II.Monsieur Floçon, il capo della Sûreté, era un uomo mattiniero, e fece la sua comparsa in ufficio alle sette del mattino.
Abitava proprio all’angolo di Rue des Arcs, a due passi dalla Prefettura. Ma anche adesso, appena dopo l’alba, era vestito impeccabilmente, come si confaceva ad un funzionario ministeriale. Indossava un cappotto con una rendigote e una immacolata cravatta bianca; sotto il braccio portava la cartella piena di rapporti, verbali e documenti sui casi di cui si stava occupando.
Era nel complesso un ometto molto preciso ed elegante, con un atteggiamento calmo e irreprensibile, con un volto mite ma pensieroso nel quale due piccoli occhi di furetto brillavano dietro gli occhiali cerchiati in oro. Ma quando le cose andavano storte, quando aveva a che fare con degli idioti, quando sentiva puzza di bruciato o quando sentiva il nemico vicino diventava feroce come un terrier.
Si era appena seduto alla sua scrivania e aveva incominciato a sistemare le sue carte, che, essendo molto metodico, teneva ordinatamente in pila ognuna avvolta in una vecchia copia de Le Figaro, quando fu chiamato al telefono. I suoi servizi erano urgentemente richiesti, come sappiamo, alla Gare de Lyons, e la comunicazione era quella che segue:
“Crimine sul treno 45. Uomo assassinato nel vagone letto. Tutti i passeggeri trattenuti. Prego venire subito. Urgente”
Fu chiamata subito una carrozza e, accompagnato da Galipaud e Block, i primi due ispettori in servizio, monsieur Floçon, attraversò più in fretta che poteva Parigi.
Gli vennero incontro fuori dalla stazione, proprio sotto la grande veranda, due ufficiali di polizia che gli fecero un breve resoconto dell’accaduto, in base alle informazioni che avevano.
— I passeggeri sono stati trattenuti? — chiese subito monsieur Floçon.
— Soltanto quelli della carrozza letto…
— Eh, no! Avrebbero dovuto essere trattenuti tutti… almeno sino a quando non fossero state prese le generalità di ciascuno. Chi sa che cosa non sarebbero stati capaci di dire?
Si supponeva che, visto che il delitto era stato presumibilmente compiuto mentre il treno era in movimento, solo quelli della carrozza in questione potevano esservi implicati.
— Non si dovrebbe mai saltare alle conclusioni— disse il capo stizzosamente. — Bene, mostratemi il ruolino del treno – la lista dei passeggeri del vagone letto.
— Non si riesce a trovare, signore.
— Impossibile! Diamine, è compito dell’addetto alla carrozza mostrarlo alla fine del viaggio ai suoi superiori e, secondo la legge, a noi. Dov’è quest’uomo? In custodia?
— Certamente, signore, ma c’è qualche cosa che non va.
— Lo sapevo! Niente del genere dovrebbe verificarsi senza che ne sia a conoscenza. Se stava facendo il suo dovere… a meno che, certo… ma non facciamo congetture affrettate.
— Ha anche perso i biglietti dei passeggeri, che invece, come sapete, dovrebbe conservare fino alla fine del viaggio. Dopo il delitto però ha smarrito il libriccino dove erano custoditi. Conteneva tutte le sue carte.
— Di male in peggio. C’è sotto qualche cosa. Portatemi da lui. Aspettate un attimo, posso avere una stanza privata vicina a quella dove sono i prigionieri, i sospettati? Sarà necessario fare un’inchiesta, e prendere le loro deposizioni. Il giudice verrà qui immediatamente.
Monsieur Floçon si installò subito in una stanza comunicante con la sala d’aspetto e in via preliminare, prima ancora di procedere a un accurato esame del vagone letto, ordinò che l’inserviente fosse fatto entrare per rispondere ad alcune domande.
L’inserviente addetto al vagone letto, Ludwig Groote, come subito si presentò, trentadue anni, nato ad Amsterdam, aveva l’aria di un uomo così indolente, goffo, dagli occhi spenti, che monsieur Floçon lo accolse con un aspro rimprovero.
— Allora. Sveglia! Siete sempre così? — gridò.
Il facchino guardava davanti a sé sempre con occhi spenti e tardò a rispondere.
— Siete ubriaco?… Possibile? — gli venne improvvisamente un forte sospetto, e proseguì:
— Cosa stavate facendo tra Laroche e Parigi? Stavate dormendo?
L’uomo si scosse un po’. — Penso di avere dormito. Sì, devo avere dormito. Ero molto stanco. Sono stato sveglio due notti di seguito; ma è sempre così, e non mi sento così di solito. Non capisco.
— Ah! — Floçon, pensò di aver indovinato. — Avvertivate già questa sonnolenza prima di lasciare Laroche?
— No, signore, certamente no. Mi sentivo bene fino ad allora… proprio bene.
— Hum, giusto, capisco — e l’ometto si avvicinò al controllore che stava lì impacciato e cominciò ad annusarlo. — Sì, sì. — Sniff, sniff, il piccoletto gli saltellò attorno, con una mano gli afferrò la testa e con l’altra gli abbassò la palpebra per controllargli il fondo dell’occhio, lo annusò ancora un po’ e poi tornò a sedere.
— Perfetto. E adesso, dov’è il vostro ruolino di marcia?
— Scusatemi signore, ma non lo trovo.
— Questo è assurdo. Dove lo tenete? Guardate di nuovo… frugate… devo averlo.
Il facchino scosse la testa disperatamente.
— Non c’è più, signore, e neanche il mio libriccino.
— Ma le vostre carte, i biglietti…
— Era tutto dentro, signore. Deve essermi caduto.
Strano, molto strano, però… ciò doveva essere tenuto a mente, per il momento.
Sarebbe potuto tornare utile.
— Potete darmi i nomi dei passeggeri?
— No, signore. Non esattamente. Non riesco a ricordare, non riesco neanche a distinguerli tra loro.
“Fichtre! È irritante. Pensare che ho a che fare con un uomo così stupido… un tale idiota, asino!” — Almeno sapete come erano occupate le cuccette, quante persone c’erano in ciascun scompartimento, e chi erano? Sì? Riuscite a dirmi questo? Bene, andate avanti. E forse riuscirete a dirmi i posti che occupavano i passeggeri e i loro nomi. E adesso per favore! Quanti posti aveva il vagone?
— Sedici. C’erano due scompartimenti con quattro cuccette ciascuno, e quattro scompartimenti con due cuccette l’uno.
— Allora, cerchiamo di fare un disegno. Lo farò io. Va bene così? — e il commissario abbozzò un diagramma.
— Qui abbiamo i sei scompartimenti. Adesso prendiamo lo scompartimento “a”, con le cuccette 1, 2, 3 e 4. Erano tutte occupate?
— No, solo due, da due inglesi. Lo so perché parlavano inglese, che io capisco un po’. Uno era un militare; l’altro penso un ecclesiastico o un prete.
— Bene! Questo possiamo verificarlo direttamente. Ora, scompartimento “b”, con le cuccette 5 e 6. Chi c’era?
— Un signore. Non ricordo il suo nome. Ma saprei riconoscerlo.
— Andiamo avanti. Nello scompartimento “c”, due cuccette, 7 e 8?
— Anche qui un signore. È stato lui a… voglio dire, che è qui che è avvenuto il delitto.
— Ah, è così, nelle cuccette 7 e 8? Molto bene. E in quello dopo, nelle cuccette 9 e 10?
— Una signora. L’unica donna. Veniva da Roma.
— Un momento. E gli altri passeggeri da dove venivano? Qualcuno di loro è salito durante il viaggio?
— No, monsieur; tutti i passeggeri sono partiti da Roma.
— Anche la vittima? Era di Roma?
— Questo non saprei dirlo, ma è salito alla stazione di Roma.
— Molto bene. Questa signora… era da sola?
— Nello scompartimento, sì. Ma non del tutto.
— Non capisco.
— Aveva una cameriera con lei.
— Nella carrozza?
— No, non nella carrozza. Viaggiava in seconda classe. Ma ogni tanto raggiungeva la sua padrona.
— Per servirla, suppongo?
— Be’, sì, signore, quando glielo permettevo. Ma veniva troppo spesso, e sono stato costretto a lamentarmi con madame la contessa…
— Era una contessa, allora?
— La cameriera si rivolgeva a lei chiamandola così. Ecco come lo so. L’ho sentito.
— Quando avete visto per l’ultima volta la cameriera della signora?
— Ieri sera. Credo a Amberieux, alle otto circa.
— Non questa mattina?
— No, signore. Ne sono proprio sicuro.
— Non a Laroche? Non ha raggiunto la sua padrona all’ultima fermata, quando questa avrebbe probabilmente avuto bisogno di lei, per alzarsi e vestirsi?
— No, non l’avrei permesso.
— E dov’è la cameriera adesso? Lo sapete?
L’inserviente lo guardò con aria da perfetto imbecille.
— Sarà sicuramente da qualche parte, alla stazione o nelle vicinanze. Non credo che abbandonerebbe adesso la sua padrona — disse stupidamente alla fine.
— A ogni modo, possiamo verificare subito. — Il commissario si girò verso uno dei suoi assistenti, i quali erano rimasti di fronte a lui, in piedi, tutto il tempo e disse:
— Galipaud, andate fuori a vedere. No, aspettate. Sono idiota quasi come questo sempliciotto. Descrivetemi questa cameriera.
— Alta, magra, con occhi e capelli molto scuri. Tutta vestita di nero, anche il cappellino. Non riesco a ricordare altro.
— Trovatela, Galipaud… e sorvegliatela. Potremmo avere bisogno di lei… Adesso non posso dirlo, ma anche se sembra non aver niente a che fare con il delitto, è meglio che sia a portata di mano. — Poi, girandosi verso il controllore, continuò. — Continuate, prego. Avete detto che lo scompartimento “d” era occupato dalla donna. Bene, e le cuccette 11 e 12?
— Quello scompartimento è rimasto vuoto per tutto il viaggio.
— E l’ultimo scompartimento, quello da quattro?
— C’erano due cuccette occupate da due francesi, almeno credo che lo fossero. Tra loro parlavano francese, e anche con me.
— Bene, adesso abbiamo tutto. Restate qui per favore, io andrò a chiamare i passeggeri. Determineremo i loro posti, e sentiremo i nomi da loro stessi. Block, fateli entrare uno a uno.