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il rampollo di famiglia
Dal dorso della collina si sorveglia l’intera città, saldamente aggrappata ai capricci del Po. Sopra il paesaggio, stravince l’azzurro. Troppo azzurro, senza nuvole a pattugliare. È un cielo così sgombro da sembrare una limpida minaccia. Aria pulita, una brutta aria. Giornata chiara, giornata nera.
La fine di ciò che voglio. L’inizio di ciò che sono.
All’ombra di un gazebo in vimini, ricerco la posizione più agiata su una sedia in ferro battuto. Una seduta gemella, ancora disoccupata, resta in attesa.
Un vialetto di ghiaia fine taglia a metà il giardino appena rasato, collegando il gazebo alla villa, piantata a quasi un centinaio di metri da me. Troneggiante su questo pezzo di collina, l’abitazione sembra aver respinto lontano il resto del mondo, assicurandosi un’inviolabile distanza di rispetto. Nessun vicino nel giro di ettari. Nessun rumore molesto se non quello di un abbaio: il dalmata che scorrazza nel parco mi ha intercettato e ora mi sta venendo incontro. Un cane bianco e nero, presumibilmente addestrato a sbranarmi. Così una volta accostato alla mia sedia, mi annusa i pantaloni e mi dà una leccata alle dita per capire se sono commestibile.
«Tranquillo» sento una voce lontana. «Morde solo i torinisti.»
La sagoma scura di un uomo sta scendendo in controluce lungo il vialetto ghiaioso, procedendo dalla villa verso il gazebo. È stato lui a rassicurarmi delle intenzioni canine.
Mentre accarezzo questo animale bene educato, noto che al collarino Louis Vuitton ha appesa una medaglietta. La rigiro fra le mani per leggere cosa c’è scritto.
“gobbo” è inciso sopra. Il suo nome.
Se non altro a questi qua non manca l’ironia.
Quando la sagoma scura dell’uomo si schiarisce di fronte a me, ho la conferma che si tratta proprio di lui: il padrone di casa, il padrone del vapore, il Rampollo di Famiglia. Scarpe eleganti in pelle, jeans scuri, camicia bianca con le maniche arrotolate al gomito. Dà uno schiaffetto a Gobbo.
«Il viaggio, tutto bene?» mi chiede.
«Giù a Torino» dice il mio buon Messner tracagnotto.
«Lontanuccio» faccio io.
«Tua moglie è su a sciare al ghiacciaio e tuo figlio si diverte al corso dei bambini. Non ti stanno di certo aspettando» fa lui. «Ci vogliono meno di due ore da qui alla città e pochi minuti per il caffè. Ti riporteremo a Cervinia prima che Sandra e Mattia tornino in albergo.»
Non mi piace che li chiami per nome. Non mi piace che sappia dove sono e cosa fanno. Non mi piace che conosca i loro orari. Non mi piace niente dei suoi modi.
Non mi piace avere accettato questo caffè.
Prendiamo la seggiovia, evitando di stare vicini. Scendiamo fino al paese, dove ci attende l’auto dell’Azienda di Famiglia. Mi infilo rapido dentro la vettura, come se avessi qualcosa da nascondere. L’Autista di Famiglia mette in moto, io e Messner accomodati dietro.
Vetri neri. Privacy. Segreti. Acqua in bocca. Andiamo via.
Quindi strade, autostrade, tangenziale, ancora strade e poi stradelle. Risaliamo la collina commentando il tempo e la natura.
Smontiamo infine dall’auto dell’Azienda di Famiglia.
«Aspetta qui» mi dice Messner o come si chiama, indicandomi il gazebo. «Avverto che sei arrivato.»
Sono arrivato, dunque. Giusto per il caffè.
Perché voglio capire cosa sono capaci di fare, questi stronzi. Voglio proprio sentire cos’hanno il coraggio di dirmi. Con il loro atteggiamento arrogante. Con il loro comportamento mafioso.
La fine di ciò che voglio. L’inizio di ciò che sono.
«L’auto filava che era una meraviglia» gli rispondo. «La compagnia lasciava invece a desiderare.»
Il Rampollo di Famiglia mi stringe la mano prima di occupare la sedia che lo aspettava. Osserva il panorama che gli offre la posizione privilegiata della sua tenuta e poi recupera il telefonino dalla tasca dei calzoni.
«Come lo prendi il caffè?» chiede.
«Senza cianuro» rispondo.
«Portane due lisci» ordina lui al telefono. Troppo incomodo rifarsi i cento metri fino alla villa.
«Non lo trovi splendido?» mi fa accennando a ciò che dominiamo: Torino distesa ai nostri piedi. «Da qui si vede la Mole Antonelliana. E anche il nostro stadio.»
Me li indica entrambi. La prima, svettante in mezzo all’ammucchiata dei tetti. Il secondo, innestato ai margini dell’agglomerato urbano.
Faccio cenno di sì, che li ho localizzati.
«Li vedi quelli là? Sono i pennoni dello Stadium. Alti esattamente la metà della Mole» mi istruisce.
«E ciò per dirmi cosa?» lo interrompo. «Che tutto questo un giorno sarà mio?»
«Tutto questo non sarà mai tuo» dice il Rampollo di Famiglia. «Non lo ami abbastanza. Non ancora, almeno» continua. «La Mole e lo Stadium: ecco i due veri simboli di Torino.»
«Torino è granata» lo provoco.
«Torino può anche essere granata o a pois lilla. Non importa» dice lui. «La nostra società rappresenta qualcos’altro. Non solo una città, un posto fisico, concreto, ancorato. E non solo una comunità. Noi siamo qualcosa di più profondo di una squadra di calcio.»
«Sarebbe a dire?»
«Noi incarniamo un’idea.»
«Che idea?»
«La vittoria.»
«E che idea sarebbe?»
«È tutto ciò che manca alla gente» fa il Rampollo di Famiglia. «Tutto ciò per cui è disposta a pagare.»
«Stai parlando di tifosi o di clienti?»
«Fa differenza?»
«Ultimamente gli affari stanno andando male.»
«Tre anni senza titoli per noi sono un’eternità.»
«Dovrai fartene una ragione.»
«Ho già in mente un piano.»
«Quale?»
«È per questo che ti ho chiamato.»
«Come posso aiutarti?»
«Non riesci a immaginarlo?» mi chiede.
Sì, riesco a immaginarlo. Posso aiutarlo facendo il mio mestiere. Ma rinnegando le mie convinzioni. Posso aiutarlo tradendo me stesso.
«Tu vuoi che io alleni la tua squadra» gli rispondo.
«Ti sbagli» dice il padrone di casa, il padrone del vapore, il Rampollo di Famiglia, il Presidente della Fottuta Signora Football Club. «Io voglio che tu, la mia squadra, la faccia vincere.»
La fine di ciò che voglio. L’inizio di ciò che sono.