Capitolo IV-1

2021 Parole
Capitolo IV Marta La mattina seguente Mary fu svegliata da un fastidioso rumore. Proprio lì, nella sua stanza da letto, una ragazza robusta, inginocchiata davanti al caminetto, stava raccogliendo la cenere del giorno prima, senza preoccuparsi dell'ospite che dormiva; raschiò ben bene con una paletta di metallo i mattoni del focolare e passò poi una dura spazzola sul tappeto. Mary rimase distesa immobile a osservarla per qualche minuto, poi cominciò a guardarsi attorno. Ma che razza di camera era quella? Non aveva mai visto né immaginato qualcosa di simile. Le pareti erano interamente coperte da arazzi riproducenti scene di caccia: c'erano grandi alberi, gentiluomini e dame con vestiti che Mary giudicò fantastici, cani, cavalli e sullo sfondo c'era un castello con le sue torri e i suoi stendardi. A Mary parve di trovarsi dentro a un bosco incantato. Attraverso una finestra incassata nel muro, si vedeva un terreno ripido e selvaggio, senza alberi, che sembrava uno sconfinato mare color rosa-lilla. “No, ma quella è una finestra, non fa parte della tappezzeria” pensò Mary e, puntando un dito verso il mare violetto, chiese alla ragazza che continuava imperterrita il suo lavoro: «Cos'è quello?» Marta volse la testa verso di lei, si alzò, si avvicinò alla finestra: «Questo?» «Sì.» «Ma è la brughiera!» disse con un sorriso che le illuminò tutto il volto. «Bella, vero? Ti piace, eh?» «Proprio per niente.» replicò Mary. «Dici così perché non ci sei abituata. - continuò la ragazza ritornando verso il caminetto - Ti sembra troppo grande, troppo... Ma vedrai che ti piacerà.» «A te piace?» chiese Mary. «Altroché se mi piace!» rispose Marta strofinando con forza la grata del camino. «Non potrei vivere senza di lei! Non è troppo grande, troppo desolata, come può sembrare a prima vista. È piena di vita, invece... E che buon profumo hanno le sue erbe... In primavera quando l'erica, la ginestra, la mortella sono in fiore è proprio una meraviglia.... Vedrai! Il vento porta il profumo dei fiori, c'è un odore dolcissimo nell'aria... Le api raccolgono tanto di quel nettare... Sentirai che concerti fanno le allodole con i loro trilli accompagnati dal brusio di tutti gli insetti!...» Mary la ascoltava parlare, meravigliata. In India le persone di servizio erano così diverse! Erano ossequienti e servili e non si sarebbero mai permesse di parlare a tu per tu con i padroni come faceva invece questa ragazza. Si rivolgevano a loro chiamandoli protettori dei poveri e roba simile, non li contraddicevano mai. I padroni non dicevano mai per favore o grazie ai loro servi: comandavano e basta. Mary, per quanto fosse una bambina, impartiva ordini e si sfogava, prendendo a pugni e calci la sua ayah, quando era arrabbiata. “Chissà come reagirebbe questa qui se le tirassi uno schiaffo?” pensò. Marta continuava il suo lavoro; era tornata a inginocchiarsi sul tappeto e raccoglieva la polvere deponendola con la spazzola in un contenitore di metallo, senza dar alcun peso alla bambina che rimaneva sdraiata sul letto. “Sarebbe anche capace di restituirmelo.” concluse Mary dopo aver osservato attentamente il viso tranquillo e l'espressione per niente servile della ragazza. «Come cameriera sei abbastanza strana!» commentò ad alta voce. «Eh sì, lo so!» ribatté Marta sorridendo con aria complice. «Se fosse ancora viva la signora non sarei certo qui, neppure per lavare i pavimenti. Al massimo potrei essere nelle cucine, come sguattera, ma non certo qui. Sono troppo poco fine per stare vicino ai signori... Poi parlo dialetto. Ma per fortuna in questa casa non c'è né padrone né padrona.... Solo Mrs. Medlock e Mr. Pitcher. Lui, il vero padrone, Mr. Craven, non vuole essere disturbato, le rare volte che è qui. Lascia tutto in mano a loro. Ma qui non c'è quasi mai. Mrs. Medlock mi ha dato questo posto solo perché sa che ho bisogno di lavorare... Siamo molto poveri... Ma se ci fosse stata la signora...» «Ti hanno assunta perché tu sia al mio servizio?» chiese Mary continuando a parlare con quella sua arietta da principessa indiana. «Io sono al servizio di Mrs. Medlock, come lei è al servizio di Mr. Craven.» rispose Marta sempre sorridendo «ma visto che sono qui al primo piano a far le pulizie, se hai bisogno di qualcosa posso aiutarti... Ma non vedo di cosa potresti aver bisogno... Rimetterò io in ordine la stanza, ti porterò io da mangiare...» «E lavarmi? Vestirmi? Pettinarmi? Chi si occuperà di questo?» Marta smise di spazzolare il tappeto davanti al caminetto e si sedette sui talloni guardando Mary con gli occhi spalancati. «Così grande non sai ancora farlo da sola?» chiese in dialetto. «Parla per bene, non ti capisco.» la rimproverò Mary che cominciava ad arrabbiarsi. «Voglio dire, non sai ancora lavarti, vestirti, pettinarti da sola?» «Non l'ho mai fatto.» rispose Mary guardandola con aria molto sdegnata. «C'era la mia ayah per questo. In India si usa così.» «Beh.» replicò Marta senza neppure l'ombra di voler essere antipatica o arrogante «è ora che tu cominci! Avresti già dovuto farlo da un pezzo... Sei già abbastanza grandina per poter pensare a te stessa... Mia madre dice sempre che non capisce come i figli dei signori non diventino tutti cretini con tutte quelle persone intorno che fanno le cose per loro, che li lavano, li vestono, li accompagnano a scuola magari portandogli la cartella... Quelli non sono bambini, sono pupazzi...» «A me piace come si usa in India.» sentenziò Mary. «Capisco che là deve essere differente, - concordò Marta, che voleva essere gentile - ma sai è tutto differente, là, vero? Ci sono i negri là, no? Quando ho saputo che tu venivi dall'India pensavo che anche tu fossi negra!» «Cosa? Cos’hai detto? Come ti permetti, tu, figlia di sporchi maiali!» Mary si era alzata a sedere sul letto, furibonda e tirava pugni sul cuscino. «Io negra?! Come ti permetti?» «Come ti permetti tu?! - replicò Marta, fissandola negli occhi - Non hai diritto di offendermi! E poi, che razza di parole usi? Nessuna ragazza ben educata si esprimerebbe così. E poi, cosa ti ho detto? Che credevo tu fossi negra. Beh, è un'offesa? Io non capisco. Per me i negri sono come fratelli; non ne ho mai visto uno ed ero contenta al pensiero che tu fossi negra. Stamattina quando sono entrata qui per pulire il caminetto e preparare per il fuoco di oggi, sono entrata in punta di piedi, sono venuta vicino al tuo letto, sperando di trovarci dentro una bella negretta... Invece c'eri tu, bianca come me...» Mary non riuscì più a controllare la sua rabbia. Era troppo! «Tu hai pensato che fossi un'indiana! Tu, tu hai pensato che fossi un'indigena! Non sai niente dell'India! Tu dici n***o invece di indiano! Ma tu non sai niente degli indigeni... Non sai che le persone di colore sono serve dei bianchi... Serve! Tu non sai niente, niente; un accidenti di niente!» Marta la guardava disorientata e Mary si sentì improvvisamente così fuori posto in quel luogo, dove nessuno la capiva, dove le cose alle quali lei era abituata non avevano alcun senso che, non riuscendo più a dire altro, si buttò con il viso sui cuscini piangendo disperatamente. Singhiozzava così forte che Marta ne ebbe pena; anche non riuscendo a capire fino in fondo il perché di quel pianto e di quella rabbia, la ragazza, che era buona come il pane, semplice e sensibile come lo è la gente dello Yorkshire, sentì una vera ondata di simpatia e di affetto verso quella bambina piangente. Si alzò in piedi e si avvicinò al letto: «No... No... Non piangere così! Ti prego! Ti prego! Non volevo offenderti... Non volevo! Hai ragione tu; io non so niente di niente... Ma tu non piangere così! Ti prego! Ti prego!» C'erano tanto dispiacere sincero e tanto desiderio di dimostrare amicizia nelle parole che Marta ripeteva, rendendole ancora più affettuose con quel suo accento dialettale, che Mary sentì un senso di conforto nella sua disperata solitudine. A poco a poco si calmò: i singhiozzi si fecero più radi, le lacrime smisero di scorrere. «Su, alzati adesso... - disse Marta quando la vide più calma - Mrs. Medlock mi ha detto di prepararti la colazione nella stanza comunicante con questa... È là che mangerai sempre, pranzo, colazione, cena... Io ho già preparato il tè... Vedrai, te l'hanno preparata apposta per te, quella stanza... Ci starai bene, ci giocherai... Bene, se esci dal letto, ti do una mano a lavarti e a vestirti. Forse i tuoi vestiti sono abbottonati sulla schiena e allora, per forza, hai bisogno di qualcuno che ti aiuti...» La prese per mano, la portò nel bagno, le lavò il viso e le mani con acqua fresca. Tornando in camera, Marta si avviò verso un armadio e prese della biancheria pulita una gruccia con attaccato un bel vestitino bianco. «Questa non è roba mia - osservò Mary - il mio vestito è nero.» Mise tuttavia una mano sull'abito che Marta reggeva e provò una sensazione piacevole perché era di una bellissima lana morbida e calda. «Com'è soffice! - osservò - Ed è anche molto più bello del mio!» «Te l’ha fatto comprare a Londra Mr. Craven - spiegò la ragazza - Non sopportava l'idea di vedere una bambina vestita di nero girare per casa. Mia madre dice che lo capisce. Lei capisce sempre cosa pensano e cosa sentono le persone. Anche lei pensa che non sia bello vestire di nero una bambina.» «Io non lo posso vedere il nero.» affermò Mary. E si mise dritta e ferma ad aspettare che Marta la vestisse. Marta aveva sorelle e fratelli più piccoli ed era stata abituata a spogliarli e vestirli, ma non aveva mai visto nessuno starsene così calmo e immobile aspettando che un altro facesse le cose per lui, come se non avesse né mani né piedi. «Beh, ora le calze e le scarpe puoi proprio mettertele da te!» sbottò quando Mary, ormai vestita, si sedette sul letto e le porse un piede da calzare. «Di solito me le metteva la mia ayah... In India si usa così.» Aveva imparato dai servi di colore con i quali era vissuta a dire “si usa così” o “non si usa così”; per loro queste frasi mettevano fine a ogni discussione. Per nessun motivo essi avrebbero fatto una cosa che non si usava, cioè che non era già stata fatta durante i secoli passati dai propri antenati, e che si era dunque consolidata. Ma Marta non si scompose; si avvicinò a Mary che se ne stava sempre con un piede alzato verso di lei, le mise in mano i calzini e le indicò le scarpe che stavano vicino al letto. «Coraggio - disse - anche la più piccola delle mie sorelline è capace di farlo da sola!» Marta era una ragazza semplice di campagna, nata e vissuta in una casetta in mezzo alla brughiera, figlia di una famiglia numerosa, era la maggiore tra i propri fratelli, ai quali insegnava ad arrangiarsi da soli al più presto possibile perché c'erano tante cose da fare in casa e ognuno doveva aiutare come meglio poteva. «Dovresti vederli, i miei fratellini! - disse - Pensa, siamo in dodici a casa! E mio padre guadagna solo sedici scellini la settimana... La mamma riesce a raggranellare qualcosa anche lei, altrimenti come si farebbe a mettere in tavola il porridge per tutti? Per fortuna c'è la brughiera... Loro ci scorrazzano tutto il giorno e la mamma dice che è l'aria buona che respirano a farli ingrassare! A volte, dice, ha il sospetto che bruchino l'erba come fanno i ponies... Vedessi il pony di Dickon che bello che è...» «Chi è Dickon?» chiese Mary, che cominciava a interessarsi ai discorsi di Marta. «È uno dei miei fratelli... Quello che ha dodici anni...» «E come ha fatto a comprarsi un pony se siete così poveri?» «Non l'ha comprato, l'ha trovato nella brughiera... Sono diventati amici... Dickon riesce anche a montarlo... Sai è difficile con un puledrino selvatico... Ma Dickon riesce a essere amico di tutti... Il suo cavallino vive nella brughiera, ma ogni tanto viene vicino a casa a cercarlo e allora giocano assieme e Dickon riesce a cavalcarlo...» Mary non aveva mai posseduto un animaletto tutto suo, ma qualche volta aveva pensato che le sarebbe piaciuto; questo Dickon che riusciva a farsi amico degli animali le appariva come un personaggio molto interessante. Era la prima volta che provava un senso di ammirazione e simpatia per qualcuno. Marta la precedette nella stanza che comunicava con quella da letto. Mary si fermò sulla soglia. «Marta ha detto che l'hanno preparata apposta per me - pensò - ma chi l'ha arredata non aveva mai visto un bambino... Non c'è un giocattolo, qui dentro... E questi mobili scuri, grandi... Queste seggiole che non riuscirei a spostare mai...» Sulle pareti c'erano dei vecchi, grandi quadri a olio con paesaggi e ritratti sui quali il tempo aveva deposto una patina scura... Nel centro della stanza su una grande tavola rettangolare c'era una tovaglietta che ne occupava una minima parte e sopra a questa era apparecchiato per la colazione.
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