3.
Piaceva a Dora Barmis di far sapere a tutti ch'era poverissima, quantunque poi, lisci e gale e abiti squisitamente capricciosi. Il salottino, ch'era anche scrittojo, l'alcova, la saletta da pranzo e quella d'ingresso erano, come la padrona, addobbati alla bizzarra e certo non poveramente. Divisa da anni da un marito che nessuno aveva mai conosciuto, bruna agile pieghevole, dagli occhi un po' bistrati, la voce un po' rauca, ella diceva chiaramente con gli sguardi, coi sorrisi, con tutte le mosse del corpo come e quanto conoscesse la vita, i fremiti del cuore e dei nervi, l'arte di contentare, di svegliare, d'irritare i più raffinati e veementi desiderii maschili, che la facevano poi rider forte, quando li vedeva fiammeggiar negli occhi di coloro con cui parlava. Ma più forte rideva nel veder certi occhi invece illanguidirsi come nella promessa d'un sentimento duraturo. Attilio Raceni la trovò nel salottino, presso una piccola scrivania di ghisa nichelata, tutta rabeschi, intenta a leggere, con una vestaglia giapponese ampiamente scollata. - Povero Attilio! povero Attilio! - gli disse, dopo aver tanto riso al racconto dell'ingrata avventura. - Sedete. Che posso offrirvi per sedarvi lo spirito esagitato? E lo guardò con aria di benevola canzonatura, strizzando un poco gli occhi e piegando il capo sul collo nudo provocante. - Nulla? proprio nulla? Del resto, sapete? state bene così... un po' scomposto. Ve l'ho sempre detto, caro: una... una nuance di brutalità v'andrebbe a meraviglia! Troppo languido e... debbo dirvelo? la vostra eleganza è da qualche tempo un po'... un po' démodée. Non mi piace, per esempio, il gesto che avete fatto or ora, sedendo. - Che gesto? - domandò il Raceni, a cui pareva di non averne fatto alcuno. - Ma avete allargato di qua e di là le basques del krauss... E giù quella mano, adesso! Sempre tra i capelli... L'avete bella, lo sappiamo! - Per favore, Dora! - sbuffò il Raceni. - Io sono oppresso! Dora Barmis scoppiò di nuovo a ridere, poggiando le mani su la scrivania e rovesciandosi indietro. - Il banchetto? - poi disse. - Ma proprio proprio? Mentre i miei fratelli proletarii reclamano... - Non scherziamo, vi prego, o me ne vado! - minacciò il Raceni. Dora Barmis si levò in piedi. - Ma io vi dico sul serio, mio caro! Non mi affannerei tanto, se fossi in voi. Silvia Roncella... ma prima di tutto, ditemi com'è! Mi muojo dalla curiosità di conoscerla. Ancora non riceve? - Eh no... Hanno trovato casa, poverini, da pochi giorni soltanto. La vedrete al banchetto. - Datemi un po' di fuoco, - disse Dora, - e poi rispondetemi francamente. Accese la sigaretta, chinandosi e protendendo il volto verso il fiammifero sorretto dal Raceni; poi, tra il fumo, domandò: - Ve ne siete innamorato? - Siete matta? - scattò il Raceni. - Non mi fate arrabbiare. - Bruttina, allora? - osservò la Barmis. Lì Raceni non rispose. Accavalciò una gamba su l'altra; alzò la faccia al soffitto; chiuse gli occhi. - Ah no, caro! - esclamò allora la Barmis. - Così non ne facciamo niente. Siete venuto da me per aiuto; dovete prima soddisfare la mia curiosità. - Ma scusatemi! - tornò a sbuffare il Raceni, sgruppandosi. - Mi fate certe domande! - Ho capito, - disse la Barmis. - Tra due sta: O ve ne siete davvero innamorato, o dev'esser brutta bene, come dicono a Milano. Su via, rispondete: come veste? male, senza dubbio! - Maluccio. Inesperta, capirete. - Capito, capito... - ripeté la Barmis. - Diciamo un'anatroccola arruffata? Aprì la bocca, arricciò il naso e finse di ridere, con la gorga. - Aspettate, - poi disse, accostandoglisi. - Vi casca la spilla... Uh, e come vi siete annodata codesta cravatta? - Mah - fece il Raceni. - Tra quel... S'interruppe. Il volto di Dora gli stava troppo vicino. Ella, intentissima a riannodargli la cravatta, si sentì guardata; quand'ebbe finito, gli diede un biscottino sul naso e, sorridendogli d'un sorriso indefinibile: - Dunque? - gli domandò. -Dicevamo... ah, la Roncella! Non vi piace anatroccola? Scimmietta allora. - V'ingannate, - rispose il Raceni. - E' bellina, v'assicuro. Poco appariscente, forse; ma ha certi occhi! - Neri? - No, ceruli, intensi, soavissimi... E un sorriso mesto, intelligente... Dev'essere molto, molto buona, ecco. Dora Barmis lo investì : - Buona avete detto? buona? Ma andate là! Chi ha scritto La casa dei nani non può esser buona, ve lo dico io. - Eppure... - fece il Raceni. - Ve lo dico io! - ribatté Dora. - Quella lì va armata di stocco, giurateci! Raceni sorrise. - Dev'aver dentro uno spirito affilato come un coltello, - seguitò la Barmis. - E dite un po', è vero che ha un porro peloso qua, sul labbro? - Un porro? - Peloso, qua. - Non me ne sono accorto. Ma no, chi ve l'ha detto? - Me lo sono immaginato. Per me, la Roncella deve avere un porro peloso sul labbro. Mi è parso di vederglielo sempre, leggendo le cose sue. E dite: il marito? com'è il marito? - Lasciatelo perdere! - rispose impaziente il Raceni. Non è per voi... - Grazie tante! - disse Dora. - Io voglio sapere com'è. Me l'immagino tondo... Tondo, è vero? Per carità, ditemi che è tondo, biondo, rubicondo e... e senza malizia. - Va bene: sarà così, se vi fa piacere. Parliamo sul serio adesso, vi prego. - Del banchetto? - domandò di nuovo la Barmis. - Sentite: la Roncella, caro, non è più per noi. Troppo, troppo alto ormai ha spiccato il volo la colombella vostra; ha valicato le Alpi e il mare, e andrà a farsi il nido lontano lontano, con molte pagliuzze d'oro, nelle grandi riviste di Francia, di Germania, d'Inghilterra... Come volete che deponga più qualche ovetto azzurro, e sia pur piccolo piccolo, così... su l'ara delle nostre povere Muse? - Ma che ovetti! che ovetti! - fece, scrollandosi, il Raceni. - Né ovetti di colomba, né uova di struzzo... Non scriverà più per nessuna rivista, la Roncella. Si dà tutta al teatro. - Al teatro? Ah sì? - esclamò la Barmis, incuriosita. - Mica a recitare! - disse il Raceni. - Non ci mancherebbe altro! A scrivere. - Per il teatro? - Già. Perché il marito... - Ah giusto! il marito... come si chiama? - Boggiolo. - Sì sì, mi ricordo. Boggiolo. E scrive anche lui. - Eh altro! All'archivio notarile. - Notajo? O Dio! Notajo? - Archivista. Bravo giovane... Basta, vi prego. Voglio uscire al più presto da questa briga del banchetto. Avevo con me la lista degli invitati, e quei cani... Ma vediamo di rifarla. Scrivete. Oh, sapete che il Gueli ha aderito? è la prova più chiara ch'egli stima davvero la Roncella, come dicevano. Dora Barmis rimase un po' assorta a pensare; poi disse: - Non capisco... il Gueli... mi pare così diverso... - Non discutiamo, - troncò il Raceni. - Scrivete: Maurizio Gueli. - Aggiungo tra parentesi, se non vi dispiace, permettendo la Frezzi. Poi? - Il senatore Borghi. - Ha accettato? - Eh, perbacco... Presiederà! Ha pubblicato nella sua rivista La casa dei nani. Scrivete: donna Francesca Lampugnani. - La mia simpatica presidentessa, sì, sì, - disse scrivendo, la Barmis. - Cara, cara, cara... - Donna Maria Rosa Bornè-Laturzi, - seguitò a dettare il Raceni. - Oh Dio! - sbuffò Dora Barmis. - Quell'onesta gallina faraona? - E decorativa, scrivete, - disse il Raceni. - Poi: Filiberto Litti. - Benissimo! Di bene in meglio! - approvò la Barmis. - L'archeologia accanto all'antichità! E dite, Raceni: il banchetto lo faremo tra le rovine del Foro? - Già, a proposito! - esclamò il Raceni. - Dobbiamo ancora stabilire il luogo. Dove direste voi? - Ma con questi invitati... - Oh Dio, no, parliamo sul serio, vi ripeto! Avevo pensato al Caffè di Roma. - Di sera? No! Siamo in primavera. Bisogna farlo di giorno, in un bel posto, fuori... Aspettate: al Castello di Costantino. Ecco. Delizioso. Nella sala vetrata, con tutta la campagna davanti... i monti Albani... i Castelli... e poi, di fronte, il Palatino... sì, sì, là... è un incanto! senz'altro! - Vada per il Castello di Costantino, - disse il Raceni. - Andremo insieme domani a dare le ordinazioni opportune. Saremo, credo, una trentina. Sentite, Giustino mi si è tanto raccomandato... - Chi è Giustino? - Ma suo marito, ve l'ho detto, Giustino Boggiolo. Mi si è tanto raccomandato per la stampa. Vorrebbe molti giornalisti. Ho invitato il Lampini... - Ah, Ciceroncino, bravo! - E, mi pare, altri quattro o cinque, non so: Bardozzi, Cenanni, Federici e quello... come si chiama? della Capitale... - Mola? - Mola. Segnateli. Ci vorrebbe qualche altro un po' più... un po' più... Venendo il Gueli, capirete... Per esempio, Casimiro Luna. - Aspettate, - disse la Barmis. - Se viene donna Francesca Lampugnani, non sarà difficile avere il Betti. - Ma ha scritto male della Casa dei nani, il Betti, avete visto? - osservò il Raceni. - E che fa? Meglio, anzi. Invitatelo! Ne parlerò poi io a donna Francesca. Quanto a Miro Luna non dispero di trascinarlo con me. - Fareste felice il Boggiolo, felice addirittura! Oh, segnate tanto l'onorevole Carpi, e quello zoppetto... il poeta... Zago, sì! Carino, poveretto! Che bei versi sa fare! L'amo, sapete? Guardate lì il ritratto. Me lo son fatto dare. Non vi sembra Leopardi con gli occhiali? - Faustino Toronti, - seguitò a dettare il Raceni. - E il Jàcono... - No! - gridò Dora Barmis, buttando la penna. - Avete invitato anche Raimondo Jàcono, quell'odiosissimo napoletanaccio? Non vengo più io, allora! - Abbiate pazienza, non ho potuto farne a meno, - rispose dolente il Raceni. - Era con lo Zago... Invitando l'uno, ho dovuto invitare anche l'altro. - E allora io v'impongo Flavia Morlacchi, - disse la Barmis - Qua: Fla-vi-a Morlacchi. Mica vero che si chiama Flavia: Gaetana si chiama, Gaetana. - Questo lo dice il Jàcono, via! - sorrise il Raceni. - Dopo la sgraffiatura. - Sgraffiatura? - fece la Barmis. - Ma si sono bastonati, caro mio! sputati in faccia; sono corse le guardie... Rileggendo, poco dopo, la lista, la Barmis e il Raceni s'indugiarono a far girare come una mola d'arrotino questo e quel nome per il gusto d'affilare il taglio, ancora un po', alla loro lingua, che non ne aveva punto bisogno. Tanto che alla fine un moscone, che se ne stava quieto a dormire tra le pieghe d'una portiera, si destò e con molto slancio volle entrar terzo nella conversazione. Ma Dora mostrò d'averne terrore - più che ribrezzo, terrore - e prima s'aggrappò al Raceni, stringendoglisi forte forte contro il petto, cacciandogli i capelli odorosi sotto il mento; poi scappò a chiudersi nell'alcova, gridando dietro l'uscio al Raceni che non sarebbe rientrata, se lui prima non faceva andar via per la finestra o non uccideva quell'orribile bestia. - Ve la lascio qua, e me ne vado, - le disse placidamente il Raceni, prendendo la nuova lista dalla scrivania. - No, per carità, Raceni! - scongiurò Dora di là. - E allora aprite! - Ecco, apro, ma voi... oh! che fate? - Un bacio, - disse il Raceni, avanzando un piede per tener lo spiraglio concesso da Dora. - Uno solo... - Ma che vi salta in mente? - gridò ella, sforzandosi di richiuder l'uscio. - Piccolo piccolo, - insistette egli. - Vengo quasi dalla guerra... Un piccolo rinfranco, da qua stesso, su... uno solo! - Entra il moscone, oh Dio, Raceni! - E fate presto! Attraverso lo spiraglio le due bocche s'eran congiunte e lo spiraglio a mano a mano s'allargava, quando dalla via s'intesero gli strilli di parecchi giornalai: - Terza edizioneee! Quattro morti e venti feritiii!... Lo scontro con la truppaaa! L'assalto a Palazzo Braschiii! L'eccidio di Piazza Navonaaa! Attilio Raceni si staccò, pallido, dal bacio: - Sentite? Quattro morti... Ma perdio! non hanno proprio da fare costoro? E ci potevo essere anch'io là in mezzo...