CAPITOLO I-2

1494 Parole
Stefano Balli era un uomo alto e forte, l’occhio azzurro giovanile su una di quelle facce dalla cera bronzina che non invecchiano: unica traccia della sua età era la brizzolatura dei capelli castani, la barba appuntata con precisione, tutta la figura corretta e un po’ dura [17]. Era talvolta dolce il suo occhio da osservatore quando lo animava la curiosità o la compassione, ma diveniva durissimo nella lotta e nella discussione più facile. Il successo non era arriso nemmeno a lui. Qualche giuria, respingendo i suoi bozzetti, ne aveva lodata questa o quella parte, ma nessun suo lavoro aveva trovato posto su qualcuna delle tante piazze d’Italia. Egli però non aveva mai sentito l’abbattimento dell’insuccesso. S’accontentava del consenso di qualche singolo artista ritenendo che la propria originalità dovesse impedirgli il successo largo, l’approvazione delle masse, e aveva continuato a correre la sua via dietro a un certo ideale di spontaneità, a una ruvidezza voluta, a una semplicità o, come egli diceva, perspicuità d’idea da cui credeva dovesse risultare il suo «io» artistico depurato da tutto ciò ch’era idea o forma altrui. Non ammetteva che il risultato del suo lavoro potesse avvilirlo, ma i ragionamenti non lo avrebbero salvato dallo sconforto, se un successo personale inaudito non gli avesse date delle soddisfazioni ch’egli celava, anzi negava, ma che aiutavano non poco a tener eretta la sua bella figura slanciata. L’amore delle donne era per lui qualcosa di più che una soddisfazione di vanità ad onta che, ambizioso, prima di tutto, egli non sapesse amare. Era il successo quello o gli somigliava di molto; per amore dell’artista le donne amavano anche l’arte sua che pure era tanto poco femminea. Cosí, avendo profondissima la convinzione della propria genialità, e sentendosi ammirato e amato, egli conservava con tutta naturalezza il suo contegno di persona superiore. In arte aveva dei giudizi aspri e imprudenti, in società un contegno poco riguardoso. Gli uomini lo amavano poco ed egli non avvicinava che coloro cui aveva saputo imporsi. Circa dieci anni prima, s’era trovato fra’ piedi Emilio Brentani, allora giovinetto, un egoista come lui ma meno fortunato, e aveva preso a volergli bene. Da principio lo predilesse soltanto per la ragione che se ne sentiva ammirato; molto più tardi l’abitudine glielo rese caro, indispensabile. La loro relazione ebbe l’impronta dal Balli. Divenne più intima di quanto Emilio per prudenza avrebbe desiderato, intima come tutte le poche relazioni dello scultore, e i loro rapporti intellettuali restarono ristretti alle arti rappresentative nelle quali andavano perfettamente d’accordo, perché in quelle arti esisteva una sola idea, quella cui s’era votato il Balli, la riconquista della semplicità o ingenuità che i cosiddetti classici ci avevano rubate[19]. Accordo facile; il Balli insegnava, l’altro non sapeva neppure apprendere. Fra di loro non si parlava mai delle teorie letterarie complesse di Emilio, poiché il Balli detestava tutto ciò che ignorava, ed Emilio subí l’influenza dell’amico persino nel modo di camminare, parlare, gestire. Uomo nel vero senso della parola, il Balli non riceveva e quando si trovava accanto il Brentani, poteva avere la sensazione d’essere accompagnato da una delle tante femmine a lui soggette. «Infatti – disse dopo di aver udito da Emilio tutti i particolari dell’avventura, – un certo pericolo non dovrebbe esserci. Il carattere dell’avventura è già fissato da quell’ombrellino scivolato tanto opportunamente di mano e dall’appuntamento subito accordato.» «è vero, – confermò Emilio il quale però non disse come a quei due particolari egli avesse dato tanta poca importanza che essi, rilevati dal Balli, lo avevano sorpreso come dei fatti nuovi. – Credi dunque che il Sorniani abbia ragione?» Nel suo giudizio sulle comunicazioni del Sorniani egli certo non aveva tenuto conto di quei fatti. «Me la presenterai – disse il Balli prudentemente – e poi giudicheremo.» Il Brentani non seppe tacere neppure con sua sorella. La signorina Amalia non era stata mai bella: lunga, secca, incolore – il Balli diceva che era nata grigia [20] – di fanciulla non le erano rimaste che le mani bianche, sottili, tornite meravigliosamente, alle quali ella dedicava tutte le sue cure. Era la prima volta ch’egli le parlava di una donna, e Amalia stette ad ascoltare, sorpresa e con la cera subito mutata, quelle parole ch’egli credeva oneste, caste, ma che in bocca sua erano pregne di desiderio e di amore. Egli non aveva raccontato nulla, ed ella già spaventata, aveva mormorata l’ammonizione del Balli: «Bada di non fare delle sciocchezze». Ma poi volle ch’egli le raccontasse tutto, ed Emilio credette di poter confidare la sua ammirazione e la felicità provata quella prima sera, tacendo dei suoi propositi e delle sue speranze. Non s’accorgeva che quella che diceva era la parte più pericolosa. Ella stette ad ascoltarlo, servendolo muta e pronta a tavola acciocché egli non avesse da interrompersi per chiedere una cosa o l’altra. Certo, col medesimo aspetto, ella aveva letto quel mezzo migliaio di romanzi [21] che facevano bella mostra di sé, nel vecchio armadio adattato a biblioteca, ma il fascino che veniva ora esercitato su lei – ella, sorpresa, già lo sapeva – era del tutto differente. Ella non era passiva ascoltatrice, non era il fato altrui che l’appassionasse; il proprio destino intensamente si ravvivava. L’amore era entrato in casa e le viveva accanto, inquieto, laborioso. Con un solo soffio aveva dissipata l’atmosfera stagnante in cui ella, inconscia, aveva passati i suoi giorni ed ella guardava dentro di sé sorpresa ch’essendo fatta cosí, non avesse desiderato di godere e di soffrire. Fratello e sorella entravano nella medesima avventura. [1] Subito … seria: la narrazione, saltando la ricostruzione degli antefatti, il tratteggio e le informazioni sulla vita del protagonista, entra subito nel vivo della vicenda con le parole pronunciate da Emilio Brentani nel corso del suo primo incontro con Angiolina Zarri. Le informazioni sul carattere e sulla vita di Emilio vengono fornite nel secondo paragrafo, mentre la narrazione dell’incontro viene ripresa a partire dal quinto capitolo del romanzo. Già in questo attacco si può cogliere la diversità della narrativa di Svevo rispetto ai romanzi del primo Ottocento e a quelli dei contemporanei scrittori naturalisti. [2] La parola era tanto prudente: altra novità della tecnica narrativa di Svevo: la voce fuori campo del narratore interviene con commenti e notazioni miranti a smascherare il comportamento profondo, gli autoinganni del protagonista. [3] come una madre: nuovo intervento del narratore che svela il ruolo materno della sorella nei confronti di Emilio. [4] Il romanzo … città: brano che può essere letto in chiave autobiografica, in quanto, come si ricorderà, Svevo aveva pubblicato nel 1892 a proprie spese il suo primo romanzo “Una vita”, ben presto dimenticato. [5] Angiolina … udiva: parlando di “Senilità” nel “Profilo autobiografico” si dice che i nomi dei quattro protagonisti erano ben noti a Trieste. Il personaggio di Angiolina, come hanno appurato i biografi di Svevo, è modellato su quello di Giuseppina Zergol con la quale Svevo aveva avuto una relazione. Da notare come la figura di Angiolina viene presentata attraverso la percezione che ne ha il protagonista. Fin dall’inizio Angiolina con la sua vitalità, salute e giovinezza, si contrappone alla triste e grigia esistenza di Emilio. [6] depravarla: corromperla [7] pericolare: trovarsi in pericolo, correre pericoli. Il pensiero svela la paura della donna, propria della complessa psicologia di Emilio. [8] Era sincero … voce: nuovo intervento del narratore che porta alla luce i pensieri più profondi e quindi più sinceri di Emilio. [9] vanesio: vanitoso, frivolo, spocchioso. [10] poscia: poi [11] aveva innamorato: aveva fatto innamorare. [12] tresca: relazione illecita. [13] commosso: aggettivo che svela l’emotività di Emilio e che ricorre in più parti del romanzo. [14] ciarliero: loquace, chiacchierone. [15] un certo Balli: anche il personaggio dell’amico scultore è ispirato a una persona ben precisa: si tratta di Umberto Veruda (1868 - 1904), scultore e pittore triestino, amico di Svevo. Nel 1888 organizzò una mostra che diede modo ai triestini, e quindi anche a Svevo, di conoscere la pittura degli impressionisti. L’amicizia fra i due si consolidò durante il periodo di stesura di “Senilità”. Sede dei loro incontri era il “Circolo artistico”, creato nel 1883 dal direttore del quotidiano triestino “L’Indipendente”, Riccardo Zampieri. Vi partecipavano gran parte degli artisti triestini e, tramite mostre e feste mascherate, si cercava di animare, con un tocco di bohème, la regolare vita di una città mercantile come Trieste. [16] una specie d’autorità paterna: ancora un intervento della voce fuori campo del narratore che rivela come il Balli rappresenti per Emilio l’immagine paterna. Il bisogno di una presenza virile completa il ritratto dell’immaturità psicologica del protagonista. [17] alto e forte … un po’ dura: anche l’aspetto giovanile di Balli fa da controaltare alla “senilità” di Emilio. [18] arti rappresentative: arti figurative [19] la riconquista … rubate: al classicismo accademico il Balli contrappone una scultura spontanea e primitiva. [20] La signorina … grigia: la sorella Amalia viene descritta attraverso la prospettiva del Balli. Il grigiore, come in precedenza il pallore che la caratterizza, allude al suo triste destino, alla sua mancanza di vitalità. Pallore e grigiore che si contrappongono ai colori e alla pienezza di vita di Angiolina, creando la seconda coppia di opposizioni, dopo quella Emilio-Balli. [21] mezzo migliaio di romanzi: attraverso la letteratura Amalia cerca una compensazione a quella vita da cui è esclusa. Si tratta del tipico atteggiamento del “bovarismo”, dal nome di Madame Bovary, la protagonista dell’omonimo romanzo di Flaubert, pubblicato nel 1857. Emma Bovary, figlia di un agricoltore agiato, viene educata in convento, ma la sua mente è tutta occupata dalle letture e da sogni romanzeschi.
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