5.

1518 Parole
5. S'affacciarono davvero? Nessuno dei commensali, certo, se n'accorse. La realtà del banchetto, realtà poco ben cucinata, a dir vero, e non abbondante né varia; la realtà del presente con le invidie segrete, che fiorivano su le labbra di questo e di quello in falsi sorrisi e in complimenti avvelenati; con le gelosie mal nascoste, che tiravan qua e là due a maldicenze sommesse; con le ambizioni insoddisfatte e le illusioni fatue e le aspirazioni che non trovavan modo di manifestarsi; teneva schiave tutte quelle anime irrequiete per lo sforzo che a ciascuna costava la simulazione e la difesa. Come le lumache le quali, non potendo o non volendo ricacciarsi nel guscio, segregano a riparo la bava e se n'avvolgono e tra quel vano bollichìo iridescente allungano i tentoni oculati, friggevano quelle anime nelle loro chiacchiere, tra cui la malizia di tratto in tratto drizzava le corna. Chi poteva fra tanto pensare alle rovine del Palatino e immaginarvi affacciate le anime degli antichi Romani a mirar soddisfatte quel moderno simposio? Soltanto Maurizio Gueli, che nelle Favole di Roma, cioè in uno de' suoi libri più noti, forse men denso degli altri di quel suo profondo e caratteristico umorismo filosofico, ma in cui tuttavia la critica agra e spietata, disperatamente scettica e pur non di meno limpida e fiorita di tutte le grazie dello stile, era riuscita meglio a sposarsi con la bizzarra fantasia creatrice, aveva raggruppato e fuso, scoprendo le più riposte analogie, la vita e le figure più espressive delle tre Rome. Non aveva egli forse, in quel libro, chiamato Cicerone a difendere innanzi al Senato, al Senato non più romano soltanto, il prefetto d'una provincia siciliana, prevaricatore, un gustosissimo prefetto clericale dei giorni nostri? Ora a gli occhi di lui, che sentiva l'irrisione crudele del fato di Roma mitriato dal papi col triregno e la croce, incoronato d'una corona piemontese dalle varie e diverse genti d'Italia, chi s'affacciò dalle rovine del Palatino a salutare con lungo svolazzìo di bianche toghe tutti quegli efimeri letterati a banchetto nella sala vetrata del Castello di Costantino? Molti senatori forse, per raccomandare a Romualdo Borghi, loro venerando collega, di non farsi vincer troppo dalla tentazione e di non mangiar altro che carne, per la salute delle patrie lettere, carne, essendo egli diabetico da più anni; e poi... poi tutti i poeti e prosatori di Roma: i comici e i lirici e gli epici e gli storici e i romanzieri. Tutti? Tutti no: Virgilio no, intanto, né Tacito; Plauto sì e Catullo e Orazio; Lucrezio, no; sì Properzio e sì uno che, più di tutti, ecco, accennava di voler partecipare a quel banchetto, non perché lo degnasse, ma per riderne, come già aveva fatto d'una cena famosa, a Cuma. Maurizio Gueli si passò il tovagliolo su le labbra per nascondere un sorriso. Oh se egli si fosse alzato a dire in mezzo a quella tavolata: - Prego, signori, facciano un po' di largo a Petronio Arbitro che vuol venire. Silvia Roncella, intanto, per non sentir l'impaccio che le veniva da tanti occhi appuntati su lei, che la spiavano, aveva rivolto lo sguardo e il pensiero alla verde campagna lontana, ai fili d'erba che colà crescevano, alle foglie che vi brillavano, a gli uccelli per cui cominciava la stagione felice, alle lucertole acquattate al primo tepore del sole, alle righe nere delle formiche, che tante volte ella s'era trattenuta a mirare, assorta. Quell'umilissima vita, tenue, labile, senz'ombra d'ambizione, aveva avuto sempre potere d'intenerirla per la sua precarietà quasi inconsistente. Ci vuol tanto poco perché un uccellino muoja; un villano passa e schiaccia con le scarpacce imbullettate quei fili d'erba, schiaccia una moltitudine di formiche... Fissarne una fra tante e seguirla con gli occhi per un pezzo, immedesimandosi con lei così piccola e incerta tra il va e vieni delle altre; fissar fra tanti un filo d'erba, e tremar con esso a ogni lieve soffio; poi alzar gli occhi a guardare altrove, quindi riabbassarli a ricercar fra tanti quel filo d'erba, quella formichetta, e non poter più ritrovare né l'uno né l'altra e aver l'impressione che un filo, un punto dell'anima nostra si sono smarriti con essi lì in mezzo, per sempre... Un improvviso silenzio arrestò quel fantasticare di Silvia Roncella. Romualdo Borghi, accanto a lei, s'era levato in piedi. Ella guardò il marito, che le fe' cenno d'alzarsi anche lei, subito. Si alzò, turbata, con gli occhi bassi. Ma che avveniva di là, nell'angolo ov'era seduto il marito? Giustino Boggiolo s'era voluto levare anche lui diritto in piedi; e invano Dora Barmis lo tirava per le falde della marsina: - Giù lei! Stia seduto! Che c'entra lei? Giù, giù. Niente! Diritto impalato, Giustino Boggiolo, in marsina, volle riceversi anche lui, come marito, il brindisi del Borghi; e non ci fu verso di farlo sedere. - Gentili signore, signori cari! - cominciò il Borghi col mento sul petto, la fronte contratta, gli occhi chiusi. - (Silenzio! Parla al bujo - comentò sotto sotto Casimiro Luna.) - È una bella e ricordevole ventura per noi il poter dare su la soglia d'una nuova vita il benvenuto a questa giovane forte, già avviata e qua giunta con passo di gloria. - Benissimo - esclamarono due o tre. Giustino Boggiolo volse gli occhi lustri in giro e notò con piacere che tre dei giornalisti intervenuti prendevano appunti. Poi guardò il Raceni per domandargli se aveva comunicato al Borghi il titolo del dramma di Silvia scritto in quel cartellino che gli aveva porto prima di sedere a tavola; ma il Raceni stava intentissimo al brindisi e non si voltava. Giustino Boggiolo cominciò a struggersi dentro. - Che dirà Roma, - seguitava intanto il Borghi, che aveva sollevato il capo e tentava d'aprir gli occhi, - che dirà Roma, l'immortale anima di Roma all'anima di questa giovine? Pare, o signori, che la grandezza di Roma ami piuttosto la severa maestà della Storia anziché gli estri immaginosi dell'arte. L' epopea di Roma, o signori, è nelle prime deche di Livio; negli Annali di Tacito è la tragedia. (Bene! Btavo! Bravissimo!) Giustino Boggiolo s'inchinò, con gli occhi fissi sul Raceni che non si voltava ancora. La Barmis tornò a tirargli le falde della marsina. - La parola di Roma è la Storia; e questa voce sopraffà qualunque voce individuale... Oh ecco, ecco, il Raceni si voltava, approvando col capo. Subito Giustino Boggiolo, con gli occhi che gli schizzavano dalle orbite per l'intenso sforzo d'attirar l'attenzione di lui, gli fe' un cenno. Il Raceni non capiva. - Ma il Giulio Cesare, o signori? ma il Coriolano? ma l'Antonio e Cleopatra? I grandi drammi romani dello Shakespeare... «Quel rotoletto di carta che le ho dato...», dicevano intanto le dita di Giustino Boggiolo, aprendosi e chiudendosi con stizzosa smania, poiché il Raceni non comprendeva ancora e lo guardava come sbigottito. Scoppiarono applausi, e Giustino Boggiolo tornò a inchinarsi meccanicamente. - Scusi, è Shakespeare lei? - gli domandò sotto voce Dora Barmis. - Io no, che c'entra Shakespeare? - Non lo sappiamo neanche noi, - gli disse Casimiro Luna. - Ma segga, segga... Chi sa quanto durerà questo magnifico brindisi! - ...per tutte le vicende, o signori, d'una evoluzione infinita! (Bene! Bravo! Benissimo!) Ora il tumulto della nuova vita vuole una voce nuova, una voce che... Finalmente! aveva capito il Raceni; si cercava nelle tasche del panciotto... Sì, eccolo là, il rotoletto di carta... - Questo? - Sì, sì... - Ma, come ormai? A chi? - Al Borghi! - E come? - Se n'era dimenticato... Troppo tardi, adesso... Ma via, stésse sicuro il Boggiolo; avrebbe pensato lui a comunicar quel titolo ai giornalisti... dopo, sì, dopo... Tutto questo discorso fu tenuto a furia di cenni, da un capo all'altro della tavola. Nuovi applausi scoppiarono. Il Borghi si voltava a toccar col calice il calice di Silvia Roncella: il brindisi era finito, con gran sollievo di tutti. E i commensali si levarono, anch'essi coi calici in mano, e s'accostarono in fretta alla festeggiata. - Io tocco con lei... Tanto è lo stesso! - disse Dora Barmis a Giustino Boggiolo. - Sissignora, grazie! - rispose questi, stordito dalla stizza. - Ma santo Dio, ha guastato tutto!... - Io? - domandò la Barmis. - Nossignora, il Raceni... Gli avevo dato il titolo del coso... del dramma e... e niente, se l'è ficcato in tasca e se n'è scordato! Queste cose non si fanno! il senatore, tanto buono... Oh, ecco, scusi, signora, mi chiamano di là i giornalisti... Grazie, Raceni! Il titolo del dramma? Lei è il signor Mola, è vero? Sì, della Capitale, lo so... Grazie, fortunatissimo... Suo marito, sissignore. In quattro atti, il dramma. Il titolo? La nuova colonia. Lei è Centanni? Fortunatissimo... Suo marito, sissignore. La nuova colonia, sicuro, in quattr'atti... Già lo traducono in francese, sa? Il Desroches lo traduce, sissignore. Desroches, sissignore, così... Lei è Federici? Fortunatissimo... Suo marito, sissignore. Anzi, guardi, se volesse avere la bontà d'aggiungere che... - Boggiolo! Boggiolo! - venne a chiamarlo di corsa il Raceni. - Che cos'è? - Venga... La sua signora si risente male, un pochino... Meglio andar via, sa! - Eh, - fece dolente il Boggiolo tra i giornalisti marcando le ciglia e aprendo le braccia. Lasciò intendere così di che genere fosse il male della mogliettina, e accorse. - Lei è un gran birbante! - gli diceva poco dopo Dora Barmis, facendogli gli occhiacci e stringendogli le braccia. - Lei deve star quieto, ha capito? quieto!... Ora vada! vada! Ma non si dimentichi di venire da me, presto... Gliela farò io allora la ramanzina, mala carne! E lo minacciò con la mano, mentr'egli, inchinandosi e sorridendo a tutti, vermiglio, confuso, felice, si ritraeva con la moglie e col Raceni dal terrazzo.
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