Capitolo I Non c'è più nessuno , qui !
Quando Mary Lennox arrivò in Inghilterra per andare a vivere con lo zio nel castello di Misselthwaite, tutti quelli che per la prima volta la videro pensarono subito che fosse brutta e antipatica. Avevano ragione, Mary non era proprio quella che definiamo normalmente una bellezza: era piccolina, striminzita, magrissima, con un viso pallido e smunto, due stecchini per gambe e quattro capelli biondicci spettinati. Però non erano queste le cose che provocavano un'impressione negativa in chi la guardava.
A renderla antipatica a prima vista erano la sua espressione arrogante e sempre malcontenta, la sua capacità di non sorridere mai a nessuno.
Mary era nata in India; era figlia di un alto funzionario del governo inglese, sempre molto occupato con i suoi affari e sempre malato, e di una bellissima signora che teneva più ai suoi vestiti e alle sue feste che alla sua bambina.
Non aveva affatto desiderato un figlio e appena Mary era nata l'aveva fatta consegnare a un’ayah - cosìerano chiamate le bambinaie in India - alla quale era stato raccomandato di tenere la piccola il più lontano possibile dai genitori perché non disturbasse con i suoi pianti.
Così la bimba, che era malaticcia, irritabile e tutt'altro che graziosa, era cresciuta nella parte della casa riservata alla servitù. Quando aveva cominciato a osservare le cose che erano intorno a lei e a muovere i primi, incerti passi, dapprima a quattro zampe, poi appoggiandosi agli oggetti che trovava sul suo cammino, non c'era vicino a lei la mano di una persona affettuosa pronta a sorreggerla amorevolmente o il sorriso di qualcuno a incoraggiarla nei suoi progressi. I soli protagonisti della sua infanzia erano i servi di colore, timorosi e spauriti, preoccupati solo di non farla piangere: perciò le lasciavano fare tutti i capricci possibili e immaginabili, essendo sempre accontentata in ogni modo. Mary, crescendo così, era diventata una bambina prepotente, viziata, egoista, abituata a comandare e a essere ubbidita, incapace di voler bene e di farsi voler bene.
Quando compì sei anni, suo padre fece venire dall'Inghilterra una ragazza giovane e intelligente che avrebbe dovuto insegnare a Mary a leggere e scrivere, ma dopo tre mesi la giovane rinunciò al suo incarico perché non aveva resistito alle angherie e agli sgarbi che la bambina le aveva fatto. E questo si era ripetuto con tutte le altre governanti venute in seguito, con la sola differenza che nessuna aveva retto più di qualche settimana. Così, se Mary non avesse deciso di imparare da sola a leggere, perché era affascinata dai bei libri illustrati che le sue tante istitutrici le avevano portato dall'Inghilterra, sarebbe rimasta per sempre un'analfabeta.
Una mattina, quando Mary aveva allora circa nove anni, si svegliò tutta sudata per il caldo insopportabile e di pessimo umore; e ancor più si arrabbiò quando vide che la donna che le stava accanto non era Saidie, la sua ayah.
«Che ci fai tu qui? - disse alla donna che non conosceva, trattandola con il suo modo arrogante - Non mi piaci, vattene via e mandami la mia ayah!»
La donna la guardò con un'espressione smarrita e balbettò che Saidie non poteva venire. Mary allora montò su tutte le furie, scese dal letto e si avventò brutalmente sulla poveretta che, spaventatissima e tremante, continuava a ripetere con voce di pianto:
«Non può proprio venire... Signorina Sahib... Non può, non può!»
Mary uscì dalla camera furibonda: si avviò verso la cucina, ma attraversando la veranda e le altre stanze, notò che c'era qualcosa di insolito, di strano nell'aria.
Nessuno dei servi che d’abitudine a quell'ora facevano le pulizie era al suo posto; quei pochi che incontrò avevano sul viso un’espressione preoccupata e spaventata che li spingeva a correre qua e là senza curarsi di lei. La sua ayah non era da nessuna parte. Entrò in cucina: era deserta.
Mary andò alla portafinestra che dava sul giardino e presa da un impeto di stizza calciò con forza un sasso che dalla soglia rotolò fin nel vialetto fiancheggiato da piante di ibisco. La bimba inseguì il sasso e lo fece rotolare ancora. Faceva un caldo opprimente: il sole scottava passando attraverso le foglie delle piante, immobili, come sospese in un denso sciroppo.
Mary si chinò a strappare un fiore, poi un altro e un altro ancora. Di solito si divertiva a fare dei giardinetti, formando delle aiuole con i ciottoli e disponendo le corolle colorate in mucchietti di terra; ma quella mattina era troppo arrabbiata. Gettò i fiori, violentemente recisi, l’uno sull’altro poi, con gesto di dispetto li sparpagliò qua e là con i piedi, continuando a rimuginare la sua rabbia.
Come mai nessuno veniva a cercarla? Come mai nessuno si preoccupava di preparare la sua colazione, di portarle i vestiti, di aiutarla a lavarsi? L'avrebbe sentita la sua ayah, quando l'avrebbe trovata!
Pensò fra sé alle parole più brutte e offensive da dirle: rimuginò tutti i turpiloqui che sapeva e decise che le avrebbe detto: “Sei peggio di uno sporco maiale!” perché non si poteva trovare un insulto peggiore per gli indigeni.
“Sì, sì, dirò proprio così a quella figlia di sporchi maiali.” ripeteva fra sé, mordendosi le labbra tra i denti e schiacciando i fiori con i piccoli piedi.
A un tratto, sentì delle voci e vide arrivare sulla veranda sua madre con un bel giovanotto biondo. Mary l'aveva già visto altre volte per casa: era un giovane ufficiale venuto in India da poco. L'aveva notato perché era molto gentile ed elegante, ma quella mattina il suo volto svelava un’espressione preoccupata e molto seria.
Mary lo osservò un attimo, poi il suo sguardo si posò sulla madre e vi rimase pieno di ammirazione.
Succedeva sempre così alla bambina quando aveva l'occasione di vedere la Memsahib - la chiamava così, come i servi, con quel nome che significava la “signora bianca”, perché Sahib in India è il nome che si dà agli europei - la mamma era così bella, alta, sottile, bionda, con un nasino capriccioso e grandi occhi luminosi e ridenti che la incantavano sempre quando la guardava... E poi, i suoi vestiti! Leggeri, vaporosi, “pieni di merletti” come diceva Mary, avevano un fascino speciale.
Quella mattina il vestito era più bello di sempre, ma gli occhi non avevano un’espressione ridente: erano spalancati e pieni di terrore, fissi sul volto del giovane ufficiale, come se la mamma implorasse aiuto. Parlavano sottovoce, ma Mary riuscì a sentire cosa dicevano.
«Ma è dunque così grave? Così grave?» chiedeva la signora.
«Terribile, terribile! - rispose il giovane con voce tremante - È una cosa spaventosa, Mrs. Lennox. Lei sarebbe dovuto partire già da due settimane, da quando si cominciò a sospettarlo... sarebbe dovuto andare sulle colline...»
La mamma fece un gesto di disperazione, stringendo le mani: «Sì, è vero... È vero! E pensare che non sono partita solo per andare a quella stupida festa... che sciocca...»
A un tratto si udì un urlo agghiacciante provenire dalle stanze della servitù: la signora s’interruppe, strinse convulsamente un braccio dell'ufficiale e Mary sentì un brivido passarle dalla testa ai piedi. Al primo urlo ne seguì un altro e poi ancora altri sempre più strazianti.
«Ma cos'è, cos'è? Cosa succede?» balbettò la signora.
«Deve essere morto qualcuno... - spiegò il giovanotto e poi aggiunse in tono di rimprovero: - Non mi aveva detto che il contagio era già arrivato fra i suoi servi!».
«Non lo sapevo, mi creda, non lo sapevo neanch'io! - gridò la signora - Venga con me, la prego, venga!» Volsero le spalle al giardino e rientrarono precipitosamente in casa.
Dopo le urla, che le avevano gelato il sangue nelle vene, accaddero altri fatti orribili quella mattina, e Mary cominciò a spiegarsi il perché di tutte le cose strane che l'avevano messa di malumore al suo risveglio: era esplosa una terribile epidemia di colera e la gente moriva come mosche. La sua ayah si era sentita male durante la notte e le urla provenienti dalle stanze della servitù erano dovute al fatto che era morta.
Prima di sera altri tre servi erano deceduti e altri erano scappati in preda al terrore. C'erano desolazione e paura in ogni angolo della casa; molti erano coloro che rimanevano vittime del contagio.
Mary si rinchiuse nella sua stanza e lì stette, dimenticata da tutti, tappandosi le orecchie per non sentire le grida e i pianti e tutta la confusione che regnava in casa. Dapprima gridò anche lei, pianse, urlò i suoi insulti e il suo terrore, poi si addormentò, sfinita.
Quando si risvegliò, aprì la porta della sua camera e si avviò verso la sala da pranzo: era vuota. Sulla tavola ancora apparecchiata c'erano dei piatti con dentro pietanze lasciate a metà, bicchieri pieni e posate in disordine; anche le sedie intorno alla tavola erano in scompigliate, come se qualcuno si fosse seduto per mangiare, ma poi si fosse alzato e allontanato con grande fretta.
La bimba si avvicinò alla tavola, mangiò qualche frutto e qualche biscotto; poi, siccome aveva sete, prese un bicchiere e bevve. Mary non aveva mai assaggiato del vino, ma il sapore della bevanda che era nel bicchiere le piacque e tracannò fino in fondo il calice intero.
Subito dopo sentì una gran voglia di dormire e tornò sul suo letto. Lì, come in un sogno, udì ancora gridare e correre, ma le palpebre erano così pesanti che non riusciva a tenere gli occhi aperti. Si addormentò e dormì così profondamente che non sentì neppure il rumore dei carri che vennero a caricare oggetti e persone; d’un tratto le urla e i pianti che avevano animato quell’intera giornata si placarono lasciando spazio a un sordo silenzio.
La mattina seguente, quando si svegliò, rimase a lungo distesa sul letto, in ascolto, guardando i disegni che il sole faceva sulla parete. La casa era immersa in una strana quiete, anche se doveva essere già piuttosto tardi.
Non si sentiva né una voce né un rumore di passi. “Il colera deve essere finito - pensò Mary - non sento più nessuno piangere...” Rifletté un po'.
“Chissà chi verrà ora a servirmi... La mia ayah deve essere morta;... Beh, speriamo che quella che verrà sappia delle storie nuove: ero proprio stufa di quelle di Saidie, sempre quelle, mai una nuova...”
Ecco com'era Mary: neppure un pensiero affettuoso per la donna che l'aveva allevata, neppure una lacrima al pensiero della sua morte. Pensava solo a se stessa.
“Nessuno che venga a cercarmi... Tutti pensano solo a questo colera... Ma ora deve essere finito e verrà pure qualcuno a far ordine qui, a portarmi la colazione, a prepararmi il bagno...” Le ore passarono e nessuno venne. La casa sembrava diventare sempre più grande, vuota, silenziosa.
A un certo punto, Mary sentì un quasi impercettibile rumore sul pavimento: come se qualcuno grattasse le piastrelle con le unghie. Si sedette sul letto per osservare meglio e vide una piccola serpe che strisciava sull'impiantito e la guardava con i suoi occhietti lucenti. Non ebbe paura perché era una bestiolina innocua - una calamaria, come le aveva insegnato la sua ayah - e sembrava preoccupata di andarsene al più presto, spaventata dalla presenza della bambina. Mary continuò a guardarla restando ferma sul letto e la serpolina arrivò strisciando fino alla fessura che c'era sotto la porta e scivolò fuori dalla stanza.
“Ma che silenzio c'è qui! - osservò la bambina - Ho potuto sentire anche il rumore di quella là... Sembra quasi che qui in questa casa non siamo rimaste che noi due sole...”
In quello stesso momento si udirono dei passi sulla ghiaia del viale... Poi si sentì che qualcuno entrava nella veranda: dovevano essere uomini perché i passi erano pesanti e dovevano essere diversi perché si udivano distinte voci basse e profonde che parlavano fra loro. Gli uomini entrarono senza che nessuno pensasse a fermarli e cominciarono a girare per la casa aprendo porte e finestre.
«Che desolazione! - sentì Mary esclamare da una voce che si andava avvicinando alla sua camera - Quella signora così bella! Credo che sia toccata anche alla bambina... Mi hanno detto che aveva una figlia, anche se nessuno l'ha mai vista con lei...»
Mary si mise dritta impettita in mezzo alla stanza e così la trovarono gli uomini quando aprirono la porta, qualche minuto dopo. Era furibonda per quanto stava succedendo. Che gente estranea entrasse in casa così, senza che nessuno andasse a fermarla, che nessuno si occupasse di lei era proprio una cosa insopportabile! L'uomo che per primo entrò era un ufficiale che lei aveva visto qualche volta parlare con suo padre. Era grande e grosso, non più giovane e da molti anni viveva in India; era un uomo abituato ad affrontare situazioni penose e pericolose, ma quando vide la bambina in mezzo alla stanza, mancò poco che facesse un salto indietro.
«Barney! - chiamò rivolgendosi a qualcuno che era rimasto nel corridoio - C'è una bambina qui! Una bambina in un posto come questo! Misericordia! Chi sarà mai?»
«Io, io sono Mary Lennox.» disse la ragazzina alzando la testa in un suo abituale gesto di sfida. Non le piaceva quell'uomo volgare che si era permesso di chiamare la bellissima casa di suo padre un “luogo come questo” e che faceva tante storie invece di pensare a mandare qualcuno a servirla.
«Mi sono addormentata quando gli altri avevano il colera e mi sono svegliata adesso - continuò Mary, dopo un attimo; poi aggiunse con tono imperioso: - Perché nessuno è venuto a portarmi la colazione?»
«È la bambina che nessuno aveva mai visto! - esclamò l'uomo, rivolgendosi agli altri ufficiali - È stata letteralmente dimenticata!»
«Perché sono stata dimenticata? - interrogò Mary con rabbia, pestando un piede per terra - Perché stamattina non è ancora venuto nessuno da me?»
Il giovane ufficiale, che si chiamava Barney, la guardò con un'aria tristissima e anzi a Mary parve che sbattesse le palpebre per impedire alle lacrime di scendere.
«Povero tesoro - disse - non è venuto nessuno perché non c'è più nessuno, qui.»
Fu in quello strano e improvviso modo che Mary seppe di non aver più né padre né madre: erano morti entrambi ed erano stati seppelliti durante la notte, mentre i pochi servi che non erano stati contagiati avevano abbandonato in fretta e furia la casa, portando via le cose più di valore, senza che neppure uno di loro si ricordasse che c'era anche una piccola signorina Sahib dentro la villa.
Era vero ciò che Mary aveva pensato: erano rimaste loro due sole, lei e la piccola serpe in quella bella, grande casa dove la morte era passata.