I. BELLA SERATA-2

2033 Parole
Dico: — Molto bene, signor Schribner. Adesso, sapete chi sono io, e io so chi siete voi. Chissà mai che non possiate dirmi qualcosa sul conto di quella Julia Wayles. Schribner dice: — Certo! Accomodatevi. Gira sui tacchi e s’incammina per un corridoio. Lo seguo. In fondo al corridoio, lui apre un uscio ed entriamo in una stanza. È una bella stanza, comoda, con le luci attenuate. In un angolo c’è una scrivania ingombra di carte. Mi sprofondo in un’ampia poltrona e Schribner mi offre una sigaretta. — Be’, adesso vediamo quello che posso fare per voi – dice. – Forse avrete la bontà di dirmi qualcosa sul vostro conto. Sorride benevolo, come il direttore della scuola che interroga il nuovo allievo. Gli rispondo: — Niente di piú facile, Schribner. Vi ho già detto che mi chiamo Willik. Sono agente dell’Ufficio Transatlantico di Polizia Privata. Ecco chi sono. Riguardo alla Wayles, non so niente. Ero in Inghilterra per un’altra faccenda e il padrone mi ha mandato un telegramma ordinandomi di mettermi alla ricerca di una certa Julia Wayles che dovrebbe essere venuta qui da New York, o da qualche altra parte dell’America, tre o quattro mesi fa. Il telegramma aggiungeva che se avessi preso contatto con un certo signor Schribner, abitante a Betchworth, lui, forse, avrebbe potuto aiutarmi. — Perché no? – dice Schribner. Si alza, si avvicina alla mensola del camino, apre una scatola e si concede un sigaro. Poi prosegue: – Veramente non credo di potervi dire molto sul conto della Wayles, e mi fa strano che sia saltato fuori il mio nome. Forse, quei signori del vostro ufficio hanno pensato bene di cercare me perché un tempo conoscevo una certa Julia Wayles, in America. Però, non capisco che cosa sarebbe venuta a fare in Inghilterra. — Che bellezza! – dico io. – Sicché, la conoscevate? Che donna è? Credete che sia il tipo da prendere il volo col primo bel giovane che le capita tra i piedi? Mi guarda meravigliato. — Ah, è cosí? Il vostro principale pensa che sia scappata con qualcuno? Mi stringo nelle spalle. — Se il mio principale sapesse quel che ha fatto la signorina Wayles, non mi chiederebbe di cercarla. Se avesse qualche informazione utile su quella donna, me l’avrebbe comunicata col suo telegramma. Ma voi, almeno, l’avete vista, la conoscete fisicamente. E il conoscere fisicamente una donna significa già saperla abbastanza lunga, non credete? Mi dice che forse ho ragione, ma che lui non ci ha mai pensato. O quest’uomo è un fesso di prim’ordine, oppure finge di esserlo. — Caro amico – gli faccio – mi pare che abbiate bisogno di una lezione di psicologia. È ovvio che se una donna ha un viso da far paura ai bambini è sempre meno pericolosa di un’altra che, quando passa per la strada, fa venire il torcicollo a tutti i giovanotti che la circondano. Ho ragione? Mi dice di sí, che ho ragione, e che, riflettendo bene, gli sembra che Julia Wayles appartenga alla seconda categoria. Parla in tono nostalgico e vi assicuro che quando questo tipo prende l’aria nostalgica fa pensare a un pachiderma moribondo. — Ora che ci penso – dice – Julia Wayles era una gran bella ragazza. Alta, snella, ma con certe curve! Bella carnagione, capelli castani, andatura aggraziata. E poi, era un tipo romantico. Non si sa mai: può darsi che abbia perso la testa per un uomo e che sia scappata con lui. — Già, già – brontolo. – E non sapete altro, sul suo conto? Schribner si stringe nelle spalle. — Non capisco perché sarebbe venuta in Europa, ma se è scappata con un uomo... Vedo la maniglia dell’uscio girare, poi il battente comincia ad aprirsi. Mi volto. Quando vedo l’uomo che entra, per poco non mi viene un colpo apoplettico. Apro la bocca e sto per dire qualcosa, ma il nuovo venuto mi precede. Dice: — Ciao, Maxie. Che cosa fa qui questo bastardo? Tiro il fiato e lo guardo. È un bel giovanotto alto, largo di spalle con la vita sottile. Ha le mani nelle tasche della giacca e la mano destra sembra assai voluminosa. In quella tasca deve avere la rivoltella. Maxie sembra sbalordito. — Scusa, ma forse ti sbagli. Questo è il signor Paul Willik dell’Ufficio Transatlantico di Polizia Privata. Sta cercando una ragazza che si chiama Julia Wayles. È venuto qui perché credeva che io ne sapessi qualcosa. L’altro sogghigna. — Lo dici a me? – domanda. – Lo sai chi è questo vagabondo? È Lemmy Caution, l’agente federale. La piú fulgida stella dell’Ufficio Federale Investigativo degli Stati Uniti. È lui quella carogna che ha pizzicato Willie Kratz e tutti i suoi, diciotto mesi fa. Mi ha ammazzato piú amici questo bastardo di quanti io non ne possa contare. Dunque lui è Paul Willik, eh! Ah, ah! Ho riso! — Scusate... – comincio ma Schribner interviene. Dice: — Tacete un momento, signor Caution. Credo proprio che abbiate fatto una grossa sciocchezza. Vi siete intrufolato sotto false spoglie in un tranquillo eremo circondato dalle bellezze della campagna inglese e con ciò avete iniziato qualcosa che non sarete in grado di portare a termine. – Tira due o tre boccate di sigaro, poi si rivolge all’altro. – Rudolf, che cosa ne facciamo? Rudolf tira fuori la mano dalla tasca destra e mette la rivoltella sulla tavola. Si siede su una poltrona accanto e dice: — Senti, Maxie, non mi sembra il caso di fare tanti discorsi. Io, già, non lo posso soffrire, quello lí. Il fatto che ci sia capitato tra i piedi con la scusa di ricercare la Wayles, non mi garba per niente. Anzi, puzza! Sarà meglio toglierlo di mezzo. Maxie approva allegramente. Si direbbe che cominciasse a ritrovare un certo interesse nella vita. Risponde: — Mi spiace dover ricorrere a certe soluzioni, Rudolf, ma credo che tu abbia ragione. Bisognerà sistemare il signor Caution. – Si alza e viene verso di me. Mi fa: – Come siete fesso! Se foste venuto un po’ piú presto non avreste incontrato Rudolf. Se non aveste incontrato Rudolf ve ne sareste andato tranquillamente coi vostri piedi. Ma, ormai, quel che è stato è stato. A due o tre chilometri di qua c’è una fogna. Se vi ci buttiamo questa sera, potete viaggiare per chilometri e chilometri fino al mare. Dovrebbe essere un viaggio interessante, ma voi, purtroppo, non ve lo potrete godere. Faccio una risatona equina. — Senti, ciccione – gli dico – questa musica non attacca, da queste parti. Lo sai o non lo sai? Siamo in Inghilterra e qui non la prendono mica in ridere quando qualcuno sbudella qualcun altro e lo butta nella fogna. Prima di sapere quel che ti sta succedendo, sei in galera. E c’è un’altra cosa che vorrei dirti: mi ricordi un porco di mare che ho visto una volta su una spiaggia: era morto da un mese e puzzava orribilmente. — Coraggio, Caution – mi risponde lui. – Sfogati pure quanto vuoi. Tanto, l’ultima risata me la faccio io. Domani, non dirai piú insolenze a nessuno. Quella tua boccaccia marcia sarà piena del fango della fognatura e le anguille si pasceranno del tuo naso. Che ne dici? Apro la bocca per dire a quel tesoruccio quel che penso dei suoi genitori, ma prima che mi esca una parola mi molla in pieno muso un diretto tale da farmi ballare i denti. Appoggio le mani sui braccioli della poltrona e mi do una spinta, ma la mia intenzione di appioppare una testata nel ventre di quel bastardo è stroncata sul nascere. Nel momento in cui mi faccio avanti, lui alza un ginocchio e mi colpisce dritto allo stomaco. Parto per il limbo. Quando riprendo i sensi mi trovo disteso su un pavimento di pietra, con la testa rialzata contro il muro. Ho le mani e i piedi legati con una corda, ma quel tale che mi ha legato doveva essere un tipo strafottente: la corda non mi impedisce di portarmi le mani alla bocca e il nodo è fatto in modo che posso scioglierlo coi denti. Dev’essere stato Rudolf a legarmi cosí. Mi duole lo stomaco e ho delle forti trafitture alla testa. Mi tolgo la corda dalle mani e dai piedi, poi mi siedo appoggiando la schiena al muro. L’ambiente è freddo e umido. Deve essere sotto terra... forse in una cantina, chissà dove. Ma, per il momento, non mi interessa la geografia. Penso a Rudolf. Prima di tutto, ho il dovere di informarvi, cara la mia gente, che quel Rudolf che aveva l’aria di detestarmi, è né più né meno che Charles Milton, ed ecco perché poco è mancato che mi venisse uno svenimento quando l’ho visto comparire. È un agente federale, come me, e lavora nel distretto di Oklahoma. È facile capire per qual motivo si è comportato in quella maniera. Milton, evidentemente, è stato incaricato di indagare sul conto di Schribner, e lo ha abbordato fingendo di essere un altro... quel misterioso Rudolf. Con tutta probabilità, le cose di Milton si sono avviate bene e lui si è conquistato la fiducia di Schribner quando, all’improvviso, compaio io. Milton deve aver pensato che Schrihner avesse già dei sospetti sulla mia identità, cosa probabile. In tal caso, era inevitabile che Schribner tentasse di giocarmi un brutto scherzo. Allora, per distogliere i sospetti da sé, Milton inscena una commedia, mi denuncia come Lemmy Caution e dice che bisogna «farmi fuori». Questo, in ogni caso, suonerà bene all’orecchio di Schribner e rafforzerà la sua fiducia in Milton. Mi alzo e mi stiracchio. Mi metto una mano in tasca e trovo l’accendisigari. Lo accendo. Sono in una cantina dalle mura di pietra e dal soffitto basso. A un’estremità c’è un mucchio di carbone e di legna, all’altra c’è una porta di ferro. Mi frugo nell’altra tasca e. con gioia, constato di avere il portasigarette. Accendo una sigaretta e questo mi distende i nervi. Questa faccenda di madamigella Wayles m’interessa molto piú di prima. Se Schribner è pronto a liquidarmi al solo scopo che io non possa scoprire niente sul conto della Wayles, vuol dire che lei, per qualcuno, dev’essere molto importante. Ma chi è quella donna? Che faccia ha e che cosa fa quando non è occupata a scomparire? Nel mezzo di queste profonde riflessioni, la porta di ferro si apre e vedo apparire il raggio di una lampadina elettrica tascabile. Entra Milton e mi fa: — Di’, Caution, stai bene? Gli rispondo di sí, che se non avessi un calabrone nella testa e un gatto arrabbiato nelle viscere, starei arcibene. Lui dice: — Tanto meglio. Ora, stammi a sentire: fila via di qui, e alla svelta. Schrihner sarà di ritorno fra un quarto d’ora. Quando arriva gli dico che tu ti sei messo a fare il diavolo a quattro e che sono stato costretto a liquidarti e a scaraventarti nella fogna. Schribner crede che io sia un tipo ferocissimo che lavora con la sua gang al di là dell’Atlantico. Vorrei che continuasse a crederlo, quel pachiderma. Sapevo che avresti capito al volo la mia manovra. — Tutto questo va benissimo – dico – ma bisognerebbe che tu ed io potessimo vederci e discutere con calma. Lui risponde: — È necessario, tanto più che la faccenda sarà un osso duro. Mi domanda dove abito. — Abito a Londra – gli rispondo – ma forse mi conviene rimanere da queste parti. — Buona idea. C’è l’Albergo del Leone Bianco a Dorking. È abitabile. Prendi una stanza là. Domani a qualche ora verrò a far due chiacchiere con te. E adesso, svelto, fila prima che ritorni Schribner, altrimenti nasce qualche complicazione, e non voglio rovinare tutto per un’imprudenza. Saliamo al pianterreno. Agguanto il cappello e taglio la corda. È una gran bella serata e il campo di golf è incantevole sotto la luna. M’incammino verso la strada provinciale di Dorking, tenendomi nell’ombra, a scanso che Schribner arrivi da quella parte, ma non vedo nessuno. Raggiungo la strada di Dorking e m’incammino verso la città. Accendo una sigaretta e zufolo in sordina. Forse l’affare si sta facendo interessante. In ogni modo, Charles Milton ha tutta l’aria di pensarlo. Probabilmente, anche Julia Wayles sarà interessante.
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