Capitolo VIII Piccoli avvenimenti
Then there were sighs, the deeper for suppression,
And stolen glances, sweeter for the theft,
And burning blushes, though for no transgression.
«Don Juan», c. I, st. 74
L'angelica dolcezza che la signora de Rênal doveva al suo carattere e alla sua attuale felicità si alterava lievemente solo quando pensava a Elisa, la sua cameriera. La ragazza aveva avuto un'eredità, era andata a confessarsi al curato Chélan e gli aveva confidato il suo progetto di sposare Julien. Il curato si rallegrò di cuore per l'amico, ma fu estremamente sorpreso quando Julien gli dichiarò risolutamente che l'offerta di Elisa non l'interessava.
«Fate attenzione, figliolo mio,» disse il curato aggrottando la sopracciglia, «a ciò che passa nel vostro cuore; mi rallegro per la vostra vocazione, se soltanto ad essa dovete il disprezzo di una fortuna più che sufficiente. Da cinquantasei anni sono il curato di Verrières e tuttavia, a quanto pare, sto per essere destituito. È una cosa che mi addolora, anche se ho ottocento lire di rendita. Vi parlo di questo perché non vi facciate soverchie illusioni sulla condizione sacerdotale. Se pensate a far la corte ai potenti, la dannazione eterna è assicurata. Per far fortuna dovrete nuocere ai poveri, adulare il sottoprefetto, il sindaco, i notabili e prestarvi ai loro desideri; un simile comportamento, che nel mondo si chiama saper vivere, per un laico può anche conciliarsi con la salvezza dell'anima; ma nella nostra condizione bisogna scegliere: si tratta di far fortuna in questo mondo o nell'altro, non ci sono vie di mezzo. Ora andate, amico mio, riflettete e tornate fra tre giorni a darmi una risposta definitiva. Con dolore scorgo in fondo al vostro carattere un ardore cupo, che non testimonia della moderazione e dell'assoluta rinuncia ai beni terrestri necessarie a un prete la vostra intelligenza mi fa sperare bene: ma lasciate che ve lo dica,» aggiunse il buon curato con le lacrime agli occhi, «io tremerei per la vostra salvezza, se vi faceste prete.»
Julien si vergognava della propria emozione; per la prima volta in vita sua si accorgeva di essere amato; piangeva di gioia, e andò a nascondere le sue lacrime nei grandi boschi sopra Verrières.
«Perché mi trovo in questo stato?» si disse alla fine. «Sento che darei cento volte la vita per l'abate Chélan, e tuttavia egli mi ha appena dimostrato che sono uno sciocco. E lui, soprattutto, quello ch'io vorrei ingannare, ed egli mi legge dentro. Il segreto ardore di cui mi parla è il mio progetto di far fortuna. Mi ritiene indegno di farmi prete, e ciò accade proprio quando immaginavo che il sacrificio di una rendita di cinquanta luigi lo avrebbe riempito di entusiasmo per la mia pietà e la mia vocazione.»
«In futuro,» continuò Julien, «conterò solo sulle qualità già sperimentate del mio carattere. Chi mi avrebbe detto che avrei provato piacere a piangere! Che avrei amato chi mi dimostra che sono solo uno sciocco!»
Tre giorni dopo Julien aveva trovato il pretesto che gli sarebbe stato necessario fin dal primo giorno: questo pretesto era una calunnia, ma che importava? Con molta titubanza confessò al curato che c'era una ragione per rifiutare quel matrimonio, ma che non poteva spiegargliela perché avrebbe danneggiato una terza persona. Era come incriminare la condotta di Elisa. Il curato trovò nelle maniere di Julien un certo fuoco tutto mondano, ben diverso da quello che avrebbe dovuto animare un giovane levita.
«Amico mio,» gli disse ancora, «siate un buon borghese di campagna, stimabile e istruito, piuttosto che un prete senza vocazione.»
Julien rispose a queste nuove rimostranze in modo perfetto, almeno a parole; escogitò le frasi che avrebbe pronunciato un seminarista pieno di zelo; ma il tono con cui le pronunciava, ma il fuoco segreto che brillava nei suoi occhi turbavano il parroco.
Non bisogna trarre auspici troppo negativi sul futuro di Julien, egli inventava correttamente le parole di una cauta e prudente ipocrisia. E non è poco, alla sua età. Quanto al tono e ai gesti, il giovane viveva con gente di campagna: non aveva mai avuto grandi modelli. Più tardi, appena gli fu dato di avvicinare persone importanti, si fece ammirare sia per i gesti che per le parole.
La signora de Rênal fu stupita che la nuova ricchezza della sua cameriera non rendesse più felice la ragazza: la vedeva andare continuamente dal curato e tornare con le lacrime agli occhi. Alla fine Elisa le parlò del suo matrimonio.
La giovane signora si credette malata: una specie di febbre le impediva di dormire, ed ella si sentiva rivivere solo quando aveva davanti agli occhi la cameriera o Julien. Non riusciva a pensare che a loro e alla felicità che avrebbero trovato nel matrimonio. La povertà di quella piccola casa, in cui avrebbero dovuto vivere con una rendita di cinquanta luigi, le si presentava con colori incantevoli. Julien avrebbe potuto benissimo fare l'avvocato a Bray, la sottoprefettura a due leghe da Verrières, e in questo modo ella avrebbe potuto rivederlo qualche volta.
La signora de Rênal credette sinceramente di essere sul punto di impazzire: lo disse a suo marito e poi si ammalò. La sera stessa, mentre la cameriera la serviva, si accorse che stava piangendo. In quel momento odiava Elisa, e poco prima l'aveva trattata male: le chiese scusa. Le lacrime di Elisa raddoppiarono e la ragazza disse che, se la padrona lo permetteva, le avrebbe raccontato tutta la sua disgrazia.
«Parlate pure,» rispose la signora de Rênal.
«Ebbene, signora, non vuole sposarmi; qualche malalingua gli avrà parlato male di me, e lui ci ha creduto.»
«Chi è che non vuole sposarvi?» disse la signora, quasi senza fiato.
«E chi mai, signora, se non il signor Julien?» replicò singhiozzando la cameriera. «Il curato non è riuscito a vincere la sua resistenza. Infatti, pensa il curato, egli non può respingere una brava ragazza col pretesto che ha fatto la cameriera. Dopo tutto, suo padre non è altro che un carpentiere. E anche lui, come si guadagnava da vivere prima di essere assunto in casa vostra?»
La padrona non ascoltava più; l'eccessiva felicità le aveva tolto l'uso della ragione. Si fece ripetere molte volte che Julien aveva rifiutato in modo definitivo e che non ammetteva la possibilità di tornare a una decisione più saggia.
«Voglio fare un ultimo tentativo,» ella disse alla cameriera. «Parlerò al signor Julien.»
L'indomani, dopo colazione, la signora de Rênal si concesse la deliziosa voluttà di perorare la causa della rivale e di vedere respinte la mano e la fortuna di Elisa per un'ora intera.
A poco a poco Julien abbandonò le risposte compassate e finì col rispondere spiritosamente alle sagge osservazioni della signora de Rênal. Questa non riuscì a resistere al torrente di felicità che inondava la sua anima, dopo tanti giorni di disperazione. E si sentì veramente male. Quando si fu ripresa e si trovò nella propria camera, volle restare sola. Era profondamente stupita.
«Sono forse innamorata di Julien?» si domandò alla fine.
Questa scoperta, che in qualsiasi altro momento avrebbe gettato la signora de Rênal nel rimorso e in una profonda agitazione, fu per lei soltanto uno spettacolo strano, ma quasi indifferente. La sua anima, sfinita per tutto ciò che aveva dovuto sopportare, non aveva più sensibilità per le passioni.
Tentò di mettersi a lavorare, ma cadde in un sonno profondo; al risveglio non si spaventò come avrebbe dovuto. Era troppo felice per potersi turbare di qualcosa. Ingenua e innocente, quella buona provinciale non si era mai torturata l'anima nel tentativo di strapparne un po' di sensibilità per qualche nuova sfumatura di sentimento o di dolore. Prima dell'arrivo di Julien, assorta com'era nella mole di lavoro che, lontano da Parigi, spetta a una brava madre di famiglia, ella pensa alle passioni come noi pensiamo a una lotteria: inganno sicuro, fortuna cercata dai matti.
Suonò la campana del pranzo; la signora de Rênal arrossì violentemente quando sentì la voce di Julien che accompagnava i ragazzi. Fattasi più accorta da quando era innamorata, ella lamentò uno spaventoso mal di testa per giustificare il suo rossore.
«Ecco come sono le donne,» le rispose Rênal con una grassa risata. «Delle macchine che non vanno mai bene.»
Anche se era abituata a questo genere di spirito, la signora de Rênal fu urtata da quel tono di voce. Per distrarsi guardò Julien: anche se fosse stato il più brutto degli uomini, in quel momento le sarebbe piaciuto.
Sempre attento a copiare le abitudini della gente di corte, fin dai primi giorni di primavera Rênal si trasferì a Vergy, villaggio reso celebre dalla tragica avventura di Gabrielle. A qualche centinaio di passi dalle rovine tanto pittoresche della vecchia chiesa gotica, Rênal possedeva un vecchio castello con quattro torri e un giardino disegnato come quello delle Tuileries, con molte siepi di bosso e viali di castagni potati due volte l'anno. Un campo poco distante, coltivato a meli, serviva da passeggiata. In fondo al frutteto c'erano otto o dieci magnifici noci; le loro foltissime fronde si ergevano a circa ottanta piedi di altezza.
«Ognuno di questi maledetti noci,» diceva Rênal tutte le volte che sua moglie li ammirava, «mi costa cinque pertiche di raccolto, perché il grano non cresce alla loro ombra.»
La vista della campagna sembrò nuova alla signora de Rênal: la sua ammirazione sfiorava l'entusiasmo. Dal sentimento che l'animava traeva spirito e decisione. Il giorno dopo l'arrivo a Vergy, siccome Rênal era tornato in città per gli affari del comune, sua moglie assunse alcuni operai a proprie spese. Julien le aveva suggerito l'idea di un sentierino cosparso di sabbia che, serpeggiando nel frutteto e tra i grandi noci, avrebbe permesso ai ragazzi di passeggiare fin dal mattino senza bagnarsi le scarpe con la rugiada. Questa idea fu realizzata meno di ventiquattro ore dopo essere stata concepita. La signora de Rênal passò allegramente la giornata con Julien a dirigere gli operai.
Il sindaco, al suo ritorno, fu molto sorpreso trovando il sentiero già fatto. Il suo arrivo sorprese anche la signora de Rênal, che aveva dimenticato la sua esistenza. Per due mesi egli parlò con stizza dell'ardire dimostrato nel fare una così importante riparazione senza consultarlo, ma la moglie l'aveva fatta a sue spese, e questo lo consolava un poco.
Ella passava le giornate a correre nel frutteto coi figli, e a dar la caccia alle farfalle. Avevano preparato dei grossi cappucci di garza chiara, con cui si catturavano i poveri lepidotteri; era questo il nome barbaro che Julien insegnava alla signora de Rênal. Infatti ella aveva fatto arrivare da Besançon il bel libro di Godart, e Julien le spiegava le singolari abitudini di quei poveri insetti che, trafitti senza pietà con degli spilli, venivano assicurati a un quadro di cartone, preparato anch'esso da Julien.
Finalmente ci fu tra la signora de Rênal e Julien un argomento di conversazione: ed egli non si sentì più esposto al tremendo supplizio del silenzio.
Parlavano di continuo, e con grande interesse, anche se di cose molto innocenti. Questa vita attiva e allegra piaceva a tutti tranne a Elisa, che era gravata di lavoro.
«Mai, neppure di carnevale, quando ci sono i balli a Verrières,» diceva la ragazza, «la signora si è tanto preoccupata della sua toilette; cambia vestito due o tre volte al giorno.» Siccome non abbiamo intenzione di adulare nessuno, non nasconderemo che la signora de Rênal, la quale aveva una pelle splendida, si faceva fare dei vestiti che le lasciavano scoperti le braccia e il petto. Era molto ben fatta, e questi abiti le stavano a meraviglia.
«Non siete mai stata così giovane,» le dicevano gli amici che venivano a trovarla da Verrières. (È un modo di dire del paese.)
Una cosa strana, e che forse troverà poco credito fra noi, è che la signora de Rênal si curava molto, sì, ma senza un'intenzione precisa. Ci provava piacere; e, senza nemmeno pensarci, tutto il tempo che non trascorreva a caccia di farfalle con i ragazzi e con Julien, lo occupava a preparare degli abiti con Elisa. L'unica scappata che fece a Verrières fu per comprare nuovi vestiti appena arrivati da Mulhouse.
Ritornò a Vergy con una parente. Da quando si era sposata, la giovane signora a poco a poco aveva stretto amicizia con la signora Derville, che un tempo era stata sua compagna al collegio del Sacro Cuore.
La Derville rideva di gusto per quelle che chiamava le idee folli di sua cugina.
«Da sola, non ci avrei mai pensato,» diceva.
Di quelle idee impreviste, che a Parigi sarebbero state giudicate delle trovate spiritose, la signora de Rênal si sarebbe vergognata, quando si trovava col marito, come se avesse commesso delle sciocchezze: ma la presenza dell'amica le dava coraggio. Sulle prime le confidava timidamente i propri pensieri; ma quando le due donne restavano lungamente sole, lo spirito della signora de Rênal si animava e una lunga mattinata solitaria passava in un istante, lasciando le due amiche molto allegre.
Questa volta però l'accorta signora Derville trovò sua cugina molto meno allegra e assai più felice.
Quanto a Julien, da quando era giunto in campagna egli viveva veramente come un bambino, non meno felice dei suoi allievi nel rincorrere le farfalle. Dopo tante costrizioni e tanti abili raggiri, solo, lontano dagli uomini e istintivamente privo di ogni timore nei confronti della signora de Rênal, si abbandonava al piacere di vivere, così intenso alla sua età, in mezzo alle più belle montagne del mondo.
A Julien parve subito che la cugina della signora de Rênal gli fosse amica: e si affrettò a mostrarle la vista di cui si godeva in fondo al nuovo sentiero, sotto i grandi noci; una vista che è pari, se non superiore, ai più meravigliosi panorami che possono offrire la Svizzera e i laghi italiani. Salendo la ripida costa che comincia qualche passo più avanti, si arriva ben presto dinanzi a profondi burroni costeggiati da querceti che si estendono fin quasi al fiume. Lì, alla sommità di quelle rocce tagliate a picco, Julien, felice, libero, e, ancora di più, re della casa, conduceva le due cugine, godendo della loro ammirazione per quegli splendidi paesaggi.
«Per me,» diceva la signora Derville, «è come la musica di Mozart.»
La gelosia dei fratelli, la presenza di un padre dispotico e iroso avevano guastato agli occhi di Julien le campagne intorno a Verrières. A Vergy il giovane non trovava questi amari ricordi: per la prima volta in vita sua, non si vedeva intorno dei nemici. Quando Rênal, come accadeva spesso, si recava in città, Julien osava perfino leggere; ben presto, invece di leggere nottetempo servendosi di un lume nascosto sotto un vaso di fiori capovolto, egli poté abbandonarsi al sonno; in compenso, durante il giorno, nell'intervallo delle lezioni, andava su quelle rocce col libro che era l'unica regola della sua condotta e l'oggetto dei suoi entusiasmi. Lì trovava, riunite, felicità, estasi e consolazione nei momenti di scoraggiamento.
Alcune frasi di Napoleone sulle donne, molte discussioni sul valore dei romanzi di moda sotto il suo regno, suggerirono allora a Julien, e per la prima volta, alcune idee che qualsiasi altro giovane della sua età avrebbe avute da molto tempo.
Venne il gran caldo. Presero l'abitudine di trascorrere le serate sotto un immenso tiglio, a pochi passi da casa. L'oscurità era profonda. Una sera Julien parlava con vivacità, si deliziava del piacere di parlare bene e rivolto a donne giovani; gesticolando, toccò la mano della signora de Rênal, appoggiata sulla spalliera d'una seggiola di legno verniciato, come se ne trovano nei giardini.
La mano si ritirò rapidamente: ma Julien pensò che era suo dovere far sì che quella mano non si ritraesse quando egli la toccava. L'idea di un dovere da compiere e del ridicolo, o meglio del senso d'inferiorità in cui sarebbe incorso in caso di fallimento, allontanò immediatamente ogni piacere dal suo cuore.