1-3

2021 Parole
Nella sua mente, avvertì la sommaria ilarità di Tom, ma si astenne dal sorridere anche lei. Era ancora furente con Amulio perché non le aveva detto della malattia di Amber, quando avrebbe dovuto e potuto farlo. “Senti, Clara… Posso sapere come ve ne siete accorte? Cioè, Amber aveva dei sintomi, qualcosa che vi abbia messe in allarme?” Clara sospirò, scese dal letto e si accomodò sull’altra poltrona, quella le cui gambe finirono di nuovo sul copriletto, lungo fino al pavimento. “Successe per caso. Dopo l’incidente in auto di mamma e papà, eravamo entrambe distrutte. Amber perdeva peso, non aveva mai appetito ma accadde anche a me, perciò sulle prime non ci rendemmo conto di niente. Poi, dopo un paio di mesi, svenne in casa. Mi telefonò e corsi da lei, pensando che fosse un malore di poco conto. Solo allora mi confessò di avere altri sintomi: addome gonfio, dolori sempre più frequenti e alcuni linfonodi che la preoccupavano… Comunque, vedendola così pallida, la portai subito in pronto soccorso. La prima ecografia all’addome ci disse già tutto ciò che c’era da sapere. Fu subito ricoverata, le fecero una tac ma… I medici furono chiari sin dall’inizio: siamo arrivate troppo tardi, la malattia era già al terzo stadio e non c’era più molto che potessimo fare.” Rivolse uno sguardo colmo di sofferenza alla sorella, come se una parte di lei si vergognasse di ciò che aveva appena detto. “Ricordo che una vostra zia paterna, quella da cui hai preso il nome, morì anni fa di cancro ovarico. È ereditario?” “Sì” ammise Clara, stupita. “Non sono in molti a conoscere questi dettagli della mia famiglia… Non sarai mica tu quella che ha pagato i conti dell’ospedale e ha fatto trasferire Amber in questa clinica?” La infilzò con un altro dei suoi sguardi truci come se quel gesto, per quanto caritatevole, le avesse dato sui nervi. “No” rispose Alice, desolata. Era stato Amulio, ma non poteva di certo rivelarglielo. “Ah be’, prima o poi scoprirò a chi devo dire grazie. Chiunque sia stato, ci ha fatto un regalo enorme. Sai… All’ospedale pubblico, ci liquidarono subito. Secondo loro, dovevamo parlare con lo psicologo e tornare a casa. Roba da matti! Noi eravamo disperate, ma non potevamo arrenderci così, senza lottare. Il fatto è che solo in poche cliniche private c’erano i chirurghi con le competenze necessarie a eseguire l’intervento di rimozione delle metastasi. Un’operazione parziale e non risolutiva, questo lo sapevamo, ma che ci avrebbe fatto guadagnare tempo prezioso. Io ero già pronta a vendermi fegato, reni e polmoni, quando ci avvisarono che si era liberato un posto qui, gratis. Ci parve un miracolo. Come puoi immaginare, accettammo subito, ma mi bastò un solo sguardo alla hall per capire che, senza essere straricchi, non sarebbe stato possibile ottenere un ricovero qui.” Alice continuò a fare la finta tonta e Clara si dimenticò della faccenda subito dopo, o almeno così sembrò. Tornò a guardare sua sorella, come se Alice fosse diventata invisibile, estraniandosi a tratti. Il peso di ciò che avevano vissuto doveva averla fiaccata moltissimo. Era tentata di uscire e, magari, attenderla fuori, ma una parte di sé, quella attaccata ai ricordi antecedenti la Legio X, si rifiutò di andarsene. Così, restò in silenzio a osservare anche lei Amber, chiedendosi se e quanto fosse cosciente di ciò che le accadeva intorno. In verità, Tiberius le aveva già spiegato che, dopo aver discusso con Amulio e aver visto le cartelle cliniche, un miglioramento non sarebbe stato possibile. La tenevano pesantemente sedata così che non patisse atroci dolori, ma non c’era verso di sapere con certezza se fosse consapevole della voce di Clara o di chi andasse a trovarla. Se Alice glielo avesse chiesto, il medico magari avrebbe usato il proprio Dono per sincerarsene, ma che senso avrebbe avuto? Era già terribile per lui dover percepire il vuoto nella mente e nell’anima di Gina e sapere che, della donna che aveva amato, non era rimasto che quello. Ogni altro aspetto della sua personalità era come sepolto, ricoperto da strati su strati di negazione, di pena, di rifiuto nei confronti della vita. Nemmeno lei, toccando Amber, aveva percepito niente, quindi… Forse l’amica era già proiettata verso l’aldilà. Pur soffrendo, si ritrovò a sperarlo con tutto il cuore. “Dove hai detto che vi siete conosciute?” tornò a domandare Clara. Ah, ecco il caro, vecchio mastino che tornava all’attacco! In fin dei conti, sembrava essere sopravvissuto alle varie disgrazie. “Una festa. All’università.” “Sì, ma dove? Di chi?” I dettagli, Alice non li avrebbe mai ricordati in ogni caso. Aveva una pessima memoria per certe cose, mentre per altre non aveva problemi a ricordare anche le minuzie. Per esempio, ricordava perfettamente di come avesse vinto quel cappellino che, poco prima, Clara aveva lasciato sul termosifone, ma non poteva dirle nulla, senza smascherarsi. Così, tirò fuori dalla borsa l’album che aveva portato con sé. Non lo aveva preparato lei, né in realtà aveva guardato troppo le foto. Aveva solo chiesto a Gus di recuperarle dal suo vecchio cellulare, ritoccarle in modo da fare comparire Amber e non Clara, modificando qualche sfondo perché non fosse riconoscibile; poi Brianna aveva confezionato l’album. Era il suo regalo per Clara. Aveva deciso di lasciarlo in stanza prima di andarsene, ma adesso… Glielo mostrò, senza dirle di cosa si trattasse. Clara lo afferrò con diffidenza ma, non appena lo aprì, l’espressione sul suo volto cambiò. Vedere sua sorella così giovane, sana e allegra le strappò un singhiozzo a più riprese. Una foto, però, la turbò più delle altre. Si accigliò e si portò l’album a due centimetri dal naso aquilino, quasi volesse immergersi nella foto. Poi lo allontanò e ripeté l’operazione. Alla fine, lo lasciò sul letto e poggiò la schiena sulla poltrona. Stava riflettendo su qualcosa, ma Alice non aveva idea di cosa fosse. “Sai, è strano” disse infine, allisciandosi i capelli sui lati delle orecchie, per poi portare le lunghe ciocche in avanti e arrotolarsele sulle dita. “Cosa?” chiese Alice, preoccupandosi. “Vedi quel vestito blu che Amber indossa?” Alice si avvicinò l’album e osservò l’abito in questione. In principio, non notò niente di strano ma poi, di colpo, ricordò. E fremette, mettendosi alla ricerca di una scusa, una qualunque, per giustificarsi. L’amica si poggiò con i gomiti in avanti sul copriletto e la fissò come un gatto in procinto di mangiarsi il topolino in un boccone solo. “Il fatto è che Amber ha indossato quel vestito un’unica volta. Lo comprammo insieme nel pomeriggio, piaceva a entrambe ma decidemmo che sarebbe stata lei a indossarlo per quella sera. Andammo a cena in un ristorante francese, infatti non mi spiego come la foto possa essere stata scattata di giorno. Poi il cuoco si avvicinò al tavolo con l’occorrente per preparare al volo delle crêpes flambées, solo che la fiammata fu troppo violenta. Talmente grande che la manica di Amber prese fuoco. Qualcuno, non ricordo chi, le versò dell’acqua addosso e gliela strappò, temendo che si fosse ustionata. Per fortuna, non si fece neanche un graffio. Il vestito, invece…” “Era da buttare. Immagino” concluse Alice. Era stata lei a versare l’acqua. Lei a strappare la manica. Lei a ridere con loro di quella disavventura una volta a casa, dove Amber si era poi infilata il pigiama e Clara, dispiaciuta, aveva gettato l’abito nella spazzatura. “Già. Fummo sciocche a non capire che era costato troppo poco. La fregatura doveva per forza esserci. Purtroppo, non immaginavamo che una boutique in pieno centro potesse mettersi a vendere tessuti acrilici di scarsa qualità e infiammabili. Quello che però, adesso, voglio sapere, è da dove salta fuori quella foto. Si capisce lontano un miglio che è stata ritoccata e, a questo punto, immagino che lo siano anche le altre. Perciò sputa il rospo. Chi cazzo sei e che cosa vuoi da noi?” Si era così innervosita da essersi alzata, aver aggirato il letto ed essersi piantata a braccia incrociate davanti ad Alice, tentando di intimidirla e minacciandola con il suo sguardo feroce. Protettivo. Alice deglutì e, in barba alla logica e alla razionalità, fece un bel respiro e vuotò il sacco. O quasi. “Come reagiresti, se ti dicessi che un tempo io facevo parte della vita di Amber quanto della tua? Se ti rivelassi che ho fatto modificare quelle foto per proteggervi?” Le narici di Clara fremettero di rabbia. “Cazzate.” “Lavoro per… un’unità segreta, di cui non posso parlare. Vi hanno cancellato la memoria per paura che…” “Altre cazzate. Mi credi davvero così stupida? Amber non aveva segreti con me e non ti ha mai nominata. Non riconosco la tua faccia e non ho ricordi di noi tre insieme.” Alice serrò le labbra e trattenne le lacrime. Clara non ce l’aveva davvero con lei, ma con una donna che, ai suoi occhi, era un’estranea e come tale si era intrufolata nella camera della sorella morente. Non rispose alle domande, sempre più irruenti, che le rivolse. La lasciò sfogare, replicando a monosillabi, ma avvertendo le proprie bugie pesarle sempre di più sullo stomaco, fino a quando non fu costretta a correre in bagno per vomitare. “Sei incinta o non hai abbastanza pelo sullo stomaco per continuare a mentirmi in faccia?” la punzecchiò Clara, porgendole comunque una salvietta di carta per ripulirsi. “La seconda, temo” gemette in risposta, portandosi una mano sullo stomaco in subbuglio. Poi raddrizzò le spalle e cercò il suo sguardo. Non aveva senso continuare a mentire. Clara aveva il diritto di sapere, solo… Non là. Non in quell’ambiente così artificiosamente caldo, fintamente familiare. “Ti dirò ogni cosa, se ci tieni. Dopo, però, dovrai dimenticare tutto.” Per scongiurare il pericolo che qualcuno risalisse a lei e la usasse contro la Legio X, avrebbero dovuto resettare di nuovo la sua memoria, ma non le parlò di questo. Le avrebbe fatto credere che sarebbe bastata una semplice promessa. Clara, seppure ancora diffidente, acconsentì. “D’accordo, ma vedi di dare un taglio alle stronzate. Riconosco un bugiardo per istinto e tu, mia cara, menti da schifo.” “Sono consapevole di entrambe le cose e hai ragione” ammise, sciacquandosi il viso con acqua fredda. “Non sarei voluta arrivare a tanto, ma per me è un grosso rischio essere qui oggi. Ho dei nemici molto… agguerriti, diciamo così, di quelli che non si farebbero alcuno scrupolo a prendere di mira chi frequento o chi incontro. Inclusa te.” Pensando esagerasse, Clara sollevò gli occhi al cielo. “Addirittura? Mah. Cosa sei, una spia?” “No, no.” “Be’, in effetti sei troppo appariscente per esserlo. Senza offesa.” “Che ne sai tu delle spie e di quanto devono essere appariscenti? Senza offesa, eh…” “Diciamo che le immagino più… non so… anonime. Con un viso di quelli che dimentichi due secondi dopo averlo incrociato. Tu non sei così.” Alice non poté fare a meno di sorridere. “Grazie per il velato complimento, anche se non era tua intenzione farlo, e questo lo so per certo. Ti conosco troppo bene.” Si asciugò e uscì dal bagno, seguita a ruota da Clara che, sorpresa da quell’affermazione, non aveva la benché minima voglia di accantonare l’argomento. “Dimmi almeno perché due persone comuni come me e Amber avrebbero dovuto attirare la tua attenzione, perché io proprio non me lo spiego. Io faccio la contabile, Amber gestiva un negozio di antiquariato. Che razza di informazioni potremmo mai passarti? Ammesso, certo, che ciò che dici abbia un fondo di verità e perdonami, ma al momento non ti crederei neanche se esibissi un vero tesserino da federale.” Rispondere senza generare altra curiosità era quasi impossibile. Almeno, però, Clara pareva volerle dare una possibilità. “Vi conobbi tramite un’amica in comune.” “Chi? Un’altra spia?” “No. Sì. Cioè, è complicato. All’inizio, non eravamo due… spie. Lo siamo diventate in seguito, quando abbiamo conosciuto i vam...”
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI