IN TRENO-2

2087 Parole
«Rammentatevi che il commendatore era uomo di fegato Era alto un metro e sessantaquattro centimetri ed aveva una larghezza di spalle di quarantaquattro. Era forte, coraggioso e sopratutto prudente. Non andava alla ricerca dei suoi nemici, ma se gli capitavano tra le gambe non scappava. Ve lo dica la carabina che aveva con lui. Ve lo ridicano i carabinieri dai quali si fece accompagnare dal fondo dei nipoti alla stazione, ove lo aspettava il suo cameriere Campisi. C'era con lui il bottaio, ma volle anche i carabinieri.» «Il bottaio non era uomo di sua fiducia. Lo sospettava in rapporti con la mafia». «Ora non è possibile che un uomo colle orecchie tese e con gli occhi aperti abbia voluto lasciarsi scannare colle mani giunte. Egli si sarà difeso fino all'ultima goccia di sangue». «Lo credo. Vi rifaccio il dramma come se fossi stato presente. Non dubitate, la mia fantasia rimarrà assente. Tutto ciò che vi verrò dicendo è nell'incartamento che mi avete dato. Là vi è l'antefatto, là vi sono le deposizioni dei testi e degli accusati e le informazioni delle autorità che sono state alla ricerca degli assassini prima di noi. Incominciamo dalle distanze per sapere se si poteva fare tutto quello che hanno fatto gli assassini lungo lo spazio che dovevano percorrere. Noi sappiamo che alla stazione di Termini il commendatore era vivo». «Vi sono parecchi testimoni che lo affermano e c'è anche Carollo, il conduttore, che lo dice». «Dalla stazione di Termini, procedendo verso Palermo, alla galleria, la distanza è di un chilometro e tre metri, distanza che il treno omnibus percorre in trenta secondi. E dalla stazione di Termini alla stazione di Trabia vi sono cinque mila e cento sessanta metri che un treno omnibus divora in undici minuti e trentatré secondi. Sarò un po' noioso colle cifre, ma è necessario che io ve le dica se volete capire bene la tragedia. Dalla stazione di Trabia alla galleria omonima è una distanza di novecento quarantun metri che il solito treno percorre in un minuto e tredici secondi. Dalla galleria al ponte Curreri, ove venne trovato il cadavere, c'è un tratto di mille cinquecento ottanta metri che lo stesso treno corre in due minuti e ventiquattro secondi. Con la carta del tratto alla mano noi non abbiamo bisogno di fare la via a piedi. Sappiamo che la strada è qua e là ondulata, che la curva più pronunciata è quella tra Trabia e il ponte Curreri e che lungo quest'ultima parte della linea ferroviaria c'è da un lato una collina malagevole e accidentata e dall'altro una pianura ineguale, a solchi e con molti sassi che rendono difficile la corsa per chi ha paura di avere i carabinieri alle reni. La pianura è coltivata ad alberi fruttiferi. In prossimità all'altura del ponte sorge una casetta colonica». «Questo si chiama essere precisi». «Chi è moderno non può fare diversamente. Una volta che conosciamo le distanze, sappiamo che a Cerda — secondo la deposizione del cavaliere Ratteri e dell'ingegnere Avesani — il Notarbartolo era vivo. Come sappiamo che era vivo alla stazione di Termini. Quest'ultimo testimonio è un po' sospetto. E non lo metterete in dubbio non appena vi avrò detto che il suo nome è Carollo. Ma gli si può credere, perché gli assassini, se erano ributtanti quando coprivano di ferite il commendatore, conoscevano assai bene la via ferrata e i movimenti del treno». «Non c'è dubbio». «E loro, gli assassini, si sarebbero guardati bene dal giungere a Termini con un cadavere. Perché la stazione di Termini è molto frequentata e perché il treno vi si ferma non meno di sedici minuti. Vi immaginate che degli assassini colle mani insanguinate, colla faccia stravolta e con un morto nello scompartimento vogliano star lì a tremare all'arrivo di ogni passeggero per sedici minuti? È un supplizio al quale neppure i signori assassini si sottoporrebbero. Saltiamo dunque questa supposizione. Tutti i ferrovieri e tutti gli ingegneri ferroviari sono d'accordo che non è possibile montare sul treno avviato. È molto se uno dei più pratici conduttori può mettere il piede sulla pedana di un treno omnibus — il quale si incammina, di solito, con fatica e lentezza — al terzo o quarto buf, buf. Dopo, quando le ruote girano lestamente, chi è in terra vi rimane e chi si arrischia a buttarsi sul treno per agguantarne la maniglia o il bastone di ottone lungo la vettura, precipita sul terreno tutto fracassato. Siete della mia opinione? Ma supponiamo l'impossibile. Supponiamo che vi sia un pazzo stufo della vita. Venite al finestrino che mi capirete meglio. Vi accorgete della corsa vertiginosa? Noi che ne siamo trasportati, ci pare che si vada adagio. Mettete fuori la testa e vedrete che la velocità vi parrà raddoppiata. Se potessimo essere lungo il treno essa aumenterebbe di due o tre volte. Siccome non vogliamo essere spietati come gli assassini, riduciamo, per comodo del nostro pazzo, la corsa di metà». «Potete ridurla anche di tre quarti.» «Accordato. E ora che il treno è frenato di tre quarti del suo calore, figuriamoci il nostro eroe lungo il binario, colle mani tese, in aspettativa di afferrare la maniglia di uno sportello qualunque o il bastone di ottone lungo le vetture. Dategli pure l'agilità e la pieghevolezza del clown e immaginatevelo pure così allenato da arrischiarsi a mettere il piede sulla pedana col garbo di chi intende di seguirlo e non di farsi trascinare. Ebbene, credete che il pazzo non cadrebbe sconquassato o tutto a pezzi?» «Ne sono sicuro. Vi dirò di più. Se egli potesse, per un'ipotesi, attaccarsi alla maniglia o al bastone, col primo strappo il treno gli porterebbe via le braccia e il corpo capitombolerebbe sulle rotaie e vi rimarrebbe stritolato». «E voi sapete che i sanguinari, quando si tratta della loro pelle, sono vili. Diventano bimbi pieni di paura. Pranzini ne è un esempio. Lui che non ha esitato ad ammazzare la prostituta Maria Régnault, per derubarla; che si è gettato, collo stesso coltello fumante del sangue della Régnault, sulla sua bonne la quale avrebbe potuto denunziarlo, e sul bimbo di quest'ultima perché strillava, è andato sulla piattaforma della ghigliottina tremante come una foglia! E stato Deibler che ha dovuto fargli coraggio. Coraggio, vigliacco! Eliminata la possibilità colla corsa vertiginosa, non ci rimane che il treno in moto o lì per mettersi in moto. E anche per questo movimento è necessario una pratica non trascurabile. Tanto più se si pensa che la predella lungo il vagone è larga diciotto centimetri e alta, dalle rotaie, un metro e alcuni centimetri. Lo si può fare ci hanno detto e noi alla esperienza facciamo di cappello. Il primo assassino, per evitare di farsi conoscere da qualche passeggero, doveva sapere la vettura e lo scompartimento nel quale era la vittima. Senza questa condizione l'assassinio non sarebbe avvenuto. Non vi pare? Alle prime eruzioni di fumo infocato della locomotiva, il malvivente saltò sulla predella, lasciò che il treno si avviasse bene, mise la mano sulla maniglia, aperse, montò sulla pedana, ed entrò ansante nello scompartimento. Da qual parte era egli mai entrato alla stazione? Dalla sala d'aspetto o dalla cancellata lungo la piazza? Il guardia sala Cannella Francesco ci ha lasciato nella confusione delle sue affermazioni e delle sue smentite. Io, al posto del giudice inquirente, lo avrei fatto arrestare. Mi ha l'aria di un complice. Egli ci ha parlato di due sconosciuti trafelati giunti quando la campana era già suonata. Si può raggiungere un treno in moto, quando si è nella sala d'aspetto e si aspetta che la guardia finisca di bucare i biglietti? Ci ha detto che uno degli sconosciuti era "altetto" e che l'altro era "bassotto". Che il primo aveva il biglietto di ritorno per Palermo di prima classe e il secondo di seconda. Due amici che viaggiano in separati vagoni? Il giudice istruttore gli fece osservare che in quel giorno, alla stazione di Palermo, non era stato venduto che un biglietto di prima classe con ritorno e anche questo a una persona conosciuta. Allora il Cannella, confuso, venne fuori con la storiella che i biglietti potevano essere scaduti. In una parola è un teste che vi annerisce il dramma». «Vi annuncio con grande dolore che è morto.» «Me ne duole. Perché è il consenso tacito di questi malandrini che alimenta i delitti. Ritorniamo alla stazione di Termini coll'assassino nello scompartimento ove era Notarbartolo. Mancavano dieci minuti alle sei. Può darsi che all'entrata dello sconosciuto il commendatore abbia avute delle apprensioni. Ma era troppo tardi. La locomotiva aveva fischiato disperatamente e il treno filava in un modo che non lasciava più pensare a un cambiamento di vagone. L'uno sedeva in faccia all'altro. Il commendatore occupava l'angolo verso il mare, lo sconosciuto l'angolo verso il monte». «Scusate se vi interrompo. Ma c'è stato qualcuno che ha detto che lo sportello dello scompartimento dove era Notarbartolo era aperto». «È impossibile. Il commendatore lo avrebbe chiuso. Entra in scena il ferroviere. Egli è il conduttore, egli deve controllare i biglietti, apre ed entra. Il commendatore vedendo uno del personale ferroviario si rassicura e riadagia la testa sul guanciale. Né lo sconosciuto...» «Aspettate. Io vi ho parlato di Fontana. L'opinione pubblica lo addita come il principale assassino. Il suo stato penale è tristissimo. Egli è stato coinvolto in non pochi processi di sangue. La sua notorietà di famigerato mafioso doveva mettere in guardia anche un uomo meno prudente di Notarbartolo. Se era lui e se lo conosceva, come indubitatamente lo doveva conoscere, perché non ha dato mano alla carabina o non se l'è messa tra le gambe o non corse allo sportello opposto a chiamare gente?» «La risposta è facile: non abbiamo detto che era coraggioso?» «Va bene, ma quando si è in gabbia, a faccia a faccia con uno abituato agli omicidi, non si presta tanta fede al proprio coraggio. Il mio sarebbe venuto meno». «Il mio, no. Io avrei imitato il commendatore. Avrei pensato, come deve avere pensato lui, che un attimo di debolezza non mi avrebbe giovato che a farmi scannare qualche minuto prima. Col Lacenaire siciliano che può dire come quello francese: uccido un uomo colla stessa facilità con cui vuoto un bicchiere di vino, non c'è da scherzare, né da pensare alla pietà. Non c'è che da premunirsi e prepararsi al duello corpo a corpo. Fu l'entrata del conduttore, che gli fece smettere di dedicarsi al pericolo. Lasciatemi dunque continuare. Lo scompartimento del vagone fumatori era questo. Tappezzato di un tessuto di crino bianco, con uno spazio tra i sedili di sessantacinque centimetri. La lotta spaventevole è incominciata in questo luogo angusto. Lo sconosciuto, non appena vide il ferroviere, mise la mano sul coltello o sul pugnale. Il ferroviere doveva tenere o l'uno o l'altro nella manica o nella saccoccia destra. Lo sconosciuto, colle spalle verso Palermo, si è alzato e si è precipitato sul viaggiatore che aveva le spalle verso Termini, menandogli un colpo che lo deve avere fatto gridare: assassini! aiuto!» «Se avesse avuto tempo di gridare, è probabile che i viaggiatori del terzo scompartimento avrebbero sentito e sarebbero accorsi a disturbare il loro lavoro». «Il secondo scompartimento, cioè quello tra il primo e il terzo, era vuoto. Le grida del povero commendatore dovevano passare così due pareti prima di arrivare alle orecchie dei passeggeri del terzo. Ho già detto, o mi pare dì avere detto, che l'assassinio non poteva avvenire che nella galleria. Nelle gallerie voi e io siamo passati molte volte. C'è un fragore così assordante e spesso, come in questa di Termini, un buio cosi pesto, che due individui dello stesso scompartimento potrebbero ammazzarsi senza, direi quasi, farsi sentire dalle persone sugli stessi sedili. Ve ne accorgerete non appena perderemo di vista il ponte Curreri. Che il primo colpo non sia stato mortale e che l'ex sindaco di Palermo abbia tentato di alzarsi e dar mano alla carabina abbiamo qui le prove. Guardate la retina dei portabagagli, ove il commendatore aveva messo la sua arma da fuoco. La retina ha uno strappo. La mano che era riuscita ad afferrarla è stata brutalmente strappata giù da uno degli assassini. Osservate bene la violenza. La retina è uscita dal suo asse di ferro. Caduta la mano egli tentò rialzarla ed ecco un'altra lacerazione alla tendina che rasenta la sua spalla. Non ci sono che macchioline di sangue. E si capisce. Il commendatore venne assalito con le mani inguantate. Dai tagli che gli faceva la punta dell'assassino non uscirono che degli spruzzi. Voltatevi indietro. Voi vedrete l'ultimo sforzo di Notarbartolo. Egli stava per cadere sotto la violenza e l'insistenza dei colpi malvagi. La sua mano ha tentato di sorreggersi appoggiandosi al tessuto ricamato della spalliera. Eccone la lacerazione: eccone i puntini di sangue scolorato. Qui, uno degli assassini, o probabilmente il complice che stava fuori alla vedetta, è venuto con del liquido a cercare di farli scomparire. Questa sfregatura è di una importanza somma. E ne troveremo delle altre. Se i complici o qualcuno degli assassini o gli assassini avessero avuto nulla di comune col personale di servizio, perché si sarebbero data la cura di far scomparire le tracce di sangue?
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