3. A Carnevale ogni scherzo vale…

1968 Words
3. A Carnevale ogni scherzo vale… Via Moretto da Brescia, tarda serata. Il commissario e Venditti sembrano due non morti transilvani che fanno la scorta al conte Dracula, in arte Fernet. Camminano per una trentina di metri, il commissario a destra, Venditti a sinistra e Lazzati nel mezzo. Il Fernet ha il capo chino e tiene le mani incrociate davanti al petto come se non fosse ancora uscito dal personaggio. “A’ botolo?” dice Venditti rivolto a Fernet che non si volta, “A’ nosfera’? Famo che te metti a cammina’ come se deve che nun c’ho voja de fa na’ figura demmerda. Tra l’altro da ’ste parti ce abita ’na pischella niente male che viene da Blera, sui monti vicino Roma. Je l’ho raccontato de ’sta fijola commissa’? Peruzzi Angela, de nome, ma je ne dovrebbero da’ artri du’ de nomi pe’ er davanti. Me spiego? Ha ‘n davanzale che se se mettesse a canta’, potrebbero fa’ solista e coro!” “Cominciamo malissimo, Venditti” grida categorico Malaspina, “e tu Fernet, mettiti le mani in tasca. Non hai un po’ di freddo? C’è anche la luna quasi piena.” “Quello è er lupo mannaro commissa’.” “Venditti cuciti la bocca, e non rompere le balle al Fernet. È pur sempre un testimone e una persona informata sui fatti.” Via Moretto da Brescia è illuminata da pochi lampioni che traballano per la scarsa tensione elettrica. Succede spesso ultimamente, e tutti incolpano la crisi. Stasera invece, a Fernet piace pensare che questi occhi bianchi, forse, si chiudano come saracinesche a mezz’asta per rispetto alla povera morta. Il caseggiato popolare dove viveva Guendalina Falci è un vero e proprio groviglio di scale e di ingressi ciechi. Così il trio Lescano si ferma davanti al cancello, incastonato in un porticato che ricorda una vecchia cascina. “È chiuso, commissa’” dice Venditti. “Per forsa, simpatia! Cosa facciamo teniamo tutto spalancato così i giargianesi vengono a darci la buonanotte direttamente sul pianerottolo? Vedete di menare le tolle capito, sennò vi tiro in testa tutti i vasi di mia suocera, che a me i fiori mi fanno schifo.” A rispondere è un donnone di circa un metro e ottanta per centoquaranta chili, affacciata al balcone del primo piano. “Polizia” dice il Mala “commissario Benito Malaspina, agente Venditti e…” “Uè menapirla, c’ho scritto Gioconda sulla fronte? Va’ che hai sbagliato pittore. Piazza Leonardo è giù di là. Lasciate perdere le mascherate alla vostra età. Il poliziotto, il vampiro e il maniaco con lo spolverino. Andì a dà via el cuu. A dar via il culo dovete andare, capito? Arrigooo! C’è qui l’anonima onanisti sotto al balcone!” grida il donnone mentre rientra in casa e sbatte le persiane di legno. Non fosse che hanno appena ritrovato una ragazza di venticinque anni morta dissanguata, Malaspina monterebbe in macchina, tornerebbe a casa da sua moglie e s’infilerebbe a letto. L’indomani svegliandosi ripenserebbe a questo brutto sogno in cui il Lazzati ha azzannato una donna come fosse un vampiro. Ma la povera Guendalina Falci è morta davvero. Ha sognato il suo ultimo incubo e il commissario sa che proprio lì dovrà indagare, nell’incubo di questa bidella di periferia. Un giovanotto esce di corsa dal cortile, non li degna nemmeno di uno sguardo e fila come un fulmine verso viale Romagna. “Gli ho fatto paura?” dice Fernet “Brutto son brutto, ma ho già fatto svenire la vecchia e la mia autostima è ai minimi storici.” “No, ciula, sta andando a prendere l’autobus” dice Malaspina, mentre una 90 illuminata, come un albero di Natale tardivo sfreccia davanti alla fermata e lascia a piedi il ragazzo. “A commissa’ entriamo?” “Ma se è chiuso, Venditti. Cazzo hai il teletrasporto?” “Ho messo er piede. Er pischello che è uscito nun ha chiuso e io ho fermato er cancello.” Il terzetto entra nel cortile. Il cancello sbatte e un gatto nero sfreccia davanti a loro. “Io vi aspetto qui” dice Fernet. Malaspina se li è lasciati alle spalle e ha citofonato al primo portone del cortile. Gli ha risposto un terrone che ha capito che non scherzava e non appena ha visto la carta d’identità della morta gli ha detto dove abitava. “Scala D, alloggio tredici, terzo piano. Era la bidellina. La chiamiamo così in cortile perché è bella e minuta. Un fiore commissario, che c’aveva anche…” “La ringrazio” dice Malaspina senza farlo finire “ci è stato molto utile. Buona notte.” “Andiamo, voi due. Veloci.” Venditti e Fernet si affrettano dietro al commissario mentre le finestre sul cortile iniziano ad accendersi, le persiane si aprono, decine di occhi seguono la scena e la cicciona di prima ha un rimpianto. Poteva averla lei la notizia di prima mano, invece così dovrà farsela raccontare domattina da qualche anima pia. Davanti alla scala D Malaspina picchia contro il portoncino e lo trova aperto. “Saliamo, alloggio tredici.” Cazzo! È una congiura. L’anno prossimo a Carnevale vado al ristorante cinese come faccio il dicia… pensa Fernet mentre sale le scale e il fiato gli si mozza gradino dopo gradino. Malaspina conta i piani. Intanto, sui pianerottoli, dietro alle porte, si sentono i piatti negli acquai e le ultime risate dei bambini prima di andare a letto. Famiglie che finiscono serenamente la propria giornata e che non pensano al commissario Malaspina e a Venditti ai quali mancava solo mezz’ora alla fine del turno quando è arrivata la chiamata, e adesso invece chissà quando toccheranno il letto. Il terzo piano appare a Fernet come un miraggio, nemmeno fosse l’Everest o il K2. Malaspina è iperattivo, Venditti dal canto suo ha lasciato il cervello al piano di sotto, dove dall’uscio di una famiglia di chiare origini pugliesi veniva il profumo inconfondibile delle cime di rapa fresche scottate con il peperoncino e l’aglio. La porta dell’alloggio 13 è socchiusa. Malaspina prima di entrare ispeziona il resto del pianerottolo: due alloggi sono piombati con lastre di stagno spesse quanto un dito. Sgomberi o alloggi in attesa di assegnazione, con la crisi che c’è e la svalutazione, la casa non è solo un diritto come sentiva quando stava alla Politica, la casa è un lusso e una necessità. Malaspina dà un occhiata a Venditti, gli fa segno di coprirgli le spalle, poi mette una mano sulla panza del Fernet e lo sposta di lato. “Polizia” dice e spalanca la porta. Il bilocale è uno specchio e profuma di cibo. Una stanza da letto, un soggiorno con cucina e la porta di quello che deve essere il bagno. La carta da parati è beige, di quella standard che lo I.A.C.P. dà in dotazione con l’alloggio. “Dai un occhiata in bagno, Venditti.” Dice il commissario, che si dirige verso la camera da letto. Fernet intanto gira per il soggiorno con le mani in tasca per non lasciare tracce. Lo incuriosisce una piccola credenza dove la signorina tiene le sue povere vanità. Una collana di perle chiaramente finte, una catenina con il ciondolo di San Giuda, patrono delle cause perse, e il cartellino di riconoscimento della scuola dove faceva la bidella. “La camera da letto è pulita” dice Malaspina, uscendo “la signorina non scialava di certo in quanto a vestiti e arredamento. Di là c’è un letto, un armadio a due ante e un pouf di pelle sintetica.” Venditti esce dal bagno con in mano una salvietta di spugna. “Cazzo fai?” gli chiede Malaspina. “Ho controllato che nun ce fosse droghe o arte cose, però lo sa come s’incazza Sassi se quando fa le analisi ce trova l’impronte nostre no?” Malaspina si mette le mani in tasca e fa mente locale su quante impronte ha lasciato in camera da letto. Fernet sorride, ma la tristezza di questa casa, ormai vuota, ha già preso il sopravvento su di lui. E tutto quello che lo circonda non è più vita e sentimento, tutto si è trasformato in cronaca, in storia da raccontare. Solo dopo, scrivendo, distillerà come un amaro liquore tutto il dolore di questa scena. “Nun c’è niente commissa’, però me so’ fatto un’idea strana.” “Strana?” “Beh, ce sono preservativi, pochi trucchi e delle guêpière stese ad asciugare. Insomma, me pare chiaro che la signorina se arrangiava pure con un secondo lavoro.” “E che cosa non ti torna?” “Nun me torna che cosa ci facciano du’ biberon e ’na sacca de ciripà pe’ bambini.” “Farà anche la bambinaia no?” Il pianto di un bambino interrompe la conversazione, e si fa più prepotente. Proviene da una piccola porticina di fianco al mobile della cucina. “Lo sgabuzzino” dice Venditti. Il piccolo è nascosto fra la cesta dei panni sporchi e una tinozza, è avvolto in una tutina azzurra e urla come un’aquila. Venditti lo prende in braccio e quello gli rigurgita dritto sulla divisa. “Anvedi sto fijo de na’… Mejo che me sto zitto” dice e lo passa a Lazzati che l’unica cosa che ha tenuto in braccio, più grossa di una bottiglia di Fernet da litro è una bottiglia di Fernet da bar. Due litri di poesia. Il bimbo frigna come se avesse quattro polmoni, allora Malaspina si ficca in bagno, prende un biberon, lo svita, annusa, camomilla, lo riavvita e torna in soggiorno. “Dai qua” dice e prende il bambino, “si fa così.” Gli rifila il biberon e quello si mette a succhiare e la finisce immantinente di piangere. “Anvedi che tocco” dice Venditti, poi ammutolisce perché sa che il suo superiore di figli ne vorrebbe, ma lui e la moglie non possono averne. Malaspina gira per casa con il bambino in braccio e fa segno a Venditti di aprire i vari armadietti. Niente di niente. Due foto con un ragazzo, nessuna di lei incinta e neppure con il piccolino. “Se è figlio della donna, questo qui, è appena diventato orfano.” “Commissa’, ce l’avrà un padre, no? Anche se la carta d’identità dice nubile…” “Per forza, ma magari è morto pure quello. Oppure la donna non lo vedeva più o forse era una ragazza madre.” “O forse non è suo e stasera faceva la baby-sitter. Cosa facciamo con il frugoletto?” chiede Fernet. “Lo portiamo all’ospedale qui dietro, la clinica Macedonio Melloni. Lì c’è un presidio dei servizi sociali. Si prenderanno cura di lui stasera, poi se troviamo qualche parente inizieranno le procedure d’affido.” “Secondo me, lo ha nascosto perché non voleva che chi l’ha uccisa lo trovasse. Quello è entrato, lei lo ha portato fuori per paura che facesse qualcosa al bambino e poi è andata come sappiamo.” “Possibile” dice Fernet. “Venditti vai a chiedere se i vicini hanno visto o sentito qualcosa.” “Agli ordini.” “Lo portiamo noi all’ospedale?” “Sì, non ho voglia di aspettare la lettiga e nemmeno il magistrato. Dirò a Venditti di aspettarli qui.” “Che strano delitto.” “Sono tutti strani, caro il mio cronista, dovresti saperlo.” Venditti entra in casa con una coppia di anziani signori. Marito e moglie. All’anagrafe Federica Gobetti e Marcantonio Borghi. Faranno centosettant’anni in due e sembrano due talpe, perché non si accorgono nemmeno del Fernet e del suo bel travestimento. “Commissa’, i signori Borghi qui, me dicono che se chiama Sebastiano. Er pupo, vojo di’.” “Avete sentito qualcosa di strano stasera?” “No” lo interrompe Venditti “senti’ e vede’ nun è proprio er loro forte.” “SEBASTIANO STA BENE? DOV’È LA GUENDALINA? LE È SUCCESSO QUALCHE COSA, POVERA STELLA?” Grida la signora Gobetti in Borghi. “E PER FORSA, SE G’HE’ LA POLIZIA LE SARà SUCCESSA UNA DISGRAZIA!” Il contrafforte arriva dal Borghi. “Signori Borghi, scusate, sapete chi è il padre di Sebastiano” chiede Malaspina, senza ricevere risposta. “Ce provo io” dice Venditti, e prende un lungo respiro, “CHI È IL PADRE DI SEBASTIANO?” “NON GRIDI GIOVANOTTO, SIAMO VECCHI, MICA SORDI!” dice la moglie. “SEBASTIANO È FIGLIO DELL’AMORE, CARO MIO!” chiude il marito. Ecco, come pensava il commissario nessun parente prossimo. Vagli a chiedere a questi due di parenti alla lontana, pensa mentre muore dalla voglia di fumare, ma non può perché il piccolo Sebastiano si è addormentato come un angioletto. “Senti Venditti, sbrigatela tu con i signori Borghi e aspetta qui il magistrato e i colleghi d’accordo?” “Agli ordini” “Andiamo Fernet. Ah Venditti, cerca di scoprire dove lavorava la signorina.” “All’Istituto Rizzoli per le Arti Grafiche, in via Botticelli” dice sicuro Fernet che ha recuperato la medaglietta della morta. “Hai la sfera di cristallo?” “Non ho letto il cartellino di riconoscimento.” Stasera al commissario non ne va bene una. Sebastiano, in braccio al Fernet, dorme tranquillo e ignaro. Il commissario guida verso la clinica Macedonio Melloni, sul sedile posteriore una sacca con qualche vestitino del piccolo che Venditti ha trovato nell’armadio in camera da letto. Le vie al di là di viale Campania, poco più in là della casa di Guendalina Falci, sono scure e formano un labirinto intricato. Il commissario raggiunge l’ospedale, rallenta, quasi si ferma, poi accelera e tira dritto. “Guarda che la clinica era lì” dice Fernet. “Lo so, ma gli ospedali non sono posti per bambini” risponde Malaspina che si perde verso la circonvallazione interna, verso la Besana e si ferma davanti a un bar. Lascia la macchina in folle, entra nel bar e chiede del telefono. “Amore, sono io. Prepara la camera degli ospiti.”
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