LA FAMIGLIA DI LEGNO-4

2085 Parole
Non alla Vigilia, si ripeté Lisa. Poggiò una mano sull’avambraccio del marito e fece in modo che la scollatura del vestito fosse nella giusta angolazio­ne. «Adesso basta pensare a Len. È Natale. Festeggiamo, questa notte. Insieme ai nostri bambini.» Ryan le fissò il seno con un sorriso e Lisa seppe di aver vinto almeno quella battaglia. A tarda sera appesero all’albero i biscotti a forma di abete che aveva cucinato nel pomeriggio. Assieme alle palle tonde e ai nastrini facevano la loro figura. Dopo, attorno al camino, in­tonarono Oh Christmas Tree, White Christmas, Happy Xmas e altre canzoni. I bambini risero a ogni nota stonata del padre. Poi bevvero l’eggnog, analcolico per tutti eccetto che per Ryan, che aveva preteso la sua solita ricetta speciale: due terzi di whisky e uno di latte e uova. Quando l’ora si fece tarda, Lisa sedette sulle ginocchia di Ryan e i bambini si accucciarono ai loro piedi. Nulla avrebbe potuto scalfire un quadretto familiare così per­fetto. Lisa andava fiera del proprio lavoro di psicologa per l’infan­zia ed era anche orgogliosa di come aveva tirato su due figli come Jenny e Bobby. Chissà se un giorno Jenny avrebbe segui­to le sue orme. Magari, con l’aiuto che le avrebbe dato, sarebbe diventata una persona importante come Harry Coleman. Ryan non sapeva della loro relazione, anche se più di una volta l’ave­va pizzicata con una battuta sul troppo tempo che lei e Harry passavano insieme. Al pensiero, Lisa si strinse al marito. So­spetti sì, certezze mai. Si avvicinava l’ora di andare a letto, il momento in cui gli avrebbe mostrato la lingerie che a Harry era piaciuta tanto. Chissà, le cose sarebbero potute andare meglio del solito. Magari le sarebbe piaciuto, almeno questa volta. A mezzanotte Jenny e Bobby aprirono i regali, due a testa come ogni anno. Jenny fu felice di ricevere il copriorecchie rosa che aveva visto in un negozio in centro, ma soprattutto le piacque la nuova bambola infermiera. «Da grande anche io aiu­terò le persone con il cervello andato in fumo come il piccolo orfanello», disse. Come Lisa si aspettava, Bobby ignorò i guanti bianchi e rossi e abbracciò invece il padre per il suo primo pallone da football in vera pelle. «Da grande sarò un giocatore di football della CFL.» Si esibì in un lancio verso il padre, che ricambiò. «Correrò così veloce che nessuno riuscirà a prendermi.» Lisa si chinò a baciare i suoi bambini e poi fece lo stesso con il marito. Cantarono un’ultima canzone, si scambiarono auguri, baci e carezze; poi andarono a dormire, ognuno nel suo letto. Lisa aveva fretta di consegnare il proprio regalo al marito. Per una volta avrebbe avuto quello che negli ultimi tempi aveva riser­vato solo a Harry. 5 Len era da solo, ma non nel letto in cui si era addormentato. I suoi piedi poggiavano su un terreno freddo ed era immerso nel silenzio. Non c’era il vento a sfiorargli le guance e i capelli, eppure sapeva di trovarsi fuori. Fuori da cosa, però, non avreb­be saputo spiegarlo. Solo una luce rossastra ondeggiava in lontananza, come un faro. Len strinse al petto il suo pupazzo e corse incontro al ba­gliore. Era un fuoco, capì in fretta. Un fuoco acceso a terra, come quelli a cui dava vita suo padre per arrostire la selvaggina in cortile. Solo molto più grande. E non emetteva fumo, notò quando gli fu abbastanza vicino da distinguere le lingue rosse e arancioni stiracchiarsi verso il cielo senza stelle. Len si fermò di fronte al cerchio di sassi piatti che delimita­va le fiamme. Era strano: malgrado le dimensioni, quel falò non emetteva né la luce né il calore che si aspettava. Resse il Babbo Natale con un braccio e con l’altro strofinò la stoffa ruvida del maglione contro la guancia. Dove si trovava? Era lì che avrebbe trovato la sua Famiglia di Legno? Si guardò intorno, ma non vide nessuno. Nemmeno le facce urlanti sembravano aver voglia di fargli compagnia. C’erano solo lui e il crepitio delle fiamme. Incrociò le gambe e si lasciò cadere a terra. Sarebbero arri­vati, si convinse. Se rimaneva fermo dove si trovava, il suo papà lo avrebbe trovato e riportato a casa. Appoggiò il pupazzo sulle gambe e fissò il fuoco. Il giallo e il rosso erano i colori più forti, e deviavano nell’arancione quando si mescolavano l’uno all’altro. Ma c’erano anche il blu, simile al colore della lingua delle pecore, e il violetto, e il bianco e… i volti? No. Era una figura, con testa, collo, spalle, torace. Len inclinò il capo e scrutò finché non riuscì a capire: non era un’ombra nelle fiamme. All’altro capo del falò, dritto di fronte a lui, c’era qualcuno. Spostò il peso sul lato sinistro e si sporse. Papà, stava per dire, ma si bloccò quando incrociò un volto screpolato e segnato da un reticolo di rughe. Era un vecchio della sua gente, vestito solo di un perizoma di pelle. Anche lui si era piegato per guardarlo e i capelli bianchi, stretti in una bassa coda di cavallo in cui era incastrata una piuma, gli erano scivolati sulla spalla nuda. Si contemplarono, occhi allungati e iridi nere le une nelle altre, finché Len non parlò. «Chi sei?» chiese, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non sapeva spiegarsi perché, eppure ecco le parole. Gli era bastato pensarle ed erano traboccate dalle labbra. Il vecchio piegò di più la testa, poi la raddrizzò e continuò a guardare Len attraverso lo sfavillio delle fiamme. «Io sono la Vecchia Aquila che verrà sconfitta dall’Infido Serpente. E tu? Tu chi sei?» «Sono un bambino.» Gli occhi del vecchio non lo lasciarono. «Sono Len.» L’uomo abbassò il volto in direzione delle braci vive e le ombre scavarono più a fondo le rughe sul suo viso. «Nel Fuoco Sacro leggo quel che verrà», scandì. «C’è scritta la mia sconfitta, la loro morte e il tuo dolore.» Rimase in silen­zio e a ogni respiro di Len le fiamme crebbero fino a diventare una colonna che pareva sfidare il cielo. «Non avranno benedi­zioni da parte mia», continuò il vecchio, grave. «Hanno scelto di percorrere la pianura allettante invece di scalare le alte colli­ne che ci hanno sempre protetto. Hanno scelto e hanno sbaglia­to. Solo i ciechi potevano non accorgersi dei coyote bianchi che erano lì acquattati, nascosti nelle loro tane di pietra e me­tallo.» Si poggiò una mano ossuta sulla fronte. «Il Coyote Ri­belle li ha imbrogliati, li ha resi ciechi, li ha resi sordi ai consi­gli della Grande Aquila e del Saggio Lupo.» Stava piangendo? Attraverso le fiamme Len non poteva dirlo con certezza. E non aveva capito nemmeno il discorso che gli aveva fatto. Però quei nomi, la Grande Aquila, il Saggio Lupo e il Coyote Ribelle… li ricordava. Suo padre ne parlava con sua madre. Erano gli dei del suo popolo. «Tu sai dov’è la mia Famiglia di Legno?» «Io no. Ma la fiamma lo sa. La fiamma vede ogni cosa. Nelle ceneri ci mostra quel che è stato, nel fumo ci avverte di quello che sarà.» «E tu puoi vedere dov’è?» Il vecchio si strappò la mano dal volto. Solo allora Len si ac­corse che alcune delle ombre sul suo viso erano disegni sulla pelle. «Sono morti. Sono morti e tu li hai visti morire.» Len scosse la testa e si alzò talmente in fretta che il Babbo Natale gli scivolò dalle dita. Non si chinò a riprenderlo. «No», disse. «No, non è vero!» Anche il vecchio si mise in piedi. Era alto, sottile come un alito di fumo, con spalle larghe e spigolose. Gli indicò le fiamme. «Guarda. Il fuoco non mente mai.» Len mosse un passo indietro. Voleva scappare, voleva torna­re nel suo letto. Qualsiasi cosa tranne posare lo sguardo lì. «Len», lo richiamò la voce roca del vecchio. «Guarda nel fuoco.» Era autoritario, più di suo padre quando gli ordinava di la­sciare i giochi e andare a dormire perché la luna era luminosa in cielo. Len obbedì. Le braci lampeggiavano. Al loro interno non c’erano i due visi, ma un’intera scena che si sviluppava tra i bagliori e gli aliti scuri. Len assottigliò le palpebre per proteggersi dal calore e guardò meglio. La sua mente si infranse come il vetro in casa Brown dopo che l’albero di Natale era andato a cozzargli contro. I ricordi lo investirono. Ricordi che c’erano sempre stati, ma che Len aveva sepolto. Malgrado fossero avvolti in una nebbia densa, erano lì, in tutto il loro orrore. Len fu investito da immagini convulse: uomini che si muovevano in fretta, lottavano tra loro. Si tappò le orecchie, ma sentiva comunque le grida, capiva le parole che le persone si scambiavano tra le pareti della sua casa, la sua vera casa. E poi c’erano gli odori, quello dolciastro di carne bruciata e l’altro soffocante di plastica sciolta. Si sentì asfissiare. Chiuse gli occhi, già appannati dalle lacri­me, portò le mani alla gola e crollò in ginocchio. Un attimo dopo vennero i singhiozzi. E poi i rigurgiti acidi, il vomito e altre lacrime. Mentre piangeva ricordava e mentre ricordava soffriva. Era incastrato in una ruota infinita di dolore che ruzzolava senza fine. Dita ossute lo artigliarono per una spalla. Lo scossero, ma lui le ignorò. Scesero allora al braccio, strinsero tanto da fargli male e lo tirarono, trascinandolo nella sabbia sempre più fredda. Len si ritrovò lontano dalle fiamme, nell’ombra, lì dove la terra non era calda per il fuoco. Aveva gli occhi irritati e umidi, la gola secca, un dolore pulsante alla testa e al braccio che l’indiano continuava a stritolare. «Loro…» Tossì fino a che i polmoni non si furono riempiti di nuovo di aria. «Loro sono morti.» Aveva parlato ai propri piedi nudi e sporchi di terra. Sollevò lo sguardo sul vecchio, ma il suo volto era sparito, nascosto dietro una maschera di legno dalle sembianze mostruose. Grossi denti seghettati erano incisi in labbra troppo sottili per contenerli. «Il Corvo Nero è giunto per me, non mi rimane molto tempo», spiegò, la voce ovattata dalla maschera. «Dillo. Devi dirlo.» Len rimase in silenzio e la stretta al braccio aumentò. «Dillo.» «Cosa devo…» «Sai cosa.» Le unghie affondavano nella carne, la mano si era intorpidi­ta, il cuore pulsava forte, amplificato dalla presa dell’indiano. «Io…» La pressione al braccio aumentò. «Dillo.» Len affondò i denti nel labbro inferiore, sentì la pelle tenera cedere, il sapore ferroso sulla lingua. «Io li odio», mormorò al­lentando appena la mascella. Aprì la bocca. «Tutti», aggiunse. «Odio tutti!» Gridò e la sua voce si perse, come se il buio l’avesse inghiot­tita. Non vi fu eco, non vi fu risposta. A Len parve che la bocca della maschera si fosse aperta in un sorriso. Fu per un secondo, un battito di ciglia. Poi i denti tornarono al loro posto deforme, la linea delle labbra di nuovo dritta. «Sì, li odio anch’io. Li odio tutti», scandì l’indiano. «Tu sei l’ultimo che può vendicarci. Apri la mano e lasciati guida­re.» Lo trascinò indietro e mollò la presa al braccio di Len un attimo prima di entrare nel falò e venirne inghiottito. Len rimase a guardare la figura intatta del vecchio che sembrava di­ventato egli stesso parte del fuoco. I suoi capelli danzavano senza essere consumati dalle fiamme, che scivolavano sulla pelle come accarezzandola. Questa volta Len non si tirò indietro, nemmeno quando le dita adunche che l’indiano gli tese si trasformarono in lingue ardenti. Mise la mano in quella dell’altro e una vampata lo av­volse fino al gomito. Non bruciava. Il contatto con la pelle del vecchio, invece, fu caldo, come toccare una caldarrosta. L’uomo rigirò la mano di Len e gli passò sul palmo una pietra affilata. Il sangue sgorgò pigro, creando un piccolo lago prima di colare tra le dita. A Len parve che ogni goccia affievolisse le fiamme. L’indiano ripeté lo stesso gesto con se stesso e di nuovo lasciò che il fuoco si mac­chiasse di rosso. «Dammelo», ordinò, indicando il pupazzo di legno. Len si chinò e obbedì. Non si scompose nemmeno quando il suo Babbo Natale iniziò a essere consumato dalle fiamme. «Il nostro è un patto di Legno e Sangue fatto davanti al Fuoco Sacro», spiegò il vecchio, guardandolo attraverso le fes­sure della maschera. «Nulla lo potrà mai spezzare.» «Il nostro è un patto di Legno e Sangue fatto davanti al Fuoco Sacro, nulla lo potrà mai spezzare», ripeté Len. Ci fu una forte vampata seguita da urla, lamenti. Poi il silen­zio. «Arriverà.» La voce attraverso la maschera era un ringhio. «Chi?» L’indiano non rispose. Gli lasciò la mano e uscì dalle fiamme, illeso. Gettò le braccia al cielo, sollevò le ginocchia e prese a ballare. Ogni volta che alzava le mani o le gambe, le giunture schioccavano come rami secchi. Vedendolo di profilo, Len notò che dietro la maschera la bocca era spalancata. Non gridava, emetteva solo una litania ripetitiva, eppure Len portò le mani alle orecchie, come se un urlo stesse riecheggiando nella notte. La voce del vecchio rimbombava ancora quando il fuoco, che si era ormai estinto, si spense del tutto. L’oscurità ingoiò ogni cosa e soltanto allora Len si accorse che su di lui brillava il sorriso bianco della luna. Era strana, però: sembrava compo­sta da denti, aguzzi e feroci. La luna si abbassò su di lui, diven­ne un’ombra magra e allungata che prese a ridere, con una risata che somigliava più a una tosse soffocata.
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