. Chi indossa quell'usbergo non può né annegare, se cade nell'acqua, né ardere in mezzo al fuoco. Oberon raccomanda ad Huon di non assalire il gigante, ma il giovine stabilisce invece d'impossessarsi dell'usbergo. Suonerà il corno se sarà necessario. Oberon gli dice di non contare sul suo aiuto, e Huon risponde che andrà ugualmente. Il giovane uccide il gigante, gli prende l'usbergo ed un anello incantato, e libera una sua cugina prigioniera dell'Orgoglioso. Prima di continuare il viaggio, si accomiata dai compagni, ai quali raccomanda di aspettarlo quindici giorni prima di tornare in Francia. Essi vogliono aspettarlo un mese. Huon arriva sulla spiaggia del Mar Rosso, e non può attraversarlo non avendo una nave. Desolato, invoca la Vergine e piange, mentre un folletto che nuota più rapidamente d'un salmone si avvicina alla riva, sulla quale getta via la sua pelle e si mostra in forma di un uomo bellissimo.9 Huon, spaventato, guarda il folletto (Luiton) e gli domanda: – Qual è il tuo paese? Sei della razza di Pilato o di quella di Nerone? Non farmi male, in nome di Dio! – Il folletto dice che lo conosce, e che è mandato a lui dal gran re Oberon per aiutarlo. Huon vuole sapere il suo nome, ed egli risponde che si chiama Malabruno, ed è vassallo di Oberon. Questi l'ha condannato ad essere per trent'anni folletto di mare. Vuole portare sull'altra sponda Huon, che non si bagnerà né le calze, né le scarpe, ma deve affrettarsi per esser pronto, mentre egli rientra nella sua pelle. Malabruno raccomanda ancora a Huon di farsi il segno della croce, affinché Iddio li aiuti e li conduca. Appena è entrato nella pelle, Huon gli monta sul dorso; il folletto attraversa rapidamente il mare, depone Huon sull'altra riva e gli dice: – Non sei nato sotto una buona stella, perché soffrirai grandi dolori; ed io soffrirò anche per te, dovendo la mia penitenza essere più lunga perché ti ho aiutato. Mi toccherà di stare trent'anni di più nel mare, oltre quelli ai quali ero già condannato. Ecco la città dove sei diretto; ricordati che, se dirai una menzogna, perderai l'amicizia di Oberon –. Quando Malabruno finisce questo discorso:
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