Dopo l'acquisto degli abiti lasciammo il negozietto, trascinandoci dietro le buste come trofei di guerra.
Il freddo ci colpì appena fuori - quel tipo di freddo tagliente di gennaio che ti entra nelle ossa. Danielle si strinse il cappotto più forte intorno al corpo, rabbrividendo.
- Ora, mia cara - disse pensosamente, cercando di risistemarsi la frangetta tagliata perfettamente, - è rimasto solo un piccolo particolare irrisolto.
- Che sarebbe? - Chiesi, non capendo a cosa si riferisse.
- Non abbiamo un accompagnatore, Jolie! - Roteò gli occhi come se fosse ovvio. - Tutte le signorine che si rispettino ne hanno uno!
La guardai incredula.
- Scusa tanto la mia ignoranza. - Risposi con tono sarcastico. - Ma provenendo da una misera vita fatta solo di feste al college, ubriaconi e ragazze facili, dove mi sono sempre presentata autonomamente e senza accompagnatore, non l'avevo calcolato, milady!
Danielle rise, un suono cristallino che echeggiò nella strada vuota.
- Touché. - Poi il suo sorriso svanì. - Ma seriamente, come faremo? Potremmo invitare i gemelli Sanders...
Arricciò la bocca per sottolineare il suo disgusto, e io quasi sputai.
- I Sanders? - Ripeté incredula. - Quei due idioti che l'anno scorso hanno organizzato la gara di rutti al party di Halloween?
- Esatto.
- Dan, non siamo così disperate. - Scossi la testa categoricamente. - Preferisco andarci da sola piuttosto che presentarmi con dei perfetti cretini.
Danielle fu immediatamente d'accordo.
- Hai ragione. Andremo sole. E saremo magnifiche.
- Dannata verità.
*****
Tornammo a casa stremate dal freddo e dalle troppe ore a vagare per Sheffield.
Appena entrata nel mio appartamento, appesi immediatamente l'abito alla gruccia nell'armadio, prendendomi un momento per ammirarlo di nuovo. Anche nella penombra della mia camera, i diamantini brillavano.
Domani sera.
Un brivido mi attraversò - non di freddo, ma di qualcos'altro.
Anticipazione. Paura. Eccitazione.
Scacciai il pensiero.
La giornata trascorse all'insegna del più totale nulla - intervallata da veri e propri svuotamenti di dispensa dettati dalla noia. Mangiai tutto ciò che trovai: biscotti, patatine, cioccolata, avanzi di pizza fredda.
Ma l'eccitazione per il ballo non mi lasciava mai. Era lì, costante, un ronzio sotto la pelle che mi accompagnò fino a quando i miei occhi finalmente cedettero alla stanchezza.
E quando dormii, sognai di nuovo.
Maschere. Musica. Occhi grigi che mi guardavano da dietro il pizzo nero.
"Ti stavo aspettando."
Il giorno dopo passò in un battito di ciglia.
- Aspettami per questo pomeriggio! - Cantilenò Danielle dall'altra parte della linea telefonica quella mattina. - Ci prepareremo insieme!
- Dragă, saremo lì da te per le cinque. - La voce di Sebastian si inserì.
Conferenza telefonica.
Era il nostro passatempo principale nelle giornate uggiose caratteristiche di Sheffield. Quando c'era l'impossibilità di riunirci, e la noia di essere rinchiusi in casa ci attanagliava, uno di noi tre chiamava gli altri e così passavamo ore a commentare show televisivi o sparlare scherzosamente di qualche professore.
- No, Sebastian. - Danielle usò il suo tono da "non discutere con me". - Magari nei tuoi sogni. Io sarò da Jo per le cinque. Tu passerai a prenderci per le sette e mezza.
- Ma io ho bisogno di qualcuno che mi ritocchi il make-up! - Sebastian imitò perfettamente la voce acuta di Danielle.
- Stronzo!
- Principessa!
- BASTA! - Urlai, interrompendoli con un sonoro sbuffo. - Siete snervanti! Danielle, da me alle cinque. Non tardare. Seb, vieni a prenderci mezz'ora prima dell'inizio. Non sappiamo ancora dove sia questa tenuta.
- Piccole ritardatarie che dicono ad altre piccole ritardatarie di non ritardare. - Sebastian ridacchiò. - Questo sì che è significativo! Stai diventando grande, piccola mia!
- Sei uno stronzo. - Risposi con calma. - E anche se non puoi vedermi, sappi che ti sto dedicando un bel dito medio.
Lo alzai davvero, anche se nessuno poteva vedermi.
- Te la sei cercata! - Urlò allegramente Danielle.
- Zitte. - La voce di Sebastian si fece drammatica. - Voi complottate contro di me, ma questa sera cadrete ai miei piedi. Se non mi riconoscerete per via della maschera, vi do un indizio: sarò il più affascinante.
E così si congedò, chiudendo la conversazione con un click.
Salutai anche Danielle poco dopo per andare a pranzare, anche se mangiare era l'ultima cosa che riuscivo a fare. Lo stomaco era un nodo di nervi.
Stasera. Stasera. Stasera.
Le ore passavano troppo lentamente.
Danielle fu stranamente puntuale - arrivò alle cinque precise, cosa che mi fece quasi svenire dallo shock.
Quando aprii la porta, mi ritrovai davanti a una Danielle con più borse di quante braccia avesse.
- Cristo, Dan. - La aiutai a portarle dentro. - Ti stai trasferendo?
- Una ragazza ha bisogno delle sue cose! - Si difese.
Guardando tutte quelle borse - trucchi, piastre, prodotti per capelli, gioielli, profumi - sorrisi all'idea di averla come coinquilina, magari in un futuro prossimo.
Non sarebbe male.
Ci spostammo nel bagno dove, davanti al grande specchio ottagonale incassato tra le mattonelle in ceramica bianca, iniziammo il rituale della preparazione.
Danielle optò per un make-up leggero, quasi nullo.
- Il fascino non va nascosto. - Affermò, applicando solo un velo di fondotinta e un tocco di gloss rosa.
Io invece puntai tutto sugli occhi.
Eyeliner nero. Preciso. Una linea sottile che si allungava leggermente verso l'alto all'angolo esterno, creando un effetto da gatto. Poi mascara - strati e strati finché le mie ciglia non furono lunghe e drammatiche.
Con la maschera, i miei occhi sarebbero stati l'unica cosa visibile. Dovevano essere perfetti.
Danielle cominciò a piastrarsi la chioma corvina mentre io decisi che fosse più saggio indossare prima l'abito.
Grave errore.
Il sottogonna rigido non stava fermo, dondolando sui miei fianchi a ogni piccolo movimento come se avesse vita propria. Cercai di infilarlo - una volta, due volte, tre volte - finché finalmente riuscii a farlo stare.
Poi venne l'abito.
Oh Dio, l'abito.
C'era così tanto tessuto - tulle, pizzo, merletto, seta - che quando lo tirai sopra la mia testa, rimasi completamente sepolta.
Buio. Non vedevo nulla. Non respiravo.
- Jolie? - La voce soffocata di Danielle. - Stai bene?
- Mmph! - Risposi, agitando le braccia cercando di trovare l'apertura.
- Oh Dio, stai soffocando!
- MMPH!
Finalmente, dopo quella che sembrò un'eternità ma furono probabilmente trenta secondi, la mia testa emerse dall'ammasso infinito di stoffe.
- ARIA! - Inspirai drammaticamente.
Danielle stava ridendo così forte che dovette appoggiarsi al lavandino.
- Non è divertente! - Protestai, ma stavo sorridendo.
Goffamente, riuscii a far scivolare il vestito lungo il mio corpo, adagiandolo sul sottogonna. Poi vennero le stringhe del corpetto.
Impossibili. Assolutamente impossibili.
- Dan, aiutami.
- Girati.
Obbedii, e sentii le sue mani tirare le stringhe di raso blu.
- Di più.
- Non respiro!
- Ancora un po'.
- DAN!
- Ecco, perfetto!
Quando finalmente mi girai verso lo specchio nella mia camera, rimasi senza fiato.
Il corsetto fasciava ogni mia curva come se fosse stato cucito direttamente sul mio corpo. La vita sembrava incredibilmente sottile. Il seno era sollevato in modo che anche io, che non ne avevo molto, sembravo una pin-up d'epoca.
La gonna si allargava dai fianchi in modo morbido e naturale, nonostante l'impalcatura sottostante. Non era eccessiva, non era ridicola. Era perfetta.
E i diamantini.
Oh, i diamantini.
Brillavano a ogni movimento, ogni respiro, ogni battito di ciglia. Mi girai leggermente e l'intero abito sembrò prendere fuoco con luce argentata.
Dondolai il mio corpo ripetutamente, ipnotizzata dal luccichio.
- Jolie. - La voce di Danielle era bassa. - Sei... sei stupenda.
Mi girai verso di lei. Era già vestita - un sogno rosa, delicata e perfetta come una principessa di fiaba.
- Anche tu. - Dissi, e lo intendevo davvero.
Dopo due ore di preparazione frenetica eravamo quasi pronte.
L'unica indecisione rimaneva sui miei capelli.
Li avevo piastrati in numerosi boccoli morbidi e vaporosi che cadevano lungo la mia schiena come onde scure. Ma non sapevo se tirarli su in un'acconciatura o lasciarli liberi.
Mi osservai allo specchio con cipiglio, girandomi da una parte e dall'altra.
Scorsi il riflesso di Danielle dietro di me, sorridente.
- Sì, dovresti lasciarli così. - Affermò, grattandosi il mento pensosamente.
E immediatamente, la piccola ribelle dentro di me prese il sopravvento.
Era sempre così. Ogni qualvolta chiedessi un parere a qualcuno, l'istinto di fare l'esatto opposto aveva la meglio. Mi regalava la soddisfazione di essere una vera stronza dispettosa.
- Credo invece - dissi lentamente, alzando l'ammasso di ricci con una mano, - che starebbero meglio su.
Danielle scoppiò a ridere.
- Lo sapevo! - Mi indicò con il dito. - LO SAPEVO!
- Sono così prevedibile? - Misi su un finto broncio.
- Fin troppo, amica mia. - Rise. - Se non ti conoscessi, direi che stai cercando di convincermi del contrario. Comunque, domanda dell'anno: come diavolo li tirerai su con così poche forcine?
Guardai il mio cassetto. Tre forcine. Forse quattro.
- Non ne ho idea. - Sospirai, lisciandomi il vestito. - So soltanto che mi sento una torta di compleanno in questo momento. Sono ingombrante!
Per dare sostegno alla mia tesi, feci un ampio giro su me stessa. La gonna si allargò drammaticamente.
- Beh, almeno non sembri una pesca! - Danielle indicò se stessa, facendomi ridere.
- Okay, basta perdere tempo. - Disse, passandomi le poche forcine che aveva. - Raccogli quei capelli.
Mi misi al lavoro.
Tirai su la chioma morbidamente, fermandola con quelle piccole cose metalliche e lasciando ricadere qualche boccolo qua e là sulle spalle e ai lati della fronte. L'effetto era deliberatamente non troppo ordinato - elegante ma naturale, come se fossi appena uscita dal letto di qualcuno.
Ma sentivo l'acconciatura ancora troppo malferma.
Le forcine non bastavano. A ogni movimento, sentivo i capelli scivolare.
DANNAZIONE.
Poi mi venne un'idea.
Andai nella mia camera, aprii l'armadio, e tirai fuori la custodia dei coltelli.
- Jolie? - Danielle mi seguì. - Cosa stai -
Aprii la custodia e presi il pugnale.
Il mio preferito. Quello che non avevo mai portato fuori, mai usato.
La lama era sottile e mortale. Ma era l'impugnatura che lo rendeva speciale - nera come l'ebano, con lo zaffiro blu di mia madre incastonato al centro. Intorno alla gemma, ghirigori d'argento si intrecciavano come rampicanti, tenendo la pietra ferma e sicura.
Era un lavoro di incastonatura perfetto, frutto dell'esperienza del mio caro amico e fornitore Birmak - un vecchio ungherese che lavorava i metalli come nessun altro.
Tornai davanti allo specchio.
Infilai il pugnale delicatamente tra i capelli, sistemandolo con cura finché non sembrò un'elegante bacchetta orientale, come quelle che le geishe usavano.
L'effetto era... perfetto.
Pericoloso. Bello. Inaspettato.
Lo zaffiro brillava tra i miei capelli scuri come una stella solitaria.
- Jolie. - Danielle mi guardava a bocca aperta. - Quella è... quella è una lama vera?
- Sì.
- Nei tuoi capelli.
- Sì.
- Sei pazza.
- Probabilmente. - Sorrisi. - Ma ha il suo fascino, no?
Danielle scosse la testa, ma stava sorridendo.
- Sei impossibile. E bellissima.
Infilammo guanti e maschere - gli ultimi tocchi.
I miei guanti argentati erano così sottili che sembravano una seconda pelle. La maschera di pizzo si legava dietro la testa con nastri di seta che Danielle mi aiutò ad annodare.
Quando mi guardai di nuovo allo specchio, non mi riconobbi.
La ragazza che mi fissava era una sconosciuta. Misteriosa. Pericolosa. Bella in un modo che non avevo mai pensato di poter essere.
Solo i miei occhi erano visibili attraverso il pizzo argentato - e con tutto quel trucco, sembravano enormi, luminosi, quasi felini.
- Pronte? - Chiese Danielle, sistemandosi la sua maschera rosa.
- Quasi. -
Presi i nostri cappotti - i soliti, perché ovviamente non avevamo mantelli adeguati all'eleganza dei vestiti.
- Manca solo-
BOOM BOOM BOOM
Qualcuno stava bussando alla porta.
Guardai l'orologio. 19:30 precise.
Sebastian.
- Puntuale per una volta nella sua vita. - Mormorò Danielle.
Andai ad aprire.
E quando vidi Sebastian, rimasi letteralmente a bocca aperta.
Era... magnifico.
Il tight grigio antracite era perfettamente tagliato, con linee rigide che accentuavano le sue spalle larghe e la vita stretta. Il panciotto ostentava signorilità e bellezza, con bottoni d'argento che brillavano. Indossava un cilindro di media altezza inclinato leggermente di lato, e una maschera grigia che gli nascondeva solo gli occhi.
Ma attraverso quella maschera, quegli occhi scuri brillavano di divertimento.
- Ești frumos, domnule. - Dissi in rumeno, facendo un leggero inchino.
Sei bellissimo, signore.
Sebastian sorrise - quel sorriso devastante che faceva crollare le ragazze.
- Mi meravigli, dragă! - Rispose nella nostra lingua madre. - Non era da disagiati parlare rumeno qui?
Si chinò, prendendo la mia mano, e la baciò delicatamente senza mai staccare gli occhi dai miei.
Il gesto fu così elegante, così perfetto, che per un momento dimenticai di respirare.
Poi fece lo stesso con Danielle, che rimase pietrificata come una statua.
Quando finalmente si raddrizzò, ci guardò entrambe con orgoglio.
- Signore mie. - Disse con voce profonda. - Siete pronte a far girare tutte le teste stasera?
- Nate pronte. - Risposi.
- Allora andiamo. - Offrì un braccio a ciascuna di noi. - Il nostro destino ci aspetta.
Uscire dall'appartamento fu relativamente facile.
Entrare in macchina fu un incubo.
La gonna. La maledetta gonna.
- Okay. - Sebastian mi guardò con espressione seria. - Come facciamo?
- Non ne ho idea.
- Sollevo la gonna?
- NON osare!
- Allora come-
- Aspetta.
Raccolsi quanta più stoffa potei, comprimendo la gonna in una specie di fascio enorme, e mi infilai nell'auto lateralmente.
Fu goffo. Fu ridicolo. Ma funzionò.
Danielle ebbe lo stesso problema, e ci volle cinque minuti per farla entrare sul sedile posteriore.
Quando finalmente fummo tutti dentro, Sebastian rise così forte che dovette appoggiarsi al volante.
- Non. È. Divertente. - Dissi, cercando di sistemarmi la gonna che ora occupava metà della macchina.
- È esilarante.
- Guida e basta.
Uscì dal parcheggio, ancora ridendo.
Il sole era ormai quasi tramontato, nascondendosi dietro le case e gli alberi sparsi per la città. Tutto aveva assunto una sfumatura aranciata, poi rosa, poi viola scuro.
Tirai un profondo respiro, abbassando il finestrino per beneficiare dell'aria fresca.
Ci perdemmo.
Ovviamente ci perdemmo.
Sebastian girò a destra quando doveva girare a sinistra. Poi a sinistra quando doveva andare dritto. Sheffield di sera era un labirinto di strade che sembravano tutte uguali.
- Forse dovremmo chiedere. - Suggerì Danielle dopo venti minuti di vagabondaggio.
- Mai. - Sebastian era testardo. - Posso trovare-
- CHIEDI, dannazione!
Sospirai e abbassai il finestrino quando passammo accanto a un uomo che portava a spasso il cane.
- Scusi! - Lo chiamai. - Sa dov'è la Tenuta Bradford?
L'uomo si avvicinò, poi si bloccò vedendoci tutti e tre in costume.
- Andate al ballo? - Chiese, sorridendo.
- Sì.
- Ah! Siete i decimi che me lo chiedono stasera. - Rise. - La tenuta è a nord, verso il confine. Seguite questa strada per altri dieci minuti, poi girate a destra al vecchio mulino. Non potete sbagliarvi.
- Grazie mille!
Ripartimmo, seguendo le indicazioni.
Eravamo palesemente in ritardo - l'invito aveva specificato 20:00 precise, e ora erano quasi le 20:30. Ma rimanemmo positivi, canticchiando le canzoni che passavano in radio.
"Young and Beautiful" di Lana Del Rey. Perfetto per l'occasione.
Will you still love me when I'm no longer young and beautiful...
Poi Danielle urlò.
- ECCOLA!
Saltò sul sedile posteriore, schiacciandosi contro il finestrino.
Mi girai.
E la vidi.
La Tenuta Bradford si ergeva davanti a noi come qualcosa uscito da un sogno.
O da un incubo.
Era enorme - un palazzo in stile georgiano che doveva avere almeno cinquanta stanze. Tre piani di pietra bianca che brillava quasi argentata sotto la luce della luna nascente.
Tutto l'edificio era completamente illuminato - finestre che brillavano come occhi dorati, lanterne che pendevano lungo le due immense scalinate che conducevano alla porta d'ingresso principale.
Il terreno circostante era vasto - almeno quattro ettari di prato inglese perfettamente curato, così verde che sembrava innaturale. E tutto era circondato da un'infinita cancellata di ferro battuto tirata a lucido, con punte dorate in cima.
Dal cancello partiva un vialetto - non sterrato, ma fatto di pietre bianche levigate che formavano un pattern intricato - che serpeggiava attraverso il giardino fino alla casa.
E dietro la tenuta, visibile solo come una massa scura contro il cielo viola, c'era il bosco. Anche quello racchiuso nella cancellata, parte della proprietà.
- Cristo. - Sussurrai.
- Chi diavolo vive qui? - Mormorò Sebastian, rallentando.
Macchine. C'erano macchine ovunque - parcheggiate in file ordinate lungo il vialetto esterno. Rolls Royce. Bentley. Mercedes d'epoca. Persino una Aston Martin nera che sembrava valere più del mio appartamento.
Sebastian parcheggiò in fila alle altre, spegnendo il motore.
Per un momento nessuno di noi parlò.
Guardammo solo la tenuta, illuminata e maestosa, mentre musica - melodiosa, classica, quasi surreale - arrivava nitida alle nostre orecchie nonostante la vastità del posto.
È già iniziato.
- Okay. - Sebastian si schiarì la voce. - Vi prego, ditemi che non mi sono infilato a forza in questo vestito per poi passare la serata qui fuori.
Scese dalla macchina e venne ad aprirci le portiere.
Ci aiutò a uscire - un'altra impresa complicata - e poi ci dirigemmo verso il cancello principale.
Sebastian suonò il campanello.
Aspettammo.
Niente.
Suonò di nuovo.
Ancora niente.
- Forse non ci sentiranno mai. - Disse Danielle, guardando la distanza tra il cancello e la casa.
- O forse- - iniziai.
CLACK
Il cancello si aprì.
Da solo.
Nessun maggiordomo. Nessuna persona. Solo... si aprì.
Lentamente, silenziosamente, come se mani invisibili lo stessero spingendo.
I tre ci guardammo.
- Okay. - Dissi. - Questo è un po' inquietante.
- Un po'? - Sebastian alzò un sopracciglio.
Ma Danielle era già avanti, camminando verso la casa con passo deciso.
- Venite o resto l'unica sfigata qui?
Sebastian mi offrì il braccio.
- Milady?
- Milord.
E così entrammo.
Il vialetto era più lungo di quanto sembrasse - almeno duecento metri dalla cancellata alla casa. Le pietre bianche sotto i nostri piedi erano lisce, perfette, disposte in pattern geometrici che sembravano muoversi quando la luce delle lanterne li colpiva.
Il giardino ai lati era curato in modo maniacale. Siepi potate in forme geometriche. Rose che non avrebbero dovuto fiorire a gennaio, eppure erano lì, perfette e rosse come sangue. Statue di marmo bianco - figure umane in pose drammatiche - sparse qua e là come sentinelle.
La musica si faceva sempre più forte.
Un valzer. Violini, violoncelli, un pianoforte.
E voci. Tante voci che ridevano, parlavano, sussurravano.
Quando arrivammo alla base delle scale, guardai in alto.
Le porte erano aperte.
Doppie porte di legno scuro - forse mogano - con maniglie d'oro. E oltre quelle porte, luce dorata che spillava fuori come liquido.
- Pronte? - Chiese Sebastian, la voce più bassa del solito.
- No. - Risposi onestamente.
- Neanche io.
- Io sì. - Disse Danielle. - Andiamo.
Salimmo le scale.
Una. Due. Dieci. Venti.
E quando finalmente varcammo quella soglia, quando entrammo nella Tenuta Bradford illuminata e dorata e piena di sconosciuti mascherati che danzavano come se fossimo scivolati indietro di duecento anni-
Questa non era solo una festa.
Era un inizio.
E forse, anche una fine.