I

2440 Words
INel Corso Garibaldi, la polvere aveva un ruolo centrale. L’amministrazione regia tergiversava nel concedere i fondi per la pavimentazione della strada principale del paese. E il sindaco, l’unico con cui i cittadini potevano sfogare le loro ire, ne era incolpato con minacce e parole pesanti. Il notaio Cangemi che, sebbene l’età, non aveva dimenticato del tutto il suo stile da vecchio ufficiale borbonico, aveva addirittura chiesto una raccomandazione a Maria Sofia. Come si era potuto convincere che le fantasie rivoluzionarie dell’ex Regina di Napoli contro gli attuali sovrani avessero la forza di contribuire a far sì che il corso conoscesse una decente sistemazione, era il quesito che la gente e soprattutto il povero sindaco si ponevano con rabbia. All’imbrunire, dopo una lunga giornata di lavoro, Turi Musumeci, mugnaio del paese, camminava nel corso e il pulviscolo non gli dava alcun fastidio. Come sempre, la sua mente era impegnata ad escogitare nuovi sistemi per fare concorrenza al mulino a cilindri del principe di Granata, signore della zona, proprietario terriero e fondatore del paese. – Mastro Turiddu –, chiamò la balia, affacciandosi dal balcone della palazzina di sua proprietà. Turi Musumeci alzò gli occhi e la barba rossa si confuse con il colore del suo volto acceso dal furore. – Che cosa vuoi a quest’ora! – urlò. E la risposta violenta non era riferita all’orario, ma alla molestia subita sentendosi chiamare mastro. – Lo volevano capire o no familiari, dipendenti e servitori compresi che, per non essere meno del principe, aveva sborsato una somma enorme per acquistare il baronato di Mezzocannolo, località sperduta nelle campagne sopra Granata di Sicilia! – pensò Turi stizzito, mentre osservava donna Gaetanina dai seni sproporzionati e i fianchi da matrona. – Padrone, barone... quello che siete, vostra nuora partorendo sta –, disse la donna come avesse letto i suoi pensieri e scomparendo subito dentro casa. Turi Musumeci sbiancò. Improvvisamente, il suo volto da troppo rosso diventò troppo bianco. Era maschio ed era una certezza. Quest’altro Turi sarebbe stato barone e industriale. Tornò indietro verso Piazza Stazione e il mulino. – Vincenzo, finiscila per oggi e vai a casa. Tua moglie sta figliando –, gridò Turi, ancora sul piazzale antistante la fabbrica. La porta del magazzino della merce in uscita si aprì e un giovane alto, dai capelli castano chiari e bello come il sole, uscì veloce all’aperto. – Che cosa hai detto, papà? – chiese il giovane. – Ma guarda come sei fituso, fai proprio schifo. Perché ti ho fatto studiare, forse per vederti sempre bianco di farina? – tuonò il barone. – Papà, ripeti sempre lo stesso discorso. Mi hai messo il mulino nelle mani e devo conoscere il grano e macinarlo per bene. Al contrario, temo che nel futuro avrò poca possibilità di fare i conti dietro una scrivania. Non ci sono più i muli a girare le macine e con le macchine è tutto diverso –, disse Vincenzo Musumeci, in un fiato. Le parole del figlio lo zittirono. – Il mio ragazzo è un genio –, pensò Turi, ammirato. – Se soltanto apprezzasse il feudo che gli ho comprato. Ma per lui la fabbrica è tutto e speriamo che duri. Il principe è ricco e i suoi soldi possono stritolare chiunque –. Si guardò bene, però, dall’esprimersi ad alta voce. Turi Musumeci puntò il suo bastone dall’impugnatura di madreperla in direzione della palazzina e, aggiustandosi con la mano sinistra il bavero destro della giacca di velluto a coste, tornò a rivolgersi al giovane. – Vai a casa e auguriamoci che tuo figlio voglia fare il gran signore nella vita. Sta per nascere. Tua moglie è in travaglio. – Oh, papà. E tu mi fai ancora perdere del tempo! – Vincenzo Musumeci corse via come un matto. “Corri”, continuò a pensare Turi. “Anche quest’industria è stata fatta per te.” Così, mentre badava ai suoi pensieri, varcò la soglia del premiato stabilimento Musumeci. Il mulino lo aveva creato dal nulla, con una macina in pietra e due muli. Erano passati tanti anni, una vita. Le avventure e le privazioni del periodo iniziale avevano poi ceduto il passo al successo dell’impresa e alla nuova considerazione dei paesani e soprattutto del principe, che graziosamente lo aveva autorizzato ad aumentare la produzione fino ad ottanta quintali giornalieri di farina per la panificazione. Oltre quella quantità il principe–padrone non gli consentì mai di produrre: Granata era il suo regno. Le continue richieste di Turi alla Regia Camera di Commercio, tese ad ottenere una licenza per maggiori quantitativi, erano da un decennio senza risposte. Intanto il principe, oltre che con le terre, continuava ad ingrassare vendendo i duecento quintali giornalieri di farina, che uscivano dal mulino a mare della Casa di Granata. Per esasperazione e non per altro Turi Musumeci comprò Mezzocannolo e divenne barone. Sperava che il nuovo rango potesse dare maggior credito alle aspirazioni d’ampliamento dell’attività industriale. Purtroppo, non aveva fatto i conti con un’altra realtà: il principe era pure Senatore del Regno. E nulla si poteva ottenere dalla burocrazia, senza la politica unita alla proprietà della terra e qualcosa in più. Poco cambiava in Sicilia, di fatto i nobili eredi dei Gattopardi erano in declino e già vedevano dissolvere le loro immense fortune, ma alcuni di questi amavano troppo il potere e rifiutavano l’idea di perderlo. Accanto a loro, nel crepuscolo di quella civiltà, erano arrivate le iene. Prima li avrebbero serviti e poi ne avrebbero occupato il posto. Intanto, l’unico seggio della zona al Parlamento di Roma era occupato a vita dal principe di Granata. “Quella troia della politica vale quanto un pezzo di terra”, rifletteva Turi in silenzio, “ed io non la posso comprare, oltre ad essere troppo vecchio perché la pratichi.” C’era un altro mugnaio in paese. Era il cavaliere Matteo Rao. Il cavaliere era un uomo buono. Un borghese come i Musumeci che, però, non faceva concorrenza al principe. Il suo piccolo mulino produceva semola di grano duro unicamente per il pastificio di proprietà. E siccome Sua Eccellenza credeva nel pane più che nella pasta, lo lasciava vivere. I principi di Granata erano da secoli i signori del pane e questo la gente lo sapeva. Quando qualcuno tentava di inserirsi nel settore delle farine, o falliva e chiudeva lo stabilimento, o si dedicava alla produzione di pasta alimentare come i vicini pastai di Termini Imerese. Turi Musumeci, invece, non si era fatto il pastificio e il suo mulino lavorava per i panettieri: quei pochi disposti ad avere come nemico il principe e quelli che il grande opificio di Granata non riusciva a servire. Preoccupato, Turi osservava i venti operai al lavoro. Tutti padri di famiglia ai quali si era aggiunto il figlio, l’orgoglio della sua vita. Vincenzo aveva imparato da bambino a selezionare le farine prodotte e sapeva scegliere i migliori grani da macinare. Era diplomato in ragioneria e un contabile in azienda, quando nessuno pensava a dare istruzione ai figli, costituiva un capitale di inestimabile valore. Il credito e la finanza avrebbero presto fatto la fortuna di un’impresa. Il sole di maggio entrava dai balconi di Corso Garibaldi. Dentro la camera sobriamente arredata con buoni mobili siciliani dell’Ottocento, Ada Caronia, la moglie di Vincenzo Musumeci, stava sul letto e stringeva tra le mani chiuse il rosario. Era preda delle doglie e la balia di famiglia era preoccupata. Il travaglio durava da troppe ore. – Tana, sto morendo. Non ce la faccio più! – gridò Ada, con voce isterica. – Signora Ada, respira. Non ti scantari, tutto normale è –, disse donna Gaetanina, mentre con un fazzoletto di pizzo e merletti asciugava il sudore dal viso della donna. La doppia porta della stanza da letto si aprì ed entrò Vincenzo. Nei suoi occhi verdi c’era gioia ed eccitazione. – Fra quanto sarà il momento? – chiese. – Manca poco. Forse un paio di ore –, disse la balia. Poi, abbassò il tono della voce. – La signora mi preoccupa. Troppo nervosa è. – La calmo io. Lei prepari il necessario –, disse Vincenzo. Ada guardò il marito e non gli sembrò contento come quando era entrato in camera. Singhiozzò. Nei due anni di matrimonio trascorsi, Vincenzo era intervenuto diverse volte per tranquillizzarla. Spesso lei era vittima di paure inesistenti e di crisi depressive di ogni tipo. – Ada –, disse Vincenzo, prendendole una mano. – Devi essere forte. Sta nascendo nostro figlio. Ada Caronia si sentiva una bambina piccola e smarrita, ancora più piccina della sua giovane età. Alta un metro e cinquantacinque centimetri, prima della gravidanza pesava quarantacinque chili. La domenica mattina, in chiesa, Vincenzo sembrava suo padre. Aveva gli occhi di un azzurro trasparente, ma la nebbia che a volte avvolgeva la sua mente li rendeva spesso inespressivi. Lo sguardo smarrito di Ada si posò ancora sul volto rassicurante di Vincenzo e trovò, per un attimo, riposo e riparo. Vincenzo le sorrideva dolcemente. – Ti darò un bel figlio Vincenzo e ... non mi vorrai male se sarà una bambina, vero? – Certo che no, amore mio. Certo che no. Il sorriso e la smorfia caratteristica della bocca e del naso di Vincenzo si fecero larghi e pieni. La pelle del volto e i lineamenti quasi nilotici, ereditati dalla madre, lo facevano apparire ai suoi occhi come un dio dell’antico Egitto. Si sentì meglio e iniziò a prepararsi al parto con animo sereno. “Poi vedrò come farti curare”, pensò Vincenzo, in silenzio. Gli occhi di Ada, ora, avevano lo scintillio delle pietre più preziose. Donna Gaetanina si chinò nuovamente e osservò che la dilatazione era a buon punto. In base alla sua esperienza, stabilì che ormai era quasi il momento e ordinò alle domestiche di casa di portare acqua, panni caldi e federe di cuscino. Poi sistemò la vecchia cassapanca, sulla quale era nato Turi Musumeci, accanto al letto della futura baronessa. Vincenzo uscì dalla stanza. Nei salotti già sostava da qualche ora tutta la parentela. Dalla finestra che dava sulla strada, Vincenzo guardò in basso e controllò Capizzi sul calesse, pronto a portare la notizia al barone. Sorrise. Non riusciva proprio ad immaginare uno come Capizzi al volante di un’automobile e nelle vesti di un perfetto autista. Intanto, suo padre lo aveva destinato a quel miglioramento. Turi Musumeci sognava di acquistare un’automobile, per fare morire d’invidia il principe. L’attesa era febbrile. Di tanto in tanto, la zia Norina Reitano Musumeci, sorella del barone e proprietaria di una quota del mulino, si affacciava dal vano della scala di marmo che collegava i piani della palazzina. – Vincenzo, Vincenzo, ancora niente?– – Signora zia, sente vagiti? – Vincenzo rispondeva ogni volta con la stessa domanda, sforzandosi di mostrarsi cortese. Trascorsa un’altra mezz’ora di inutile attesa, la zia Norina tornò alla carica. – Sarebbe il caso che tu venissi giù e dicessi qualcosa ai parenti. Sono così impazienti –, disse la zia, richiamando il nipote ai doveri dell’ospitalità che non doveva venire meno anche quando le circostanze richiedevano, forse, maggiore riservatezza. – Sono tutti ansiosi di sapere se il figlio di una pazza nascerà mongoloide o strillone –, pensò Vincenzo, poi rispose. – Vengo subito, così potrò scusarmi per aver fatto attendere. Mario Fidone, il nuovo medico di Granata, arrivò in casa Musumeci alle tredici come aveva detto alla levatrice che lo aveva preceduto. Era visibilmente accaldato e stanco, ma cercava di non darlo a vedere. Vincenzo Musumeci, informato da una domestica, gli andò incontro. – Dottor Fidone, la accompagno –, disse. L’altro si fermò appena e, senza un sorriso, replicò: – Conosco la strada, ragioniere. Vincenzo ebbe un attimo di esitazione, ma l’espressione del medico lo dissuase dal porre le domande che aveva in mente. In paese tutti temevano i modi di Mario Fidone, però gli volevano bene. – Può attendere nel corridoio, ragioniere –, disse Fidone, mentre entrava nella camera. Vincenzo guardò distrattamente l’étagère stile impero e si sedette su una delle due sedie poste ai lati del mobile. La povera sedia scricchiolò, forse stupita d’essere ancora intera sotto un peso di novanta chili. Passarono altre due ore. Donna Gaetanina si occupò di sistemare Ada sulla cassapanca baronale. Poi, aiutata dalla levatrice, infilò le gambe della giovane signora dentro le federe dei cuscini e sollevò in alto gli arti inferiori, per favorire il parto. – È podalico –, disse Fidone, laconico. Gli rispose un suono gutturale di Gaetanina. Una sorta di gemito addolorato come il guaire di un cane allontanato dal padrone. Il feto era disposto verso l’esterno con la parte inferiore del corpo e rischiava di soffocare al momento della nascita. Le lacerazioni interne, dovute a quella posizione, causavano spesso gravi emorragie alle puerpere che morivano qualche ora dopo. Donna Gaetanina lo guardò, implorante. – La mia borsa –, disse lui, tranquillo. Era in maniche di camicia e aveva soltanto la fronte imperlata dal sudore, ma la sua calma era apparente. Una cameriera gli porse la valigia e lui prese una forbice. Tagliò i lati, per aiutare. Non bastò. Allora entrò con le mani in v****a e cercò di rovesciare e allineare il bambino. Ci riuscì e notò, con soddisfazione, la retropulsione del coccige: l’ultima parte della colonna vertebrale di Ada si era spostata naturalmente indietro, per fare spazio. – Forza, signora. Spingete... brava, un’altra volta –, disse Mario Fidone, mentre tirava fuori un arto del neonato. Ada Caronia urlò di dolore e perse conoscenza, ma il bambino era nato ed era maschio. Mario Fidone recise velocemente il cordone ombelicale e legò le due estremità, con gli occhielli farmaceutici. Poi mise il piccolo a testa in giù, per avviare una regolare respirazione. La forza del pianto che la vita impose al nuovo venuto lo commosse come sempre. – Lo prenda –, disse alla levatrice. – Devo ricucire. Quando ebbe finito, sostò qualche istante ad ammirare, compiaciuto, il lavoro perfetto. Ada iniziava a riprendersi. – Donna Tanina, controlliamo che non ci siano emorragie. Se tutto è normale ci vediamo domani per la medicazione –, disse alla balia. Poi si ripulì fino ai gomiti e prese la giacca che aveva tolto quando era entrato nella stanza. Uscì, senza lasciare il pacco obbligatorio con le medicine e un chilo di carne per madre e figlio. Quella, del resto, era una casa ricca. Bloccando le ruote posteriori in una gigantesca nuvola di polvere gialla, un miscuglio di sabbia e farina, il calesse si fermò davanti al mulino. – Capizzi, grandissimo cornuto, così mi rovini il cavallo –, urlò Turi Musumeci, uscendo dalla fabbrica. – Barone, vostro nipote è nato. Masculo è. Il mozzicone di sigaro toscano aveva la brace accesa, mentre cascava dalle labbra di Turi Musumeci. La camicia di seta lo accolse in basso a sinistra e vicino alle iniziali ricamate a mano. Immediatamente, si aprì uno squarcio. Il barone di Mezzocannolo non ci badò; ne possedeva una collezione sterminata, che rinnovava completamente ogni anno. – Portami a casa, Capizzi –, disse Turi al conducente, e salì in cassetta. Capizzi girò il mezzo con estrema prudenza e da Piazza Stazione imboccò via dei Mulini. – Capizzi, vai di trotto –. Turi Musumeci bacchettava impaziente la pedana del carrozzino con il bastone. – E se ti sembra di andare piano, puoi galoppare. Il dipendente guardò il padrone che ghignava e fece schioccare le redini. Il cavallo di Turi Musumeci drizzò le orecchie e iniziò a correre per le vie di Granata. Si fermò davanti al portone del palazzo, che il barone varcò come una furia.
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