Quando il piacere arrivò al suo apice le fronde degli alberi frusciarono e l’acqua dello stagno si increspò di nuovo, mentre dalle mie labbra uscivano sospiri soffocati e da quelle di Syryt un basso ansito. Rimasi su di lui, la testa sulla sua spalla. Syryt mi accarezzò i capelli e la schiena, rilassato. «È bella, la tua magia» mormorò. Sorrisi contro la sua spalla. «Non è proprio magia, sai. Più che altro è quel che sono». «Signore Thygarest». Alzai la testa di scatto. Sulla riva dello stagno giganteggiava una figura parzialmente in ombra, ferma. Mi irrigidii, valutando senza neanche pensarci le possibilità che avevo: attacco o fuga. Impossibile attaccare. La fuga era forse possibile, ma... «Qua’kal?» chiese Syryt, voltando la testa e socchiudendo gli occhi. «Sì, signore» disse il

