— Non ci credo! — continuò a sussurrarmi Danielle, richiamando la mia attenzione con una gomitata decisa al fianco. Aveva gli occhi spalancati e la bocca leggermente aperta, come se avesse appena assistito all'apparizione di una divinità scesa dal cielo.
Si levò un fitto brusio, un mormorio sommesso che serpeggiava tra i banchi come un fiume sotterraneo — fatto di sguardi curiosi, sospiri trattenuti e parole a metà. La percentuale femminile della classe sembrava attraversata da una corrente invisibile, una scossa silenziosa che fece alzare teste e raddrizzare schiene. Le voci viaggiavano di bocca in bocca, mezze frasi cariche di meraviglia, sospese nell'aria viziata dell'aula come bolle di sapone pronte a scoppiare.
Alzai lo sguardo — e lo vidi.
La figura che varcò la soglia dell'aula lo fece con passo sicuro, spalle dritte e un'aria di superiorità. Sembrava uscita da una leggenda gotica, da quelle storie che si raccontano sottovoce nei corridoi bui. La luce fredda del mattino filtrava dalle alte finestre e scolpiva i contorni del suo viso con la precisione di uno scultore severo: mascella decisa, zigomi affilati, capelli castani arruffati che sfidavano ogni tentativo di ordine, ribelli come rami in una tempesta. Aveva occhi del colore della salvia — profondi e taglienti — e li posò sugli studenti con la calma misurata di un giudice, capace di valutare ogni singola anima senza sprecare una parola.
Sfilò il lungo cappotto di pelle nera con un gesto fluido, quasi automatico, come se quel gesto fosse stato ripetuto mille volte davanti a mille platee diverse. Il cappotto scivolò dalle sue spalle come l'ombra di un predatore che abbandona la propria preda, rivelando un fisico asciutto e scolpito, avvolto in abiti scuri che ne esaltavano ogni linea decisa. Gli anfibi neri, pesanti e segnati dal tempo battevano sul pavimento con un suono cupo e ritmico, simile a un antico tamburo da guerra. La sua presenza sembrava occupare ogni angolo della stanza, anche quelli che nessuno aveva ancora guardato, facendo calare un silenzio quasi sacrale.
Girò il corpo verso la grande lavagna con movimenti precisi e afferrò un gessetto bianco ormai ridotto quasi a un mozzicone. Le sue dita strinsero il gesso con una delicatezza innaturale, come se stessero per tracciare qualcosa di irrevocabile. E con movimenti sicuri, quasi compiaciuti, iniziò a scrivere. Le lettere scricchiolarono sulla lavagna, stridenti, interrompendo l'incanto del momento come una finestra che si apre di botto.
Dimithryus Stan.
Danielle sgranò ancora di più gli occhi, mordendosi il labbro inferiore con un'espressione tra il sognante e il pericoloso. — Una cosa è certa, Jo: sa come non farsi dimenticare. — sghignazzò piano, accostandosi a me quel tanto che bastava per farmi arrivare l'odore dolce del suo profumo floreale.
Io, invece, trattenni a stento un sorriso, scrollando appena le spalle con quella nonchalance che praticavo da anni davanti agli specchi e che non convinceva nessuno. — L'unica cosa che so è che hai finalmente trovato qualcuno capace di zittirti per cinque minuti interi. Impresa ardua, credimi. — sussurrai. Eppure, mentre lo dicevo, sentii il cuore battere un tempo più veloce del solito. C'era qualcosa in quell'uomo — nel modo in cui si muoveva, nel modo in cui sembrava occupare lo spazio come se gli spettasse di diritto — che lasciava un'inquietudine sottile. Una nota stonata in una melodia perfetta. Il tipo di cosa che non riesci a ignorare anche quando ci provi.
— Mettiamo subito in chiaro alcuni punti, moscerini. — Dimithryus poggiò entrambi i palmi sulla cattedra. Il legno scricchiolò sotto il suo peso, come se anche lui avesse percepito il senso di minaccia trattenuta in quell'uomo. La voce era roca, profonda, con una sfumatura quasi predatoria — il timbro di chi è abituato a essere ascoltato senza doverlo chiedere.
— Durante la mia lezione non accetto permessi di uscita per il bagno. A meno che non soffriate di incontinenza cronica — il che, lo ammetto, credo davvero difficile. — Si fermò, sollevando il sopracciglio sinistro in un arco di sfida calcolata, fissandoci con quegli occhi verdi che sembravano attraversare le cose. — Non esiste pausa pranzo. Non morirete per cinque ore senza il cibo scadente che vi offre la mensa. — Fece una pausa breve, quasi teatrale. — E non crediate che io sia qui per scelta: preferirei di gran lunga un'ora d'aria alla mia libertà. Ma dal momento che siete iscritti al corso di stregoneria applicata, credo che preferiate restare con me. — Concluse, lasciando cadere il silenzio come una mannaia.
Danielle si portò una mano al cuore, simulando un lieve svenimento con una grazia che aveva sicuramente allenato, poi si chinò verso di me con la bocca semichiusa e gli occhi che ridevano da soli. — Oh, lo può ben dire. Adesso bisogna solo capire se quello che ha appena detto era un invito implicito — per me — a restare soli dopo la lezione. — Le sue parole mi strapparono una risata che cercai disperatamente di trasformare in un colpo di tosse, abbassando la testa sui quaderni.
Inutile.
Danielle continuò a solleticarmi il fianco con le parole, spingendomi col gomito, e alla fine cedetti — lasciai esplodere quella che lei chiamava la mia "risata a grugniti", una risata vera, profonda, incontrollabile, quella che suonava come un cinghiale che fiuta il tartufo. Le teste dei compagni si girarono all'unisono verso di me. Il calore mi salì alle guance in un'ondata immediata. Dall'altra parte dell'aula, Sebastian mi lanciò un'occhiata complice, scrollando le spalle con l'espressione di chi conosce già il finale della storia: "Ci risiamo, Jo."
Mi lasciai scivolare più in basso sulla sedia, sperando di scomparire tra le pieghe della mia felpa. Fu allora che lo sentii — o meglio, lo percepii. Lo sguardo del professore che si posava su di me con un'intensità diversa da quella riservata al resto della classe. Non era disappunto. Non era curiosità. Era qualcosa di più difficile da definire, come se avesse riconosciuto qualcosa in me che io stessa non avevo ancora catalogato. O forse era solo il riflesso freddo delle finestre che giocava brutti scherzi.
Non lo capii, ma l'istante rimase inciso nell'aria tra noi.
Sul mio banco atterrò un foglio di carta appallottolato. Lo aprii senza troppi indugi: "Beccata, dragă" — Sebastian, ovviamente. Mi girai verso di lui e lo trovai che mi guardava con quel sorrisetto compiaciuto che riservava ai momenti in cui aveva ragione. Arrossii per la seconda volta nel giro di tre minuti.
Ignorai il commento e presi a giocherellare con una ciocca dei miei capelli, quel gesto automatico che facevo quando cercavo di sembrare più distratta di quanto fossi. Danielle, però, non aveva nessuna intenzione di lasciarmi stare: ricominciò a spintonarmi, decisa a portarmi con sé nella sua ammirazione.
— Non ci posso credere, Jo. Lo hai visto davvero? Come si muove, come ci guarda... — sussurrò ancora, con gli occhi di chi sta costruendo un romanzo nella propria testa. — Non sembra nemmeno reale. È come se avesse appena lasciato un film noir per entrare direttamente nella nostra vita noiosissima.
— Danielle, sei ridicola. — risposi, trattenendo a stento l'ennesima risata. — È solo un uomo, dopotutto.
— Solo un uomo? — ripeté, scandalizzata in modo teatrale. — Non dirmi che sei immune al fascino del mistero, Jo. Lo so che sotto quella tua aria da prima della classe c'è ancora una parte di te che sogna. — mi punzecchiò con il gomito, ridendo piano.
La osservai scuotere la testa, i suoi occhi ancora incollati alla figura imponente che si muoveva davanti alla cattedra con la padronanza di chi ha già vinto la partita prima ancora di iniziarla. Capii che per Danielle quella lezione avrebbe avuto un sapore completamente diverso da tutte le altre. E forse, a modo suo, aveva ragione: quel professore sembrava davvero nascondere qualcosa di più profondo sotto quella corazza di fredda autorità.
Aveva fascino, sì. Ma non riuscivo a capire perché Danielle fosse andata così in fibrillazione. Forse perché era da tempo immemore che nella nostra scuola non appariva un viso capace di portare novità reale — non il tipo di novità che si esaurisce in un pomeriggio, ma quella che ti rimane addosso. O forse era la sua noncuranza ad attrarla, quell'aria di chi non si preoccupa di piacere perché non ne ha bisogno — una qualità che, al contrario, mi infastidiva profondamente.
Non avrei mai capito la superficialità — anche se il mio fu, lo riconosco, un giudizio affrettato. Non lo conoscevo affatto, e magari quella corazza era soltanto una facciata costruita a posta per tenere le distanze. Molti professori usavano la tattica dittatoriale: mettevano in scena un personaggio di autorità glaciale, pretendendo rispetto invece di guadagnarselo, come se l'imposizione potesse sostituire il rapporto. A volte era sfiducia in sé stessi. A volte era semplicemente pigrizia emotiva. O forse — pensai, mentre i miei occhi tornavano suo malgrado sulla figura di Dimithryus Stan — era qualcosa di molto più complicato di così.